Martedì, 18 maggio 2021 - ore 05.42

L’inganno dei falsi oli di frittura nel biodiesel

Legambiente, nuovo ''greenwashing'': nel gasolio auto olio di palma camuffato da UCO e sussidiato

| Scritto da Redazione
L’inganno dei falsi oli di frittura nel biodiesel

Legambiente ha scoperto una nuova finta fonte rinnovabile  nei biocarburanti: «Si tratta di oli vegetali, classificati come UCO, oli usati per fritture o cucina, ma che a quanto pare non hanno mai visto friggere nulla, ma sono finiti nel biodiesel sussidiati e pagati come rifiuto, quindi il doppio. Si tratta di circa 100.000 tonnellate su un totale di 1.400.000 tonnellate di biodiesel bruciato nelle auto diesel nel corso del 2019. Secondo il rapporto “Energia nel settore trasporti 2005 -2019” del  Gestore Servizi Energetici, almeno 90.000 tonnellate di UCO sono state importate dalla Cina, trattate in raffinerie spagnole e infine distribuite nelle normali pompe carburante italiane.

Oggi Transport&Environment ha pubblicato il report europeo “Used Cooking oil demand likely to double, and EU can’t fully ensure sustainability” che denuncia importazioni extracomunitarie per 1,5 milioni di tonnellate di UCO che finiscono nei biocarburanti: «La Cina fornisce oltre un terzo (34%) delle importazioni europee di UCO, mentre quasi un quinto (19%) proviene dai principali produttori di olio di palma della Malaysia e dell’Indonesia messi insieme». Secondo lo studio, «Entro un decennio, mentre i Paesi dell’Ue si sforzano di raggiungere gli obiettivi per i combustibili rinnovabili nei trasporti, il volume di cui l’Europa ha bisogno potrebbe raddoppiare fino a 6 milioni di tonnellate. Questo a sua volta potrebbe far sì che l’olio di palma venga utilizzato per sostituire l’olio da cucina nei Paesi esportatori, incentivando anche le frodi (miscelazione di olio vergine)».

Cristina Mestre, responsabile dei biocarburanti di T&E, ha evidenziato: «La sete europea di olio da cucina usato per alimentare il suo settore dei trasporti sta superando la quantità rimanente delle friggitrici del continente. Questo ci lascia fare affidamento su un prodotto di scarto spedito dall’altra parte del mondo. I paesi che utilizzerebbero l’UCO per l’alimentazione animale e altri prodotti potrebbero finire per esportare i loro mentre usano olio a basso costo, come la palma, a casa. L’Ue deve limitare l’uso di UCO per evitare di fare più male che bene».

L’Europa potrebbe aumentare la quantità di UCO che può essere acquistato localmente, ma T&E fa notare che «Questo è limitato sia dalla capacità delle autorità locali di raccoglierlo sia dalla quantità di olio da cucina usato che gli europei e le industrie dell’Ue possono produrre».

Perché si tratta di un inganno e di un danno ambientale? «Perché – denuncia Legambiente – è olio di palma o di soia grezzo, probabilmente di qualità scadente, coltivato in piantagioni non certificate e frutto di deforestazione, ma – proprio perché sporcato un po’ per classificarlo come rifiuto – considerato “doppia contabilità”, cioè incentivato il doppio, nel gasolio da autotrazione. Se un litro di biodiesel “vale” alla pompa circa 0,8 euro (al netto delle tasse), l’olio da rifiuto vale quindi 1,8 euro. Il triplo del costo industriale del gasolio, un “inganno”, nel solo 2019, che vale oltre 150 milioni di euro, pagati alla pompa di carburante dagli automobilisti».

La Mestre conferma«L’attuale sistema Ue per i biocarburanti non fornisce la certezza che venga effettivamente utilizzato l’olio da cucina usato. L’Ue dovrebbe rafforzare i propri requisiti di verifica e monitoraggio lungo la catena di approvvigionamento ed eseguire controlli regolari per assicurarsi che sia davvero un prodotto di scarto e quindi sostenibile».

Nuova ecologia riassume: «Chi paga alla fine il valore dei CIC scambiati sul mercato tra rivenditori di petrolio? Ovvio, il consumatore finale. Sempre secondo Il GSE, nel 2018, il valore di mercato dei CIC in Italia è stato di 900 milioni di euro, che si è tradotto in sovrapprezzo pagato dagli automobilisti italiani alla pompa pari all’1% circa del costo del carburante (benzina o diesel), che viene convinto di acquistare rinnovabile e “green”. Ma di “green” c’è solo greenwashing. Nella realtà solo deforestazione, distruzione biodiversità, aumento delle emissioni di CO2, sfruttamento contadino e della popolazione indigena scacciata dalle loro terre e foreste».

La denuncia pubblica di Legambiente, contenuta nell’ebook “Scegli l’olio giusto” appena edito da La nuova ecologia, è stata rilanciata dalla deputata di FacciamoEco –Verdi Rossella Muroni in una interrogazione parlamentare al ministro alla Transizione Ecologica Roberto Cingolani, nella quale si legge che «Nel 2019, informa il Gestore servizi energetici (Gse), l’uso di Uco (rifiuto, olio vegetale di cucina usato) nel biodiesel finito nei motori diesel in Italia ammonta a oltre 205.000 tonnellate, il doppio del 2018 e circa il doppio di quanto raccolto in modo differenziato in Italia. C’è da chiedersi da dove viene tutto questo biodiesel aggiunto ai carburanti venduti in Italia. Sempre secondo il Gse almeno 90.000 tonnellate da raffinerie spagnole, in gran parte importato dalla Cina; Il Conoe (Consorzio nazionale raccolta e trattamento oli e grassi vegetali ed animali esausti) ha dichiarato di aver raccolto nel 2018 meno di 72.000 tonnellate. Un secondo consorzio di raccolta, RenOils, dichiara di aver raccolto nel 2019 ben 44.400 tonnellate di oli e grassi alimentari esausti, quindi realisticamente non più di 120-130 mila tonnellate raccolte».

La Muroni cita il report di Legambiente secondo il quale, «al netto degli scarti, dei trattamenti (centrifugazione e distillazione) da cui si ricava metanolo e glicerina, degli altri usi, non più del 60-70 per cento può diventare biodiesel». Quindi non più di 90.000 tonnellate.

La relazione Conoe, presentata il 9 aprile 2019 alla Camera nell’ambito di un’indagine conoscitiva, cita la Relazione speciale della Corte dei conti europea: «La possibilità del conteggio per un valore doppio dei biocarburanti prodotti da rifiuti e residui ha condotto a una situazione in cui il biodiesel prodotto da Uco è spesso commercializzato a un prezzo più elevato del biodiesel prodotto con olio vegetale. Vi era pertanto il rischio che l’olio venisse adulterato per essere venduto come olio da cucina esausto». Conviene dunque, ad operatori disonesti, «adulterare» oli alimentari reperibili sul mercato internazionale per classificarli come residui e venderli vantaggiosamente come biocarburanti.

La deputata verde ricorda che «Transport&Environment segnala che, nel 2019, la metà degli Uco usati nei biocarburanti europei è stato importato da Cina, Stati Uniti, Malesia e Indonesia, e che c’è un forte è il rischio di importazione di Uco “false”, che comportano potenzialmente a impatti indiretti come la deforestazione come normale olio di palma o derivati».

La Muroni conclude chiedendo a Cingolani e all’esecutivo  «Quali iniziative urgenti il Governo intenda assumere, anche attraverso il Gestore servizi energetici, al fine di impedire l’importazione di prodotti di cui non sia possibile controllare la tracciabilità, in questo caso come effettivi rifiuti da cucina (Uco), nonché per non riconoscere i relativi sussidi di mercato in qualità di biocarburanti double counting non avanzati, anche con lo scopo di salvaguardare i consorzi di raccolta, gli operatori onesti dell’economia circolare, delle bioenergie e dei carburanti».

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