Giovedì, 23 aprile 2026 - ore 19.47

Carlo Maria Martini e gli altri (cardinali)

| Scritto da Redazione
Carlo Maria Martini e gli altri  (cardinali)

Con la terrena dipartita del cardinale Martini si evidenzia il vuoto che domina nel concistoro, sempre più tenuto sotto controllo dal pontefice Ratzinger mediante nomine opportunamente valutate.

Negli attuali cardinali, almeno quelli più in vista che maggiormente si “allenano” per la successione al soglio di Pietro, il comune denominatore che li lega è l’esigenza di “vincere”, contro chiunque eserciti il diritto di possedere una autonoma capacità di giudizio.

D’altra parte fu lo stesso pontefice a tagliare i ponti con l’esterno, negando ogni ipotesi di dialogo interreligioso,; nella lettera-presentazione al libercolo di Pera “Perché dobbiamo dirci cristiani”, così scrive a proposito del dialogo

 

Non meno impressionato sono stato dalla Sua analisi della libertà e dall’analisi della multiculturalità in cui Ella mostra la contraddittorietà interna di questo concetto e quindi la sua impossibilità politica e culturale. Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l’Europa e una Costituzione europea in cui l’Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità. Particolarmente significativa è per me anche la Sua analisi dei concetti di dialogo interreligioso e  interculturale.

L’ultimo intervento di Bagnasco, che stimola i cattolici ad essere più numerosi in politica, non ha suscitato l’interesse che l’autore si aspettava; ormai è fin troppo chiaro che l’interesse della Chiesa non è confessionale e cattolico, ma  prevalentemente politico, in quanto chiede ai cattolici in politica di non guardare agli interessi della popolazione senza discriminazione di razza, di cultura e di religione, ma di guardare agli interessi della Chiesa, che non sempre sono di ordine spirituale.

Anche in questo campo è stato il pensiero del pontefice nel già citato preambolo al volumetto di Pera, a ispirare i toni politici, assimilando cristianesimo e liberismo:

 

Era per me una lettura affascinante. Con  una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente Ella analizza l’essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all’essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell’immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l’uomo è immagine e da cui abbiamo ricevuto il  dono della libertà.

Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento.

 

 

Perché più cattolici in politica ?

Vorrei credere che l’auspicio sia diretta ai valori morali dei quali i cattolici dovrebbero essere portatori; ma così non è e ce lo dimostra il cattolicoinpolitica per antonomasia, Formigoni, il cui comportamento che, finalmente, emerge, nulla ha a che vedere con l’etica cattolica.

Bagnasco vuole più cattolici in politica per vincere… è solo questo lo scopo non più recondito.

Vincere…. Come quel “Vincere e… vinceremo” di mussoliniana memoria, quando alle certezze del duce seguirono mazzate da orbi.

La Chiesa vuole vincere, o meglio, vuole continuare a vincere  come è abituata da quasi 2000 anni.

L’aspirazione a vincere è insita nel pensiero stesso di Ratzinger, coautore, sempre con Pera,  di quel “Senza radici” che identificava nelle cristianesimo le radici dell’Europa, escludendo tutti gli altri, ma identificando il cristianesimo più come un carattere antropologico che una coerenza di Fede.

Vincere significa supremazia: la società della supremazia è merce vaticana, oggi più che mai con la pretesa di un rinnovato “civis romanus sum”, ma stavolta con la supremazia al mondo occidentale europeo, perché frutto delle “radici cristiane dell’Europa”.

Ben diverso l’insegnamento (che ha dato molto fastidio alle attuali vertici vaticani)  del card. Martini, perché

«C'è molta più dignità e saggezza nell'accettare la sconfitta che nel celebrare la vittoria. Comincia a darmi fastidio il verbo "vincere" perché è diventato il mito della società della competizione, del conflitto, della supremazia, della guerra, della dialettica politica. In nome della vittoria abbiamo liquidato troppi vinti. La vittoria è l'emblema della guerra. Ha accecato dittatori, conquistatori, tiranni, ha rappresentato il sogno permanente degli imperialismi è sempre stata la condizione per l'affermazione del potere. (Da una omelia del card. Martini)

Non si tratta della inaugurazione di un presidio innovativo, sono secoli che è così; la società competitiva, che prevede una vittoria e una sconfitta, l’ha inventata la Chiesa quando entrò in competizione con l’impero, imponendo all’imperatore la benedizione papale, pena la scomunica che lo avrebbe privato del dovere all’obbedienza dei suoi vassalli.

 

La sconfitta, invece, è la condizione di vita dei poveri, dei deboli, degli ultimi, degli schiavi, dei perseguitati, degli oppressi, dei perdenti. In 6000 anni di storia umana abbiamo celebrato tante vittorie per dire pace, ma appena si sono pronunciate tali parole già si predisponevano le armi per celebrare una nuova vittoria sul nemico. Educare alla vittoria è educare alla guerra di competizione. Educare alla sconfitta è educare all'accettazione del limite umano. Stare con i vinti, stare con gli umili, stare con gli oppressi significa stare dalla parte dell'umanità. Perché l'unica vittoria vera è quella per gli sconfitti, ossia per dare ai perdenti la dignità dei vincenti. Educare alla sconfitta è educare alla vita. E allora forse avremo molto meno doping, molte meno lacrime, molto meno ipocrisia e molta più sapienza».

Grazie, cardinale Carlo Maria Martini, dell’insegnamento che ha posto le basi per una rinnovata civiltà della solidarietà.  Riposi in PACE.

Rosario Amico Roxas

 

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