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Processo del lavoro, troppa lentezza | M.Togna

| Scritto da Redazione
Processo del lavoro, troppa lentezza  | M.Togna

Colpiti sia i lavoratori che le imprese, con gravi costi materiali e morali. Proprio mentre si aspetta la sentenza, la propria vita ha già preso un'altra strada, e quella decisione arriva troppo tardi.
 
Legalità vuole anche dire giustizia veloce. Non restare in attesa, per anni, di decisioni che possono cambiare del tutto il corso della propria vita. Perché magari, proprio mentre si aspetta la sentenza, la propria vita ha già preso un'altra strada, e quella decisione arriva troppo tardi. “Il processo del lavoro fu riformato nel 1973 con l’obiettivo di renderlo celere, e con tempi certi: sessanta giorni per il lavoro privato, novanta per quello pubblico”, spiega Stefano Muggia, avvocato, da tempo collaboratore della Cgil: “La realtà è molto diversa, ci vogliono anni per arrivare al giudizio. E questa lentezza, indipendentemente da ragioni e torti, colpisce sia il lavoratore sia l’impresa, rappresentando un costo materiale e morale.

Una situazione che ha molte cause, dalle croniche carenze di organico a una produzione legislativa lacunosa e sbagliata, dai ritardi nella sostituzione dei giudici alla disorganizzazione degli uffici”. Il diritto del lavoro è una branca del diritto civile che si occupa, in via preminente, del lavoratore subordinato (o parasubordinato). È un diritto giovane: le sue leggi più importanti sono nate negli anni sessanta (come la 230 del 1962, che disciplina i contratti a tempo determinato, o la 604 del 1966, che norma i licenziamenti individuali), in cui si inizia a prevedere una tutela del lavoratore in quanto persona più debole rispetto al datore di lavoro.

Un diritto che trova poi negli anni 70 (con tutte le modifiche e gli aggiustamenti intervenuti nei decenni successivi) il suo quadro definitivo nello Statuto dei lavoratori (legge 300 del 1970), che con l’articolo 18 dispone il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa (prima c’era solo l’indennità), e nella riforma del processo del lavoro (legge 533 del 1973), realizzata con l’obiettivo di rendere il più veloce possibile la risoluzione delle controversie individuali in questa materia. Ed è proprio quest’ultimo il punto dolente.

Attualmente sono più di un milione le cause di lavoro pendenti nei tribunali italiani. La durata media di un procedimento – secondo quanto rileva Confartigianato in uno studio ricavato da dati Istat – è di 1.530 giorni, pari a oltre quattro anni (con un periodo mediamente più lungo per il secondo grado di giudizio). I tempi più dilatati si riscontrano in Emilia Romagna (sei anni) e Sicilia (cinque anni e tre mesi), i più brevi in Piemonte, Valle d’Aosta e Provincia di Bolzano (un anno). Umiliante è il confronto con gli altri paesi europei: un processo per licenziamento in Italia dura in media 696 giorni (poco meno di due anni), a fronte di 19 giorni in Olanda, 80 in Spagna e 342 in Francia. A ingolfare i tribunali sono anche l’alto numero di contenziosi del settore pubblico (il doppio di quello privato) e la generale litigiosità degli italiani (6mila cause civili di primo grado per ogni 100 mila abitanti, contro 1.800 in Francia e 660 in Germania).


Stefano Muggia tratta le cause nel tribunale di Roma (che riguarda tutte le imprese con sede legale in città, quindi anche grandissime aziende), e in quelli delle due località vicine Velletri e Tivoli. “A Roma – spiega Muggia – operano circa 35-40 giudici, un numero sufficiente a mantenere i ritardi entro limiti accettabili, mentre la situazione è critica negli altri due tribunali: a Velletri i giudici sono cinque, ed erano di meno fino a pochissimo tempo fa; a Tivoli sono soltanto tre. In quest’ultimo tribunale, ad esempio, si istruiscono 3.500 procedimenti all’anno, e il carico di lavoro è davvero molto gravoso”.

A Roma una causa per licenziamento (questa fattispecie riguarda circa il 20 per cento del totale, mentre il grosso ha a che fare con mancata retribuzione, accertamento del rapporto di lavoro subordinato, mancato versamento di contributi e Tfr) si chiude in media entro due anni. In provincia invece i tempi si allungano notevolmente, con il risultato di accumulare sempre più arretrati. “Proprio nelle settimane scorse – informa Muggia – sono giunte a sentenza al tribunale di Velletri due cause iniziate nel 2006 e nel 2007. In quel caso i datori di lavoro si trovano a pagare anni di retribuzioni, cifre davvero cospicue, che rischiano di mettere in crisi quelle aziende. E anche questo è un aspetto, al di là del merito giuridico, che va considerato”.

Ma ci sono anche aziende che, sfruttando a proprio vantaggio la lunghezza dei processi, all’improvviso scompaiono. “Ci sono cause in cui non hai più un indirizzo cui notificare gli atti, con aziende che un bel giorno non si trovano più, o che prima di sparire mettono amministratori fittizi, magari un ottantenne che vive in ospizio”. Proprio questo è avvenuto in un caso recente, afferente a un tribunale della provincia di Roma: “Un’azienda di call center è sparita in ventiquattro ore – racconta Muggia –. L’avvocato della controparte venne pure alla conciliazione monocratica. Poi della società non si è saputo più nulla, il legale rappresentante non si è più trovato, e l’indirizzo della residenza è risultato fittizio”.

fonte: http://www.rassegna.it/articoli/2012/04/30/86754/processo-del-lavoro-troppa-lentezza

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