Sabato, 08 ottobre 2022 - ore 00.41

UN MONDO DA RICOSTRUIRE

IL RECOVERY PLAN: COME GESTIRLO IN MODO DA NON LASCIARE INDIETRO NESSUN LAVORATORE NELLA DELICATISSIMA FASE DELLA RICONVERSIONE PROFESSIONALE?

| Scritto da Redazione
UN MONDO DA RICOSTRUIRE

Una svolta epocale

Un mondo da ricostruire: un tema, quello del corso del 2022, quanto mai attuale, reso anzi ancora più attuale a causa delle drammatiche vicende della guerra scoppiata nel cuore dell’Europa.

Un mondo da ricostruire: ma come?

I due relatori della serata di inaugurazione (aperta dal direttore ing. Francesco Torrisi e dall’assessora alla Cultura prof. Emanuela Nichetti), i proff. Antonella Occhino e Giovanni Bombelli hanno fatto una puntuale disamina della risposta europea.

Non vi è dubio: quanto ha predisposto l’Ue, un Piano di 750 miliardi di euro, non si era mai visto in tutta la storia dell’Europa, né sotto il profilo quantitativo né sotto quello qualitativo.

Siamo davvero di fronte a una svolta epocale, a un vero e proprio cambio di papradigma: dall’approccio “sincronico” di Kant (l’attenzione ai contemporanei) a quello della “responsabilità” nei confronti della nuove generazioni del filosofo tedesco Hans Jonas.

Una svolta che viene presentata con un lessico non a caso enfatico: transizione ecologica, rivoluzione, rigenerazione. In altre parole come una sorta di missione “palingenetica” 

Rivincita della “politica” sull’economia

Siamo in presenza di una rivincita degli Stati, considerato che i Piani concreti vengono demandati agli Stati nazionali e di una istituzione transnazionale come l’Unione europea?

Di siciro con la globalizzazione gli Stati, checché ne dicessero alcuni studiosi, non sono morti, al contrario, e il Next Generation declinato in chiave nazionale lo sta a dimostrare. Ma è anche vero che di fronte all’emergenza della pandemia l’Europa ha dimostrato di esserci, di essere compatta, in qualche misura di rinascere.

È stata la rivincita della “politica” sull’economia, sia degli Stati che dell’Ue.

Il rilancio dei “diritti sociali”

Uno dei grandi pregi del Pnrr (la versione nazionale dell’Italia del Next Generation Eu)?

Siamo davanti a un importante investimento nei “diritti sociali”, quei diritti che la stagione del neo-liberismo prima e la stessa pandemia hanno drasticamente ridimensionati, diritti che la stessa Europa equipara agli altri diritti fondamentali quali i diritti “civili” e “politici”.

Un recupero alla grande dell’attenzione riservata dall’Europa negli anni Settanta del secolo scorso quando la Commissione europea sfornava in continuazione Direttive a salvaguardia dei lavoratori.

La nostra situazione italiana? Mentre non siamo secondi a nessuno in fatto di ammortizzatori sociali (ammortizzatori, anzi, che in tempo di pandemia sono stati estesi anche ad altre categorie di lavoratori), sul fronte delle “politiche attive” del lavoro siamo strutturalmente deboli.

È qui che dovremo investire di più. E dovremo investire non solo nella riqualificazione professionale ma anche nella formazione permanente, nel contrastare il lavoro sommerso nonché quel fenomeno preoccupante che è rappresenttao dai NEET (giovani che né studiano né lavorano), che si è accentuato durante la pandemia, nel puntare di più sulla tutela della salute (e della vita) nei luoghi di lavoro.

Dovremo operare anche sul fronte della “partecipazione” dei lavoratori nella gestione delle aziende. Non si tratta di copiare il modello tedesco della “cogestione” perché in Italia abbiamo organismi aziendali (dal consiglio di amministrazione agli organi di controllo) diversi da quelli tedeschi, ma una cosa è certa: più forte sarà la partecipazione, più forte dovrà essere la responsabilità (si avranno, in altre parole, più onori ma anche più oneri).

Il rischio di un’ennesima occasione perduta

I rischi del Piano nazionale di ripresa e resilienza?

Innanzi tutto: che tutto si risolva in una mera operazione ”economica” e in questo caso ci troveremmo di fronte a un’ennesima “occasione perduta” perché non avremmo nessun cambiamento strutturale.

C’è poi il rischio che, sul versante di una delle principali “mission” del Piano, la digitalizzazione, di confondere i “mezzi” col “fine” (questo anche nelle scuole) attribuendo al digitale una funzione palingenetica che non può avere.

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