Martedì, 15 giugno 2021 - ore 10.45

Gi EUROBOND servono

| Scritto da Redazione
Gi EUROBOND servono

PERCHÉ GLI EUROBOND SERVONO di Marcello Messori   
Il 2011 sarà un anno cruciale per il futuro dell’Unione monetaria europea (UME). Nei prossimi mesi le istituzioni europee dovranno realizzare o rendere operative quattro iniziative già avviate o completate nel corso del 2010: la riforma del “Patto di stabilità e crescita” (PSC), il coordinamento macroeconomico fra stati-membri dell’Unione europea (UE), la definizione di meccanismi stabili in grado di fronteggiare le tensioni sui debiti sovrani dei paesi in difficoltà, le nuove regole e le nuove forme di vigilanza dei mercati finanziari.

La concreta evoluzione di queste iniziative definirà la nuova governance e organizzazione dell’UME e porrà, così, una pesante ipoteca sulla possibilità che i diciotto paesi aderenti cedano sovranità nazionale in campo fiscale, macroeconomico e finanziario, trasformandosi - in modo graduale ma sistematico - in un’area economica pronta a competere con gli Stati Uniti, l’area cinese, quella indiana e quella brasiliana. Se tale processo non si realizzerà, l’UME finirà per trasformarsi in un produttore di stagnazione per i suoi stati-membri più fragili e in un produttore di spesa per la Germania e per gli altri stati-membri più ‘forti’; soprattutto, essa non eviterà che i singoli paesi europei siano condannati a svolgere il ruolo di pigmei in un mondo di colossi ossia a diventare irrilevanti nelle dinamiche internazionali.

Mentre la politica italiana si avvoltola nel fango dell’ennesimo scandalo berlusconiano, nel Merito ritiene importante seguire il cantiere aperto nell’UME del 2011 e avanzare qualche proposta di policy. L’obiettivo di questo articolo è di offrire un affresco delle principali questioni sul tappeto1; articoli successivi, che peraltro si riallacceranno a contributi già pubblicati sulla Rivista, mireranno invece ad approfondire i singoli temi in chiave più propositiva. Una scelta del genere sembra privilegiare l’esame di aspetti tecnici, lontani dai pesanti problemi economici e sociali dell’Italia di oggi; in realtà essa pone in gioco fattori che, fin da domani, condizioneranno le prospettive lavorative e la vita quotidiana di gran parte dei cittadini europei.

1. I pilastri della nuova governance europea
Dalla sua origine il PSC si è basato su due indicatori cruciali: il rapporto fra disavanzo pubblico e PIL, da mantenere entro la soglia del 3%; quello fra debito pubblico e PIL, da mantenere entro la soglia del 60%. Nel biennio 2008-9, la crisi finanziaria e ‘reale’ ha spinto gran parte dei paesi europei (oltre che gli Stati Uniti) a effettuare massicci interventi pubblici a sostegno dei propri intermediari finanziari e a varare politiche fiscali espansive. Si è così trasformato un consistente ammontare di perdite private in debiti pubblici e si sono innescati gravi squilibri nei conti pubblici. Nel 2010, un solo paese tra quelli storicamente aderenti all’UME (il piccolo Lussemburgo) ha rispettato la soglia del 3% nel rapporto deficit/PIL e solo quattro paesi dell’UME (oltre al Lussemburgo, la Finlandia, la Slovacchia e la Slovenia) hanno soddisfatto quella del 60% nel rapporto debito/PIL. L’idea di procedere alla revisione del PSC per il dopo-crisi, avanzata dall’ECOFIN (ossia, il Consiglio della UE nella sua composizione ‘economica’) fin dal marzo del 2010, è apparsa quindi appropriata. Le raccomandazioni, al riguardo espresse dalla Commissione europea e da un gruppo consultivo creato ad hoc, presentano però aspetti discutibili.
Sul piatto positivo della bilancia vanno poste due innovazioni: l’istituzione del cosiddetto “semestre europeo” e la proposta di un coordinamento macroeconomico. Il “semestre europeo”, ormai operativo, prevede che i programmi nazionali di stabilità o di convergenza rispetto ai parametri dell’UE vadano definiti entro aprile di ogni anno sulla base degli indirizzi strategici disegnati dall’ECOFIN. Una volta superato il vaglio dei massimi organi della UE, tali programmi sono vincolanti per le rispettive politiche nazionali di bilancio. Il coordinamento macroeconomico riconosce invece che gli squilibri di competitività fra stati-membri dell’UE sono potenziali fattori di instabilità non meno gravi dei problemi fiscali. La proposta è quindi di introdurre una verifica annuale di questi squilibri, basata su pochi indicatori quantitativi e su analisi qualitative, così da individuare e correggere i più rilevanti focolai di instabilità.

Sul piatto negativo della bilancia va, invece, posto un tema ricorrente. Sia nella revisione del PSC che nel coordinamento macroeconomico, le istituzioni europee mirano a spingere gli stati-membri verso un maggiore rigore fiscale o la compressione della loro domanda interna; esse non si pongono, però, il problema di come rendere compatibili tali interventi restrittivi con gli stimoli alla crescita. Così, la Commissione europea chiede di introdurre aggiustamenti meccanici per i paesi-membri con debito pubblico in eccesso (taglio del 5% annuo del divario rispetto alla soglia del 60%) o di introdurre sanzioni pecuniarie per i paesi incapaci di correggere i loro più gravi squilibri macroeconomici strutturali. Essa non disegna, però, alcun fattore di compensazione rispetto ai probabili effetti recessivi di queste novità, che peserebbero soprattutto sugli stati-membri già in fase di stagnazione o di bassa crescita. Anzi: l’ipotesi di attivare una spesa pubblica europea per infrastrutture, finanziata mediante l’emissione di eurobond, viene relegata nel mondo dei sogni. 

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