Domenica, 02 ottobre 2022 - ore 18.55

Gli ambientalisti compatti sul Pnrr di Draghi: ''Non è un piano significativo per il clima''

''Rischiamo di rimanere fuori dalla grande trasformazione in atto e diventare un Paese irrilevante dal punto di vista industriale''

| Scritto da Redazione
Gli ambientalisti compatti sul Pnrr di Draghi: ''Non è un piano significativo per il clima''

Nessun effetto taumaturgico da parte del premier Draghi, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) diretto oggi a Bruxelles non convince le principali associazioni ambientaliste italiane che sul punto argomentano una posizione congiunta: complessivamente «non è un piano significativo per il clima» né risulta incisivo «nell’allocazione delle risorse e nelle riforme per innovare i settori pilastro della decarbonizzazione».

Secondo Greenpeace, Kyoto club, Legambiente, Transport & Environment e Wwf a difettare non è dunque l’ammontare delle risorse destinate alla rivoluzione verde – ovvero 69,96 mld di euro in totale, una «spesa significativa» anche secondo gli ambientalisti – ma la loro allocazione inefficiente e il fatto che una «strategia opaca e ampi margini di discrezionalità rendono difficile perseguire con decisione il percorso verso l’azzeramento delle emissioni (nette, ndr) di carbonio», fissato dall’Ue al 2050 con un target intermedio di riduzione al 2030: -55% sul 1990. Il fatto che invece il Pnrr indichi «un obiettivo di decarbonizzazione per l’Italia al 2030 del 51% senza che questo appartenga in alcun modo a strategie o policy nazionali pubbliche e concordate a livello europeo o internazionale», è già assai indicativo.

«Le risorse classificabili come ‘verdi’ appaiono marginali nella transizione energetica e scollegate da una strategia climatica. Quando si valuta un piano da quasi 250 miliardi non ha solo valore quello che c’è, ma anche – argomentano gli ambientalisti – quello che manca e che faticherà a trovare uno spazio nei bilanci e nelle riforme dei prossimi anni. Rischiamo di rimanere fuori dalla grande trasformazione in atto e diventare un Paese irrilevante dal punto di vista industriale».

Tra le principali lacune del Piano, gli ambientalisti annoverano «la mancanza di una governance che metta in relazione le misure con gli obiettivi climatici, in termini di spesa, impatto e monitoraggio»; la «mancanza di una proposta per la finanza verde come leva per lo sviluppo del Paese»; la «mancanza di una proposta di riforma della fiscalità che assicuri l’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi alle fonti fossili e contestualmente identifichi nei principi di fiscalità ambientale i pilastri per la riforma fiscale da inserire nella legge delega prevista per luglio».

Per contestualizzare tali mancanze, è utile ricordare che sussidi ambientalmente dannosi censiti dal Governo stesso valgono 19,7 mld di euro l’anno mentre Legambiente ne stima 35,7: la metà di tutte le risorse destinate dal Pnrr alla “rivoluzione verde” non annualmente ma da qui al 2026. E come già detto non sta nelle risorse il vulnus principale del piano, ma nella loro allocazione, mentre le speranze si concentrano sulle riforme annunciate ma sulle quale pesa come un macigno l’aleatorietà politica.

Si prenda ad esempio le rinnovabili: «Il contenuto più rilevante del Pnrr è la proposta di riforma del sistema delle autorizzazioni, potenziamento di investimenti privati, incentivazione di meccanismi di accumulo ed incentivazione di investimenti pubblico privati, sulla cui voce, però non viene identificato budget. Speriamo sia la volta buona e non l’ennesima promessa perché è 10 anni che le rinnovabili sono al palo in Italia». Ma anche qui le premesse non sono delle migliori: «L’Italia deve incrementare lo sviluppo delle rinnovabili per circa 6000MW anno. Lo stesso ministero della Transizione ecologica ambisce ad una penetrazione delle Fer al 72% al 2030 rispetto al 35% attuale. Tuttavia il Pnrr prevede risorse per soli 4000 MW, per tutta la durata del Piano».

Peggio ancora sull’economia circolare: «Le risorse classificate come economia circolare sono unicamente indirizzate al trattamento dei rifiuti, incluso il trattamento chimico che per alcuni processi risulta potenzialmente dannoso per l’ambiente (un aspetto che resta da chiarire, anche perché le potenzialità del riciclo chimico per alcune frazioni di rifiuti, come le plastiche post-consumo non riciclabili, appaiono di ampio interesse, ndr). La componente del rifiuto è solo una parte dell’economia circolare che include il design, la realizzazione del prodotto, la ricerca di nuovi materiali ad impatto zero e completamente riciclabili. Queste parti non sono incluse nel Piano».

Il dado del Pnrr però ormai è tratto, il documento pronto all’esame europeo e le risorse indispensabili per la ripresa post-Covid. Sarà indispensabile seguire la piena e corretta applicazione delle riforme per la rivoluzione verde, e correggere dove possibile le storture del Piano Draghi almeno in fase applicativa.

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