Martedì, 30 giugno 2026 - ore 01.00

Lettera. Sindacati senza ruolo. RAR

Semplicemente sconcertante l’affermazione del presidente del consiglio Renzi di parlare, ascoltare i sindacati, ma rifiutandosi di trattare

| Scritto da Redazione
Lettera. Sindacati senza ruolo.   RAR

Semplicemente sconcertante l’affermazione del presidente del consiglio Renzi di parlare, ascoltare i sindacati, ma rifiutandosi di trattare perché “le leggi le scrive il Parlamento”, come se raccogliere i pareri e i suggerimenti della parti sociali  fosse una diminutio capitis che penalizzerebbe l’autorevolezza del governo.

Ma allora perché perdere tempo ad ascoltare e a parlare, se poi non si tiene conto dei suggerimenti ?

Appare più un gesto di arroganza che un invito al rispetto delle Istituzioni, anche perché, i suggerimenti, le richieste, le modifiche suggerite da Confindustria vengono ascoltate e messe in atto, con l’affermazione, sempre di Renzi che “il posto fisso non esiste più”, trascurando di prendere atto che è “il posto” a non esserci più, fisso o precario che sia. E’ l’arrogante esigenza del liberismo di sottomarca berlusconiana a volere ciò. Con i suoi governi Berlusconi si guardò bene dal portare avanti simili pretese, ben sapendo che sarebbe stato aggredito politicamente e accusato di neo fascismo autoritario, così delega il suo attuale socio di minoranza al governo Renzi di prendere le sue castagne dal fuoco, senza il rischio di scottarsi in prima persona.

Si vanifica in tal modo il ruolo dei sindacati, relegati al dibattito con il mondo imprenditoriale, ma estranei alla formulazione delle norme che devono regolamentare il lavoro e i rapporti di lavoro.

Hanno torto anche i sindacati nella attuale versione, perché non hanno preso atto dei mutamenti spontanei avvenuti nel mondo del lavoro con la globalizzazione, con l’UE, con un progresso a senso unico che non ha capito che tale progresso non può crescere all’infinito e che è giunto alla sua massima espressione, dopo di che non potrà ulteriormente svilupparsi e sarà soppiantato dalla crisi produttiva e, di conseguenza, del lavoro, del mercato, della competitività.

Compito dei sindacato  dovrebbe essere quello di proporsi come intermediario tra le forze produttive e le forse del lavoro, tra l’azienda e il mercato, tra la finanza e l’economia di mercato, cosa che non è avvenuta, mantenendo il ruolo rivendicativo che dai tempi dell’era industriale ha diviso i due mondi ponendoli l’un contro l’altro armati, senza alcuna prospettiva di collaborazione produttiva e sociale.

E’ molto probabile che ancora non risulti chiaro come l’attuale crisi segni la fine irreversibile del capitalismo liberista, ormai giunto alla massima espressione dell’egoismo di classe.

Ci furono periodi in cui il capitalismo esercitò un ruolo  nel processo dello sviluppo e del progresso; accadde quando le figure di banchieri del calibro di Rotschild e Morgan e  capitani d’industria come Carnegie, Rockfeller, Ford, interpretarono la natura creativa  del capitalismo. Anche in Italia non mancarono gli esempi, primo fra tutti Olivetti, che fu padre della sociologia dell’industria.

Oggi i tempi sono profondamente cambiati; due guerre hanno cambiato la geografia del pianeta e la guerra fredda ha cambiato i termini del confronto e dello scontro, non più ideologico ma economico.

Perché meravigliarsi se oggi capitalisti, imprenditori, manager, finanzieri non sono più quelli di una volta?

In realtà, Tanzi, Cragnotti, Fiorani, Consorte, Ricucci, e tantissimi altri più o meno mimetizzati nelle pieghe  (o piaghe ?) del potere,  sono il frutto di una logica sistemica. Rappresentano un capitalismo in declino, entrato nella sua Terza Età. Ma non possiamo trascurare di aggiungere, buon ultimo ma solo per ricordarlo meglio, lo stesso Silvio Berlusconi, fallito come politico e statista, sull’orlo del fallimento come imprenditore, che torna sui suoi stantii argomenti per interposta persona.

La natura creativa del capitalismo, con  imprenditori come quelli su citati, ha capovolto la sua tendenza per  diventare esclusivamente manageriale e speculativo, truffaldino e in mano alla corruzione dilagante.

Due guerre mondiali, l’abbraccio dello stato, la paura di nuovi crolli (come nel 1929) faranno il resto: il capitalista da  attivo e creativo, è  diventato parassita, verso lo Stato, verso il popolo, verso il mercato, trasformando l’economia di mercato in società di mercato, che  produce ciò che rende e non privilegia   ciò che serve.

E’, perciò,  ovvio che in tale situazione proliferino avventurieri di ogni genere.

Come tutte le istituzioni sociali, anche il capitalismo è “mortale”, anche se a coloro che vi sono nati e vissuti, potrebbe apparire eterno. Non si capisce allora perché anche il capitalismo, come sistema politico, economico e sociale, non possa subire la stessa sorte di altre grandi istituzioni come l’Impero Romano, giudicato altrettanto eterno dai suoi contemporanei.

Sembra un ritorno alle origini piratesche del capitalismo; non per nulla furono capitalisti d’assalto, ma anche pirati pericolosi, Drake e Morgan, che hanno, però, rischiato la pelle; personaggi come  Tanzi, Cragnotti, Fiorani, Consorte, Ricucci e Berlusconi, appaiono patetici, da capitalismo in disarmo.

In questa atmosfera da resa dei conti emerge il nuovo ruolo dei sindacati, non più arbitri di una lotta di classe, schierati dalla parte della classe lavoratrice, ma promotori del confronto tra i detentori del capitale-denaro e i detentori del capitale-lavoro.

Il capitalismo in fase terminale sta divorando ciò che resta del sistema politico ormai bloccato e privo di riferimenti: non esiste più destra, sinistra o centro, con la dialettica ideologica, ma uno stanco confronto tra le parti per discutere solo di tasse, spesa sociale, pensioni, trascurando l’impostazione squisitamente politica dell’indirizzo da dare al progresso e allo sviluppo.

Il ruolo dei sindacati sarà quello di riproporre la democrazia, diventata un fantasma che non incute paura, bensì noia, e viene, perciò, spesso rimosso da chi riesce a imporre la propria dimensione, dopo avere vanificato il senso stesso della democrazia, che sta nel libero esercizio, da parte del popolo elettore, della scelta dei propri rappresentanti, secondo coscienza e non per imposizione del potente di turno.

Se la democrazia è la “macchina che fabbrica cittadini”, nel senso che il voto rappresenta l’esercizio di una libera scelta attraverso cui l’elettore può “cambiare le cose”, allora la democrazia italiana non “fabbrica” più cittadini dal 1994, cioè dalla discesa in  campo politico di Berlusconi; situazione aggravata irrimediabilmente con la legge elettorale universalmente chiamata porcellum, in fase di peggioramento con l’italicum.

Nessuno meglio dell’apparato sindacale potrebbe farsi carico di un rilancio della democrazia ipnotizzata dalla promessa di facili guadagni e addomesticata da false visioni di chi ha tutto l’interesse di farci credere che siamo “una nazione di benestanti, in momentanea e transitoria fase di difficoltà” che non deve preoccuparsi di nulla, neanche se si dovesse andare a elezioni anticipate; questo il succo delle affermazioni di Berlusconi che, ancora, crede di poter tornare nella stanza dei bottoni, trasformata, ancora una volta, nella “stanza dei bottini”, vincendo le elezioni da solo con il suo FI, che dovrebbe passare dall’8,4% di Reggio Calabria al 51%.

La promozione del confronto: questo il nuovo ruolo dei sindacati, perché non c’è democrazia se il confronto fra le parti viene sostituito dallo scontro, o, peggio dall’indifferenza ostile

Rosario Amico Roxas

 

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