Martedì, 18 gennaio 2022 - ore 23.56

Lotta alla desertificazione: invertire il degrado del suolo per combattere il cambiamento climatico

Desertificazione e siccità destabilizzano il benessere di 3,2 miliardi di persone

| Scritto da Redazione
Lotta alla desertificazione: invertire il degrado del suolo per combattere il cambiamento climatico

Nel suo messaggio in occasione del  World Day to Combat Desertification and Drought, il segretario generale dell’Onu, António guterres ha ricordato che «L’umanità sta conducendo una guerra implacabile e autodistruttiva contro la natura. La biodiversità è in declino, le concentrazioni di gas serra sono in aumento e il nostro inquinamento si ritrova dalle isole più remote alle vette più alte. Dobbiamo fare pace con la natura. La terra può essere il nostro più grande alleato. Ma la terra sta soffrendo. Il degrado del suolo dovuto al cambiamento climatico e all’espansione dell’agricoltura, delle città e delle infrastrutture mina il benessere di 3,2 miliardi di persone, danneggia la biodiversità e consente l’insorgere di malattie infettive, come il Covid-19. Il ripristino della terra degradata eliminerebbe il carbonio dall’atmosfera, aiuterebbe le comunità vulnerabili ad adattarsi ai cambiamenti climatici e  potrebbe generare ogni anno 1,4 trilioni di dollari in più di produzione agricola. La parte migliore è che il ripristino del terreno è semplice, economico e accessibile a tutti. E’ uno dei modi più democratici e a favore dei poveri per accelerare i progressi verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Quest’anno segna l’inizio del United Nations Decade on Ecosystem Restoration, in questo International Day, mettiamo la terra sana al centro di tutta la nostra pianificazione».

Per soddisfare una domanda sempre crescente di cibo, materie prime, strade e case, gli esseri umani hanno alterato quasi tre quarti della superficie terrestre, esclusi i territori come l’Antartide permanentemente congelati. Evitare, rallentare e invertire ora la perdita di terreni produttivi e degli ecosistemi naturali è urgente e importante per una rapida ripresa post-Covid 19 e per garantire la sopravvivenza a lungo termine delle persone e del pianeta.

Audrey Azoulay, direttrice generale dell’Unesco ha  sottolineato «L’impatto drammatico che la desertificazione sta avendo sui  nostri patrimoni ambientali comuni, rappresentando una considerevole minaccia per la salute delle comunità, la pace globale e sviluppo sostenibile. Dopo aver contribuito al crollo della biodiversità e aver promosso le zoonosi – malattie che passano dagli animali all’uomo – la desertificazione è un altro promemoria che la salute umana e quella dell’ambiente sono profondamente intrecciate. La desertificazione e la siccità aumentano anche la scarsità d’acqua, in un momento in cui 2 miliardi di persone non hanno ancora accesso all’acqua potabile oltre 3 miliardi di persone potrebbero dover affrontare una situazione simile entro il 2050. E’ probabile che il fenomeno provocherà la migrazione di 135 milioni di persone in tutto il mondo entro il 2030.  Queste migrazioni e privazioni sono a loro volta fonte di conflitto e instabilità, a dimostrazione che la desertificazione è anche una sfida fondamentale per la pace. Lavorare insieme è fondamentale. Il progresso sostenibile non può essere raggiunto senza la partecipazione di tutti, soprattutto dei più giovani. Costruiamo insieme un futuro sostenibile affinché le fertili terre del passato non diventino deserti svuotati delle loro popolazioni e della loro biodiversità».

Un quinto della superficie terrestre del pianeta è degradato, un danno, che provoca anche siccità e desertificazione, danneggia i mezzi di sussistenza di quasi metà della popolazione del pianeta. Ma, se c’è la volontà politica, fino a un miliardo di ettari può essere ripristinato nei prossimi 10 anni».  E i leader mondiali hanno stabilito la direzione per il prossimo decennio in occasione dell’High-Level Dialogue on Desertification, Land Degradation and Drought convocato dal presidente dell’Assemblea generale dell’Onu, Volkan Bozkir e durante il quale la vicesegretaria generale dell’Onu, Amina J. Mohammed, ha ricordato che «Stiamo affrontando una triplice crisi planetaria di cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento, e la terra è al centro di tutte e tre queste cose». La  Mohammed  ha definito le priorità per il prossimo decennio: aumentare l’ambizione per il ripristino del territorio, compreso l’obiettivo di porre fine alla deforestazione illegale; investire in soluzioni terrestri per sostenere gli sforzi di recupero dal Covid-19 e affrontare la crisi climatica. «Fare questo –  ha detto la Mohammed –  è possibile creando forti ritorni economici; ottenere il diritto al finanziamento per aumentare il ripristino del territorio e tradurre gli impegni in azioni; misurare le nostre risorse territoriali ed ecosistemiche per valutarle come capitale naturale: la nostra terra, le foreste».

Il segretario esecutivo dell’United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD), Ibrahim Thiaw, ha aggiunto: «In parole povere, un approccio incentrato sulla terra per la ripresa dal Covid-19 può cambiare il mondo. Finora, le più grandi economie del mondo hanno già speso 16 trilioni di dollari negli sforzi di ripresa post-covid. Investire un quinto di tale importo, collettivamente, all’anno, potrebbe spostare le economie mondiali verso una traiettoria di sostenibilità. Entro un decennio, l’economia globale potrebbe creare quasi 400 milioni di nuovi posti di lavoro verdi, generando oltre 10 trilioni di dollari di valore aziendale annuo».

Il summit Onu si è svolto in un contesto di crescente preoccupazione per la perdita di terreno e per il degrado del suolo. Il rapporto “The global potential for land restoration: Scenarios for the Global Land Outlook 2” pubblicato all’inizio di giugno dalla PBL Netherlands Environmental Assessment Agency traccia un quadro chiaro se non verranno intraprese modifiche urgenti alle attuali politiche di utilizzo del suolo. Se non cambia il paradigma produttivo e dei consumi, «Un aumento della produzione agricola nell’Africa subsahariana e nell’America centrale e meridionale per soddisfare la crescente domanda alimentare, portando a 300 milioni di ettari di terra da disboscare entro il 2050. Questo porterebbe a un declino della biodiversità globale del 6%, a un’emissione di 32 gigatoni di carbonio nell’atmosfera e un netto declino della salute del suolo e della sua capacità di trattenere l’acqua, portando a maggiori possibilità di siccità e inondazioni».

Tuttavia, lo stesso rapporto PBLL evdenzia che «Attraverso una combinazione di ripristino e protezione, un miglioramento nella gestione del territorio utilizzando pratiche note con risultati comprovati, consentirebbe al mondo di ripristinare più di 5 miliardi di ettari di terreno, portando a un aumento dei raccolti, a una migliore capacità di ritenzione idrica del suolo e a una significativa riduzione del rilascio di emissioni di gas serra e a maggiore stoccaggio del carbonio. Ridurrebbe anche la perdita di biodiversità e aumenterebbe in generale il reddito degli agricoltori. Questo piano ambizioso, in linea con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, per proteggere il 30% in più del territorio entro il 2030, potrebbe ridurre la perdita di biodiversità di quasi un terzo, vedere un aumento del 9% dei raccolti agricoli globali e aumentare drasticamente l’assorbimento di carbonio e ridurre le emissioni di gas serra».

Thiaw  conclude: «Questi non sono scenari utopici. Fanno pienamente parte delle nostre capacità raggiungere questo scenario più ambizioso. Ma per farlo ci vuole determinazione tra i leader mondiali».

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