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Pianeta Migranti. L'Eni a processo per i disastri ambientali a ‘casa loro’

Il 9 ottobre si è aperto a Milano il processo che vede l'Eni accusata di disastro ambientale per l'esplosione di un oleodotto in Nigeria, nel Delta del Nilo causando gravi danni ambientali.

| Scritto da Redazione
Pianeta Migranti. L'Eni a processo per i disastri ambientali a ‘casa loro’ Pianeta Migranti. L'Eni a processo per i disastri ambientali a ‘casa loro’ Pianeta Migranti. L'Eni a processo per i disastri ambientali a ‘casa loro’ Pianeta Migranti. L'Eni a processo per i disastri ambientali a ‘casa loro’

Pianeta Migranti. L'Eni a processo per i disastri ambientali a ‘casa loro’

Il 9 ottobre si è aperto a Milano il processo che vede l'Eni accusata di disastro ambientale per l'esplosione di un oleodotto in Nigeria, nel Delta del Nilo causando gravi danni ambientali.

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Proprio dal Sud della Nigeria ricca di petrolio, provengono la maggior parte dei migranti che cercano protezione nel nostro paese. Il modo migliore per aiutarli a casa loro è non creare danni del genere.

Per il secondo anno consecutivo la Nigeria è il Paese africano con il più alto numero di migranti arrivati sulle coste italiane. Da gennaio a maggio 2017, secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dalle coste libiche sono arrivati 9.286 uomini e donne nigeriani. Un 28% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ma i nigeriani sono migranti di serie B: hanno il record di arrivi e richieste di protezione in Italia ma anche quello di diniego di asilo. Il 75% di chi fugge dalla Nigeria lo fa per ragioni economiche. Secondo i dati dell’Oxford Poverty and Human Development Initiative (Ophi), l’84,4 della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Su 180 milioni di persone, i disoccupati sono circa 11,5 milioni, di cui la metà giovani, il tasso più alto negli ultimi 8 anni. Nonostante la ripresa del prezzo del petrolio, di cui la Nigeria è primo produttore in Africa, la crescita economica stenta con il Pil in contrazione dello 0,5%.  Alla gravità del quadro economico contribuisce anche la questione ambientale sempre più dirompente per i ripetuti versamenti di petrolio sul suolo che inquinano e rendono impossibile vivere in queste aree.

Il 5 aprile 2010 un oleodotto gestito dalla Nigerian Agip Oil Company (Naoc), sussidiaria nigeriana di Eni, è esploso inondando una superficie di 17,6 ettari nei pressi del villaggio di Ikebiri. Ma l’ammissione del guasto e l’intervento dei tecnici è arrivato quasi una settimana dopo. Terreni agricoli, stagni e fiumi dove la popolazione pesca e coltiva, sono stati contaminati e l’intera comunità (circa 5 mila persone) è stata privata dei propri mezzi di sostentamento. La popolazione Ikebiri però non si è rassegnata e, dopo una lunga trafila, è riuscita a portare l'Eni a processo a Milano. Un processo storico: da una parte ci sono i legali della ong Friends of the earth, che rappresentano gli oltre 5 mila abitanti della comunità Ikebiri, un popolo che vive di pesca e agricoltura. Dall’altra, c’è il colosso dell’Oil&Gas Eni, insieme alla sua controllata Nigerian Agip Oil Company (Naoc). Per la prima volta in Italia una tribù indigena porta a processo una multinazionale. All'Eni viene chiesto di assumersi le responsabilità del disastro, di bonificare il terreno e di pagare un risarcimento di 2 milioni di euro. Da parte sua, Eni ha sempre sostenuto che la sua sussidiaria ha già effettuato la bonifica dei terreni e che la popolazione avrebbe rifiutato una compensazione di 20 mila dollari. La comunità Ikebiri spera di ottenere dalla giustizia italiana ciò che è impossibile in Nigeria ed è determinata a proseguire la causa.

Questo è solo uno dei tanti casi di inquinamento provocato dalle compagnie petrolifere che agiscono nel Delta del Niger, una delle zone più ricche di petrolio dell’intera Africa: Shell, Mobil, Chevron ed Elf. Dal 1956, anno in cui è stata avviata la produzione petrolifera, sono avvenuti più di 10 mila sversamenti e molto spesso le compagnie, invece di bonificare le zone, preferiscono dare fuoco al petrolio per eliminare le prove. E anche quando si ricorre ai tribunali locali è difficile avere giustizia perché le compagnie sono troppo potenti, la pressione dei governi europei assetati di risorse è forte e le rendite dal petrolio sono una voce chiave nel bilancio del governo.

Nel caso si dovesse arrivare a sentenza nel processo di Milano all'Eni, sarebbe la prima volta che in Italia una compagnia viene chiamata a rispondere per i danni ambientali provocati da una propria sussidiaria in un altro paese, anche se non è da escludere che vi possa essere un accordo extragiudiziale tra la compagnia e la comunità Ikebiri così da evitare il pronunciamento del giudice. Un precedente importante in questo senso risale al 2015 quando la comunità Bodo, che si era appellata alla corte di Londra, ha ottenuto dalla Royal Dutch Shell un risarcimento di 83,5 milioni di dollari per i danni provocati da un analogo incidente anche se di portata molto più grande. Questa vicenda e altre simili dicono che il primo modo per aiutarli “a casa loro” sarebbe  smetterla di sfruttare le loro risorse naturali deprivandoli del diritto a godere di quanto appartiene a loro e per di più devastando in modo irreversibile il loro ambiente di vita. Per questo Mani Tese, Amnesty e Survival International hanno deciso di promuovere una campagna per mantenere alta l'attenzione sulle devastazioni ambientali nel Delta del Niger. Resta da chiedersi con che arbitrio o arroganza poi classifichiamo i nigeriani che arrivano in Italia 'migranti economici' a cui si diniega la richiesta di

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