Martedì, 04 ottobre 2022 - ore 18.01

Nuova escalation dell’infinita guerra dello Yemen

L’inviato speciale dell’Onu: ho poca fiducia nel successo dei miei sforzi

| Scritto da Redazione
Nuova escalation dell’infinita guerra dello Yemen

Mentre il mondo guardava agli innevati confini tra Ucraina e Russia temendo una guerra che probabilmente non ci sarà e che nessuno voleva fare davvero, molto più lontano, nello Yemen continua una guerra settaria e per il petrolio e le sue rotte che nelle ultime settimane ha avuto una nuova escalation, della quale il mondo non sa quasi niente ma che, insieme al cambiamento climatico che inaridisce il Paese diviso e alle malattie che dilagano, sta minacciando la vita di milioni di persone ed è anche pericolosa per l’intera regione mediorientale.

E’ il quadro dipinto di fronte al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dell’inviato speciale Onu per lo Yemen Hans Grundberg che ha sottolineato: «Gli ultimi mesi di escalation hanno messo in luce la dimensione regionale del conflitto in Yemen. Gli attacchi di Ansar Allah (gli Houthi sciiti che governano il nord dello Yemen) contro gli Emirati Arabi Uniti del ​​mese scorso, in particolare contro un aeroporto civile e le vicine aree industriali dove sono stati uccisi tre civili, dimostrano come la posta in gioco sia diventata alta e come questo conflitto rischia di sfuggire al controllo. Per gli yemeniti, l’ultimo mese è stato caratterizzato da una moltiplicazione delle linee del fronte e da un numero record di vittime civili. L’attacco aereo della coalizione (guidata dall’Arabia Saudita) contro un centro di detenzione a Sadaa, che ha ucciso o ferito più di 300 detenuti, è stato uno dei peggiori incidenti con vittime civili in tre anni. Il forte aumento degli attacchi aerei in Yemen, anche su aree residenziali e infrastrutture civili a Sana’a e Hodeidah, è allarmante».

E così, mentre la comunità internazionale reclama giustamente il rispetto della sovranità ucraina, tollera da anni che truppe straniere e mercenarie di una coalizione di Stati sunniti abbiano invaso lo Yemen e che aerei sauditi bombardino civili, mentre il governo sciita di Sana’a attacca con droni probabilmente dotati di tecnologia iraniana gli Emirati Arabi Uniti e gli impianti petroliferi sauditi e la guerra si impantana in polverose trincee nel sud del Paese.

Grundberg ha detto al Consiglio di sicurezza dell’Onu che sta «Sviluppando un quadro per passare a una soluzione politica inclusiva per porre fine al conflitto» e che la prossima settimana avvierà una serie di consultazioni, mentre intanto ha continuato a «Esplorare tutte le possibilità per l’immediata attenuazione del conflitto». Ma ha anche riconosciuto di aver poca fiducia sul successo dei suoi sforzi, perché «La fine di questa guerra richiederà compromessi scomodi che nessuna parte in guerra è attualmente disposta a fare. Spetta quindi a tutti noi, incluso il Consiglio, fare ogni sforzo per far capire alle parti in questo conflitto che non esiste una soluzione militare duratura».

Il capo umanitario dell’Onu Martin Griffiths ha ricordato alle distratte potenze del Consiglio di sicurezza che giocano alla guerra ai confini dell’Europa che la guerra vera in Yemen «Continua a minacciare milioni di vite in tutto il paese. E per ora, questa crisi non mostra segni di allentamento. Abbiamo assistito a una brutale e pericolosa escalation del conflitto nelle ultime 6 settimane. Questo ha avuto conseguenze devastanti per i civili e le infrastrutture civili».

Il 16 marzo sarà organizzata l’ennesima conferenza dei donatori per lo Yemen e, nonostante tutti sappiano che per far rinascere lo Yemen basterebbe probabilmente molto meno dei milioni di dollari, rubli ed euro bruciati in questi giorni in esercitazioni militari e invio di truppe e aerei al confine tra Nato e Russia, finora i soldi promessi per lo Yemen sono arrivati col contagocce o sono finiti non dove ce ne era più bisogno ma dove gli “amici” al fronte ne avevano più bisogno.

Per questo Griffiths, rivolto al Consiglio di sicurezza Onu e alla comunità internazionale,  ha concluso: «“Chiedo a tutti i donatori di cogliere questa opportunità per dimostrare il loro impegno nei confronti del popolo yemenita donando generosamente. Servono fondi il prima possibile. Sono profondamente consapevole del fatto che la sopravvivenza delle persone non può dipendere esclusivamente dai flussi e riflussi dei cicli del finanziamento umanitario. Un approccio più sostenibile è sia necessario che fattibile. La comunità internazionale deve unirsi per affrontare i fattori di bisogno alla base dello Yemen, in particolare il collasso dell’economia. Il  quadro proposto dalle Nazioni Unite offre una via da seguire in questo senso: riunisce iniziative che potrebbero fare la differenza nell’immediato aumentando i redditi, abbassando i prezzi e rafforzando la stabilità macroeconomica. Questo include un’iniezione di valuta estera, la ripresa dei voli civili attraverso l’aeroporto di Sanaa, la revoca delle restrizioni alle importazioni commerciali e l’utilizzo dei proventi delle importazioni per pagare gli stipendi del settore pubblico».

Ma per far questo bisognerebbe che la comunità internazionale costringesse sauditi ed emiratini a ritirarsi dallo Yemen e che gli aiuti fossero utilizzati per riaprire un dialogo – basato sul disarmo e una tregua sorvegliata sul terreno dall’Onu –  tra le parti yemenite: governo Houthi sciita di Sana’a, governo sunnita di Aden e indipendentisti sud-yemeniti. Un dialogo basato non tanto sull’unità territoriale dello Yemen –  che risale solo al 1990 – ma sul diritto degli yemeniti a vivere in pace.

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