Martedì, 27 settembre 2022 - ore 17.14

Quali obiettivi per la campagna russa d’Ucraina

| Scritto da Redazione
Quali obiettivi per la campagna russa d’Ucraina

Dopo tre settimane di combattimenti, il conseguimento di un regime change a Kiev appare oggi una prospettiva non più realizzabile da parte delle Forze Armate russe, che pur mantenendo l’iniziativa sul campo hanno conosciuto significativi ostacoli al conseguimento dei propri obiettivi tattici per effetto di una forse inaspettata capacità di resistenza ucraina e di palesi errori logistici che hanno inficiato l’efficacia dell’operazione. Ciononostante, è verosimile che il rovesciamento del regime ucraino fosse stato l’obiettivo prioritario dell’avanzata russa, poiché, come scrivevamo lo scorso 15 dicembre, le truppe ammassate al confine ucraino pur non potendo sostenere lo sforzo di un’invasione su vasta scala, avrebbero potuto affrontare 3-5 giorni di combattimento ad alta intensità prima di conoscere una significativa battuta di arresto determinata dall’assenza della necessaria rete di supporto logistico. Verosimilmente, per la configurazione dello strumento militare dispiegato, lo Stato Maggiore russo (STAVKA) si aspettava un’operazione della durata complessiva di 5-7 giorni non prevedendo però un significativo impiego in combattimento delle proprie forze, ma i fattori precedentemente esposti potrebbero aver portato ad una rivalutazione degli obiettivi, finali ed intermedi, dell’operazione.

Chiaramente, il rovesciamento della presidenza Zelensky e del suo governo potrebbero essere obiettivi ancora perseguibili da parte della STAVKA russa, ma alcuni elementi parrebbero portare ad una valutazione in senso contrario. In particolare, l’imposizione di un regime filorusso a Kiev non incontrerebbe il sostegno della popolazione ucraina, che sta dimostrando una forse inaspettata opposizione all’invasione, sia mediante il sostegno diretto all’esercito ucraino sia attuando manifestazioni di protesta e dissenso nei territori occupati. Ulteriormente, l’assenza di legittimità di tale eventuale governo, obbligherebbe Mosca a mantenere una forza di occupazione significativa al fine di garantire la tenuta del nuovo regime, esponendosi a costi diretti e indiretti insostenibili, impedendo una pacificazione del paese e, soprattutto, una normalizzazione delle relazioni con l’Occidente, vero punto nodale dell’intera crisi. Di conseguenza, l’istallazione di un regime fantoccio a Kiev non potrebbe essere un’opzione praticabile, soprattutto tenendo conto del fatto che l’amministrazione ucraina è stata coinvolta ad ogni livello nelle ostilità e sarebbe necessario procedere con una ristrutturazione dell’intero apparato dello Stato, delle Forze armate e delle forze dell’ordine al fine di consolidare un eventuale nuovo regime.

 

Una situazione analoga si verificherebbe anche nel caso di un’annessione di quote significative del territorio ucraino, che non potrebbe essere ricongiunto alla Russia come avvenuto con la Crimea, una regione a netta maggioranza russa, con forti legami economici e culturali con Mosca, geograficamente limitata, facilmente difendibile e marginale rispetto al corpo centrale del territorio ucraino. Inoltre, lo spostamento unilaterale, manu militari, dei confini di uno stato europeo costituirebbe un precedente gravissimo per la stabilità del vecchio continente. Si ricorderà infatti che anche negli anni drammatici delle guerre nei Balcani (1991-1999), la comunità internazionale si oppose fermamente ad ogni ridefinizione dei confini delle ex repubbliche jugoslave, imponendo il mantenimento dei confini delle entità federali preesistenti, con la significativa eccezione del Kosovo, che nel 2007 dichiarò la propria indipendenza. Di conseguenza, l’eventuale annessione unilaterale di porzioni significative del territorio ucraino rappresenterebbe la pietra tombale di qualsiasi possibilità di dialogo tra la Russia e l’Occidente.

Gli obiettivi di Mosca

Riprendendo quanto dichiarato dal Cremlino in occasione degli ultimi due round dei negoziati (quello di Antalya del 10 marzo e quello virtuale del 15) la Russia sta perseguendo tre obiettivi politici prioritari: la neutralità dell’Ucraina, il riconoscimento della Crimea russa e l’indipendenza/annessione delle autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Luhans’k nei confini dei relativi Oblast (nettamente superiori a quelli attualmente controllati dalle due entità). Tali obiettivi, apparentemente meno ambiziosi del regime change di Kiev, rappresentano i tre fattori che garantirebbero le condizioni minime di sicurezza richieste dalla Russia negli ultimi 15 anni, ovvero la creazione di una zona cuscinetto rispetto alla NATO direttamente controllata da Mosca e la piena neutralità dell’Ucraina, che, con le necessarie riforme costituzionali, impedirebbe formalmente ogni ulteriore allargamento ad est dell’Alleanza Atlantica. Ulteriormente, questi fini potrebbero essere raggiunti anche in assenza di un vero e proprio cambiamento di regime, poiché l’attuale leadership ucraina potrebbe avere la forza politica di firmare un trattato che prevedesse il riconoscimento alla Russia dei punti precedente esposti. Sebbene possa apparire controintuitivo, solo una leadership forte e autorevole (come inaspettatamente è divenuta quella di Zelensky) potrebbe accettare perdite territoriali e neutralità presentando tale scelta come un sacrificio necessario per il futuro della nazione senza essere allo stesso tempo tacciata di collaborazionismo.

Da ultimo, una soluzione del genere potrebbe essere più facilmente accettabile per l’Occidente. Appare evidente, infatti, che qualsiasi accordo tra le parti debba avere implicitamente l’assenso anche dagli Stati uniti e dagli alleati della NATO, di conseguenza, la formalizzazione delle perdite territoriali che l’Ucraina ha già subito dal 2014 e il riconoscimento della sua neutralità potrebbero essere accettate anche a Washington, poiché non prevederebbero una revisione dell’architettura di sicurezza europea. Quest’ultimo elemento, che sembrava essere l’obiettivo principale della mobilitazione delle forze russe nel mese di novembre, appare infatti chiaramente irraggiungibile per Mosca, come dimostrato dall’irrigidimento del dialogo tra le due parti nel corso delle settimane antecedenti all’invasione. Di conseguenza, se la revisione formale della sicurezza europea non è nell’ordine delle cose, la finlandizzazione dell’Ucraina potrebbe essere una soluzione funzionale ad entrambe le parti e potrebbe consentire a Kiev di avviare un processo di sviluppo politico ed economico proprio, dentro l’UE ma fuori dalla NATO.

Chiaramente, il conseguimento degli obiettivi precedentemente esposti dipenderà dall’evoluzione della situazione sul campo. Finché l’esercito russo non riuscirà ad imporsi sul terreno, assediando le principali città ucraine ma senza conquistarle e non sfondando le difese dell’esercito regolare di Kiev, il raggiungimento degli scopi dell’operazione sarà di fatto impossibile. In conclusione, è bene tenere a mente un ultimo aspetto, a tre settimane dall’inizio delle operazioni la nostra comprensione di quanto sta avvenendo sul terreno è estremamente limitata e non conoscendo le condizioni materiali delle due forze in campo, sostenere che l’una o l’altra sia in netto vantaggio o lasciarsi andare, sull’onda dell’emotività, a considerazioni secondo le quali l’esercito russo è sconfitto ed incapace di sostenere lo sforzo bellico, rischia di esporci a tragici errori di valutazione.

(Lorenzo Riggi, via Geopolitica.info cc by)

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