Domenica, 15 dicembre 2019 - ore 19.10

L’Italia a un passo dal baratro Benito Fiori (Cremona)

C’è qualcuno, che personalmente stimo, che ha detto che la nomina di Carlo Cottarelli è uno “schiaffo in faccia” ai vincitori delle elezioni. Posto che si riferisca a un manesco Mattarella, a mio modo di vedere questo schiaffo è stato dato invece al proprio elettorato da chi quelle elezioni le ha vinte disinteressato al fatto che esso meritava un governo nella pienezza delle sue funzioni.

| Scritto da Redazione
L’Italia a un passo dal baratro Benito Fiori (Cremona)

L’Italia a un passo dal baratro Benito Fiori ( Cremona)

C’è qualcuno, che personalmente stimo, che ha detto che la nomina di Carlo Cottarelli è uno “schiaffo in faccia” ai vincitori delle elezioni. Posto che si riferisca a un manesco Mattarella, a mio modo di vedere questo schiaffo è stato dato invece al proprio elettorato da chi quelle elezioni le ha vinte disinteressato al fatto che esso meritava un governo nella pienezza delle sue funzioni.

Tutto invece per volere imporre un nome al Presidente della Repubblica che è anche “Garante” della Costituzione. Costituzione che all’Art. 92 così recita: «… Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.». Il Presidente del Consiglio quindi “propone” una nomina, non la “impone” e quindi la responsabilità è di chi nomina, il Presidente della Repubblica. Delle due l’una, o il nome di Paolo Savona, che con il famoso “piano B” rappresentava quella politica muscolare che sembra montante un po’ ovunque (Trump), oppure è stato solo lo strumentale “casus belli” per andare a incassare il consenso che i sondaggi assicurano alla Lega in maniera vistosa (8 punti - più 47% - in soli 90 giorni),  infinocchiando l’ingenuo Di Maio. La prova palmare sta, clamorosamente, nel rifiuto di Salvini di accettare la proposta di Mattarella: fuori Savona, dentro Giorgetti, il suo vice. Una stravagante interpretazione della Costituzione è poi quella che il voto popolare possa svuotare i poteri riconosciuti al suo Garante.  Ma parliamo anche di costi. E qui è impossibile eludere in tema del nostro debito pubblico che non si vuole ridurre con determinazione benché sia un quarto di quello di tutti i paesi dell’Eurozona messi insieme e il terzo più alto del mondo (prima ci sono il Giappone e la Grecia). Parliamo ora dei costi di una uscita dalla UE. Il travaglio della Brexit è un buon riferimento. Anzitutto, a differenza di quanto pensano Salvini e Di Maio, va ricordato che questa decisione non è stata del Governo, né del Parlamento inglese, ma il risultato di un referendum popolare. Dopo di ciò, è inevitabile informarsi sui costi di questa scelta che, mentre per il paese si prevede un perdita dal 5 all’8% del Pil, per la Banca d’Inghilterra la cifra si aggira sui 65-70 miliardi. Da qui la domanda: quanto costerebbe invece all’Italia, tenendo anche conto della sua appartenenza anche all’Eurozona? Per l’UE, la Banca d’Italia dovrebbe rifondere in lingotti d’oro circa 85 miliardi e per l’uscita dall’Eurozone sarebbero 344 miliardi da restituire alla BCE; totale circa 430 miliardi. E veniamo al Savona alfiere di un progetto nel quale io stesso spererei: il rafforzamento politico dell’Europa, addirittura gli Stati Uniti d’Europa. Ma dopo questo quadro di difficoltà, con quale forza contrattuale l’Italia potrebbe chiedere così tanto? Un ultima nota per giustificare l’accusa di incoscienza ai due partiti che senza serie giustificazioni non hanno voluto dare un governo a questo povero paese e, come aggravante, in un momento della politica globale di grande delicatezza: un italiano che un mese fa avesse investito 10 mila Euro in Btp, oggi, rivendendoli, potrebbe incassare 9,4 mila euro, ovvero avrebbe già perso il 6%.  

Benito Fiori ( Cremona)

 

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