Martedì, 28 settembre 2021 - ore 10.06

Emergenza analfabetismo funzionale

''La popolazione italiana sembra vivere passivamente la crisi del Paese anche a causa del suo livello di analfabetismo funzionale, che è forse la più grande emergenza''

| Scritto da Redazione
Emergenza analfabetismo funzionale

La crisi pandemica è solo l’ennesima che l’Italia si è trovata a vivere negli ultimi anni, senza mai trovare una via di fuga dal declino sociale ancor prima che economico, come mostrano i dati raccolti da The European House-Ambrosetti durante la kermesse di Cernobbio, tacciabile di tutto fuorché essere d’ispirazione comunista.

Nel report Ridisegnare l’Italia. Proposte di governance per cambiare il Paese si documenta che tutte le generazioni nate fino alla fine degli anni ’60 hanno fatto registrare tassi crescenti di passaggio verso classi sociali di livello superiore rispetto a quelle di origine; poi l’ascensore sociale si è rotto, o meglio ha iniziato a muoversi solo verso il basso. «Per i nati tra il 1972 e il 1986 chi sperimenta una mobilità verso il basso è tale da superare i livelli registrati da tutte le generazioni precedenti», e la disuguaglianza è diventata una caratteristica principe della nostra società.

La disuguaglianza in termini di ricchezza tra Lombardia e Calabria (+135%) è il doppio di quella tra Germania e Grecia (+68%), mentre il 20% più ricco della popolazione italiana ha un reddito 6 volte superiore a quello più povero. L’indice di Gini (nel 2018, era pre-pandemia) è 0,328, più alto rispetto a Francia, Germania e il 19° peggiore nell’Ue a 28, eppure c’è chi se la passa bene: per l’ad di una società quotata in Italia lo stipendio medio vale quanto quello di 114,2 dipendenti.

Pochi ma significativi esempi di una disuguaglianza ormai feroce, come mostrano numerose ricerche, eppure la dialettica politica discute se abbattere o meno il misero scudo del reddito di cittadinanza, perché “la gente deve soffrire”, come dichiara l’ex leader del principale partito di centrosinistra, Matteo Renzi.

Perché di fronte a queste barbarie la sollevazione sociale di fatto non c’è, ma anzi molti poveri continuano a votare chi sostiene esplicitamente politiche per affamarli?

«La popolazione italiana sembra vivere passivamente la crisi del Paese anche a causa – risponde il report Ambrosetti – del suo livello di analfabetismo funzionale, che è forse la più grande emergenza che oggi il Paese si trova ad affrontare». L’altro lato della medaglia è il progressivo declino di partiti e (dunque) politica: «Nel corso degli anni il confronto pubblico si è via via trasformato in uno scontro tra tifoserie, basato spesso su preconcetti e non su una conoscenza sostanziale dei temi e dei fatti oggetto di discussione».

Per analfabetismo funzionale il report intende, classicamente, l’incapacità di usare in modo efficace le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. Si traduce, in pratica, nell’incapacità di comprendere valutare e usare le informazioni che riguardano l’attuale società, ed è un problema che riguarda la grande maggioranza degli italiani:  più di sette italiani su dieci – contro una media Ocse del 49% – sono analfabeti funzionali o hanno capacità cognitive e di elaborazione minime, come mostrano in dettaglio le indagini Isfol-Piaac sulle competenze degli adulti (16-65enni) di cui abbiamo già dato conto su queste pagine grazie al supporto di Vittoria Gallina, che ha lavorato da vicino all’elaborazione di questi report.

Uno stato dell’arte che frena sul nascere ogni velleità di sviluppo sostenibile, come anche l’introduzione di innovazioni “verdi”. Che fare? Dall’Ambrosetti suggeriscono l’ennesima riforma della scuola e dell’università, abbinate a una morsa a tenaglia contro analfabetismo funzionale e politica-marketing.

Da un lato, meno tasse per chi studia, attraverso «l’offerta dei percorsi formativi relativi alle cosiddette competenze trasversali e la cui partecipazione (su base volontaria) sia propedeutica all’accumulo di crediti formativi anche durante la vita post-istruzione». Crediti formativi da valorizzare «attraverso una premialità defiscalizzante a valere su imprese, lavoratori dipendenti, pensionati e lavoratori autonomi, senza distinzione di età appartenenza sociale e genere». Dall’altro lato, la costruzione di «leadership program» certificati a livello nazionale per formare i migliori talenti del paese e costruire una classe dirigente degna di questo nome.

Sarebbe oltremodo utile che simili proposte, ma soprattutto i problemi che sottendano, fossero indagati diffusamente nel dibattito pubblico, ma anche i media che hanno seguito l’evento di Cernobbio si sono concentrati su tutt’altro.

Resta dunque intatto il grande problema: quella italiana appare come «una popolazione passiva, scarsamente propensa a manifestazioni “di insofferenza” alimentata da un elevato grado di analfabetismo funzionale». Anzi, quando gli “insofferenti” si palesano in genere è contro il nemico sbagliato, come nel caso delle sindromi Nimby&Nimto contro le rinnovabili o il montare delle proteste No vax, fenomeni uniti da una generale ignoranza quanto soprattutto da una massiccia – e giustificata – sfiducia verso le pubbliche istituzioni che non si sono mostrate in grado di arginare un declino sociale perdurante da anni.

Di fronte al pessimismo della ragione, resta dunque solo l’ottimismo della volontà seguito dall’imperativo gramsciano: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.

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