Venerdì, 05 marzo 2021 - ore 01.43

L’economia del pianeta è meno circolare

| Scritto da Redazione
L’economia del pianeta è meno circolare

L’umanità ha superato due importanti soglie che ne minano la sopravvivenza: consumiamo 100 miliardi di tonnellate di materiali ogni anno, e il mondo è più caldo di oltre 1°C rispetto all’era preindustriale. Per l’esattezza, nel 2020 siamo arrivati a +1,25 °C, mentre il Circular gap report appena presentato durante il World economic forum mostra che consumiamo più di 100 Gt di materiali all’anno e che solo l’8,6% – ovvero 8,65 miliardi di tonnellate – proviene da recupero. Al di là dei proclami, significa un’economia non-circolare al 91,4%.

I dati già raccolti dall’ONU mostrano anche profonde iniquità legate all’estrazione globale di materie prime, che è aumentata di 3,4 volte dal 1970 passando da 27 a 92 miliardi di tonnellate l’anno, mentre la popolazione globale è “solo” raddoppiata (come il PIL procapite). Sempre su base pro capite, i livelli di consumo di materiali nei paesi ad alto reddito sono infatti superiori del 60% rispetto a quelli a medio-alto reddito e 13 volte il livello dei paesi a basso reddito. Tutti siamo però chiamati a invertire la rotta, benché su livelli di responsabilità differenziati, perché dall’economia circolare passano le nostre chance di sviluppo sostenibile e di concreta lotta alla crisi climatica in corso.

Il Circularity gap report 2021 mostra infatti che l’economia circolare ha il potere di ridurre le emissioni globali di gas serra del 39% e di ridurre l’uso di risorse vergini del 28%. Il rapporto calcola che il 70% di tutte le emissioni è generato dall’estrazione, lavorazione e produzione di beni per soddisfare le esigenze della società: i vestiti che indossiamo, i telefoni che possediamo e i pasti che mangiamo. Ma 22,8 miliardi di tonnellate (Gt) di emissioni annuali associate alla creazione di nuovi prodotti da materiali vergini possono essere eliminati applicando strategie circolari che riducano drasticamente la quantità di minerali, combustibili fossili, metalli e biomasse consumati dall’economia mondiale.

«Per miliardi di anni, il nostro pianeta natale è stato in un ciclo perfetto – commenta Martin Frick, Senior director policy e Programme coordination all’Unfccc –. Nuova vita emergeva costantemente dallo stesso carbonio che esisteva prima. Dobbiamo ripristinare questo equilibrio e raggiungere senza indugio la neutralità del carbonio. Per questo, dobbiamo eliminare gli sprechi e creare prodotti che durino, possano essere riparati e alla fine possano essere trasformati in nuovi prodotti».

Sempre con la consapevolezza, come ricordato recentemente anche dall’Agenzia europea dell’ambiente, che un’economia circolare al 100% resta fisicamente impossibile visti i limiti insiti nelle leggi della termodinamica. Al contempo, è evidente che tra un ipotetico 100% e l’attuale 8,6% di spazio per intervenire ce n’è moltissimo. Dove?

Il Circularity gap report sostiene che tre comparti fondamentali a soddisfare le umane esigenze sono responsabili di quasi il 70% delle emissioni globali, e anche quelli in cui le strategie circolari possono avere il maggiore impatto: edilizia, mobilità e alimentazione.

Più nel dettaglio, applicare i principi dell’economia circolare all’edilizia – da cui arrivano 13,5 Gt di emissioni climalteranti l’anno – potrebbe ridurre le relative emissioni di 11,8 Gt e la domanda di materiali vergini di 13,6 Gt; la mobilità genera 17,1 Gt di emissioni l’anno, che potrebbero calare di 5,6 Gt mentre la domanda di materiali di 5,3 Gt; dall’alimentazione, cui sono legate 10 Gt di emissioni l’anno, potremmo infine tagliare 4,3 Gt di emissioni e 4,5 Gt di materiali.

Complessivamente, le strategie individuate nel Circularity gap report taglierebbero il consumo annuale di risorse fino a raggiungere le 79 Gt, incrementando al contempo la circolarità dell’economia a circa il 17%. Questo dato potrebbe indurre a pensare che l’Italia abbia già tagliato il traguardo – qui il tasso di circolarità documentato da Eurostat è al 17,7% –, ma sarebbe un grave errore guardando all’impiego delle risorse naturali su scala globale.

Il Circularity gap report testimonia che attualmente i Paesi a basso reddito come l’India e la Nigeria ospitano il 48% della popolazione globale, ma utilizzano solo il 19% delle risorse e generano il 17% delle emissioni; nei Paesi a medio reddito come Cina e Brasile i dati sono rispettivamente 36%, 51% e 47%; nei Paesi ricchi come quelli europei, gli Usa o il Giappone, vive invece solo il 16% della popolazione globale, che consuma però 31% delle risorse e da cui arriva il 43% delle emissioni.

È chiaro dunque che l’obiettivo globale per la circolarità dell’economia viene posto al 17%, l’Italia sia obbligata a fare assai meglio di un +0,7% rispetto alla media. Non a caso l’UE (tasso di circolarità all’11,2%) si è data l’obiettivo di raddoppiare l’impiego di materiali riciclati entro il 2030, ma questo per l’Italia – che consuma circa 500 milioni di tonnellate di risorse all’anno, ne importa oltre 300 e al contempo genera più di 170 milioni di tonnellate di rifiuti – significa tornare a correre, mentre in realtà l’economia circolare sta frenando con risultati paradossali: la produttività delle risorse e quella energetica stanno attraversando una fase di stallo, mentre i rifiuti crescono e gli impianti per gestirli diminuiscono.

(Luca Aterini, Greenreport.it)

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