Martedì, 28 settembre 2021 - ore 10.29

Venti anni dall’11/9. La fine dell’egemonia americana

Venti anni dall’11/9. La fine dell’egemonia americana

| Scritto da Redazione
Venti anni dall’11/9. La fine dell’egemonia americana

L’11 settembre non si limitò a devastare New York ma cambiò irrimediabilmente anche gli equilibri internazionali. Da lì in avanti gli Stati Uniti, freschi vincitori della guerra fredda, affrontarono una serie di conflitti che avrebbero progressivamente eroso il loro prestigio e dissanguato i loro eserciti e le loro casse. Questa a 20 anni di distanza l’analisi di Antonio Varsori, docente di Storia delle relazioni internazionali presso l’università di Padova.

Professor Varsori, in che contesto si svolsero gli attentati dell’11 settembre 2001?

“Gli anni ’90 erano stati contrassegnati da grandi illusioni: di una pace duratura e di un ordine internazionale stabile, basato sul multilateralismo e con al centro l’Onu e i suoi interventi umanitari, più o meno riusciti. C’era allo stesso tempo l’idea di un’iperpotenza americana e l’aspettativa di un futuro radioso basato sul successo dell’occidente, con la globalizzazione che avrebbe portato dappertutto il libero mercato e la democrazia. Bisogna aggiungere che l’amministrazione Bush arrivò alla Casa Bianca indebolita dalle difficili e contestate elezioni presidenziali: molti all’inizio pensavano che si sarebbe occupata soprattutto del cortile di casa, senza grosse ambizioni internazionali. Anche se al suo interno c’erano collaboratori di grande esperienza, alcuni dei quali provenienti addirittura dall’amministrazione Nixon, fautori di una visione più assertiva del ruolo degli Usa. Con l’11 settembre comunque le cose cambiarono radicalmente”.

Gli attacchi terroristici costrinsero l’America a cambiare strategia?

“C’è chi sostiene che furono soprattutto Cheney e Rumsfeld a sostenere una svolta unilateralista; sta di fatto che gli Stati Uniti si sentirono ormai in grado di agire autonomamente su scala mondiale. Non solo e non tanto per il petrolio, come spesso si dice; il ragionamento era: ‘combattiamo il terrorismo, e questo ci consentirà anche di confermare la nostra leadership globale e di dare al medio oriente la conformazione che ci interessa’”.

 

Nasce così “guerra globale al terrorismo”.

“Non dimentichiamo che sull’invasione Afghanistan all’inizio ci fu un consenso internazionale indiscusso: dopo l’11 settembre Le Monde, non proprio un giornale filoamericano, uscì con il titolo ‘Siamo tutti americani’. Con l’Iraq il ragionamento fu diverso: cogliere l’opportunità per regolare definitivamente i conti con Saddam, ridisegnare il medio oriente e dimostrare che era possibile esportare la democrazia. Oggi sappiamo che è stato un errore clamoroso, pagato in maniera pesante dagli Usa e da molti altri, a cominciare dagli afghani e dagli iracheni. La situazione in Afghanistan è sotto gli occhi di tutti; l’Iraq per il momento regge, ma più che dall’occidente l’Isis è stato sconfitto soprattutto grazie all’apporto di altre potenze come Russia, Turchia e Iran”.

Proprio con l’invasione dell’Iraq iniziò a incrinarsi la solidarietà internazionale verso gli Stati Uniti.

“La sensazione è che a un certo punto il mondo occidentale abbia concentrato l’attenzione su se stesso e sui propri conflitti interni. Non a caso per un periodo soprattutto francesi e tedeschi pensarono di far giocare all’Ue un ruolo più importante sul piano internazionale, cercando di imporre una visione di due occidenti: uno buono, europeo e multilateralista, uno negativo angloamericano. E Blair, che fino al 2003 era considerato un esempio soprattutto per la sinistra, venne in qualche modo ripudiato. Era tra quelli che forse credettero più fermamente all’esportazione della democrazia”.

Tornando all’11 settembre, c’è anche chi tende a ridimensionarne la portata e gli effetti.

“Fu sicuramente un evento epocale: nel breve e nel medio periodo ha provocato una serie di scelte che hanno influenzato pesantemente la politica internazionale. Quanto agli effetti di lungo periodo, spesso sono andati in senso opposto a quelli desiderati. Proviamo pensare a Putin, abilissimo a sfruttare il post 11 settembre: a parole si allineò all’America nella lotta al terrorismo, in realtà ne approfittò per scatenare una seconda guerra in Cecenia senza che l’occidente dicesse nulla. E lo stesso ha fatto la Cina con gli Uiguri nello Xinjiang. In poche parole l’11 settembre ha concentrato su di sé l’attenzione dell’occidente, distogliendola da un altro processo a mio giudizio più importante, ovvero il ritorno o l’ascesa di nuovi attori internazionali. Non ci si è accorti che il vero cambiamento era che non esisteva più sistema unipolare come negli anni ’90, fondato sulla globalizzazione e i valori occidentali, ma si andava verso un mondo multipolare, per giunta con un occidente sempre più debole e in cui gli organismi internazionali tornavano a contare molto poco”.

E l’Islamismo radicale? È ancora un pericolo?

“L’Islam si è apparentemente rafforzato ma continua ad essere diviso al suo interno, come abbiamo visto nella frattura tra Isis, Turchia e Iran, ma anche nei conflitti tra sciiti e sunniti nelle varie parti del mondo: dalla penisola arabica allo stesso Afghanistan. Faccio l’esempio: oggi in Siria l’occidente è praticamente assente, mentre sono protagonisti attori che una volta venivano considerati Stati clienti: Turchia, Iran, addirittura il Qatar. Dal che si capisce che anche nel mondo islamico gli interessi nazionali a volte contano più dei fattori culturali e religiosi”.

Com’è oggi il quadro internazionale?

“Siamo tornati a sistema di relazioni basate sulla tradizionale politica di potenza. Le ideologie alla fine contano poco: non interessano a Putin e nemmeno la Cina non vuole convertire gli altri Paesi al comunismo. Fortunatamente per noi l’equilibrio del terrore funziona ancora, gli attori al momento si comportano razionalmente e nessuno vuole un conflitto generalizzato; questo non toglie che si torni a combattere guerre locali, mentre sullo sfondo la Cina usa in maniera molto spregiudicata il suo potere economico per espandere la sua influenza. Persino all’interno di Ue e Nato è tornata la conflittualità tra Stati, come abbiamo visto con l’attacco anglo-francese per sottrarre la Libia all’influenza italiana. Con risultati anche qui non voluti, visto che di fatto si è aperta la strada a turchi, egiziani e russi. Ciascun Paese persegue i propri interessi, con un ritorno su scala mondiale di una situazione quasi ottocentesca, in cui grandi e piccole potenze si incontrano e si scontrano per i loro interessi nazionali”.

(Daniele Mont D’Arpizio, Il Bo Live/UniPD cc by nc nd)



Foto US Central Command CC0 – 
Il general maggiore Chris Donahue, ultimo soldato Usa a lasciare l’Afghanistan il 30 agosto 2021

Foto cne-cna-c6f CC0 – Evacuazione di civili da Kabul il 22 agosto 2021

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