Venerdì, 14 agosto 2020 - ore 10.47

Proteggere la biodiversità per prevenire la prossima pandemia. E costerebbe molto meno

Basterebbe un investimento annuale di 30 miliardi di dollari per la prevenzione di futuri focolai, quanto l'1 - 2% della spesa militare annuale dei 10 Paesi più ricchi del mondo

| Scritto da Redazione
Proteggere la biodiversità per prevenire la prossima pandemia. E costerebbe molto meno

Finora, la pandemia di Covid-19 è costata all’economia mondiale almeno 2,6 trilioni di dollari e alla fine – mentre sta dilagando nei Paesi in via di sviluppo – potrebbe costare 10 volte di più. Quanto costerebbe evitare che tutto questo accada di nuovo? E quali sono le principali azioni che devono essere intraprese per riuscirci? A queste domande hanno cercato di rispondere Andrew Dobson, professore di ecologia e biologia evoluzionistica alla Princeton University e Stuart Pimm della Duke University e per farlo hanno messo insieme un team  multidisciplinare di epidemiologi, biologi delle malattie della fauna selvatica, professionisti della conservazione, ecologi ed economisti che ora scritto su Science – Policy Forum   l’articolo Ecology and economics for pandemic prevention” nel quale si sostiene che una nuova pandemia zoonotica potrebbe essere evitata con «un investimento annuale di 30 miliardi di dollari che si ripagherà rapidamente».

Pimm ricorda che «Fino ad ora, ci sono stati almeno altri 4 agenti patogeni virali che sono emersi nella popolazione umana in questo secolo. In futuro, gli investimenti nella prevenzione potrebbero essere la migliore polizza assicurativa per la salute umana e l’economia globale».

Le principali cause della possibile e incombente diffusione dei patogeni emergenti sono la distruzione delle foreste tropicali e il commercio della fauna selvatica. Alla Princeton evidenziano che «Ciascuna ha contribuito a due delle quattro malattie emergenti che sono comparse negli ultimi 50 anni: Covid, Ebola, SARS, HIV. Sia la deforestazione che il commercio di animali selvatici causano anche danni diffusi all’ambiente su più fronti, quindi ci sono diversi benefici associati alla loro riduzione. L’aumento del monitoraggio e della sorveglianza di queste attività consentirebbe di rilevare i futuri virus emergenti in una fase molto precoce, quando il controllo potrebbe impedire un’ulteriore diffusione».

Tutte le prove genetiche credibili indicano che il Covid-19 sta emergendo da una specie di pipistrello commercializzata come cibo in Cina e i ricercatori sottolineano che «Il commercio di animali selvatici è una componente importante dell’economia globale, interessando i principali prodotti economici tra cui cibo, medicine, animali domestici, abbigliamento e mobili. Alcuni di questi vengono scambiati come beni di lusso, il che può  creare un’associazione stretta che aumenta il rischio di trasmissione di agenti patogeni dal commerciante o all’acquirente. I mercati della fauna selvatica sono invariabilmente mal regolati e antigienici».

Di fronte a questa rete globale e a questi rischi crescenti, la Convention on international trade in endangered species of wild fauna and flora (CITES), ha un bilancio globale netto di appena  6 milioni di dollari e Dobson fa notare che «Molti dei 183 firmatari hanno arretrati di diversi anni per i loro pagamenti».

Invece, gli autori dell’articolo sostengono che «Il monitoraggio di questo commercio deve essere ampliato. In particolare, gli scienziati hanno bisogno di informazioni vitali sui patogeni virali che circolano nellesecie potenzialmente da cibo o da compagnia» e, per monitorare la salute degli animali, suggeriscono di «utilizzare gruppi di monitoraggio regionali e nazionali del commercio di specie selvatiche, integrati con le organizzazioni internazionali.Il monitoraggio e la regolamentazione di questo commercio non solo garantiranno una protezione più forte per le molte specie minacciate dal commercio, ma creeranno anche un archivio ampiamente accessibile di campioni genetici che possono essere utilizzati per identificare nuovi agenti patogeni quando emergono. Produrrà anche una libreria genetica di virus con due ruoli chiave: identificare più rapidamente l’origine e la posizione dei futuri patogeni emergenti e sviluppare i test necessari per monitorare i futuri focolai. In definitiva, questa biblioteca conterrà le informazioni necessarie per accelerare lo sviluppo di futuri vaccini».

Sebbene continuino gli appelli a chiudere i “mercati umidi” nei quali vengono venduti animali selvatici e domestici, per prevenire futuri focolai di agenti patogeni emergenti, il team di scienziati riconosce che «molte persone dipendono da alimenti e medicine di provenienza selvatica» e suggeriscono che sarebbe meglio chiedere una migliore sorveglianza sanitaria dei mercati nazionali: «Se più persone vengono formate per il  monitoraggio, il rischio che emergano nuovi virus può essere mitigato con l’individuazione precoce e il controllo dei patogeni nel commercio di specie selvatiche e lavorando con le comunità locali per ridurre al minimo i rischi di esposizione e trasmissione».

Uno degli autori dell’articolo, Binbin Li dela Duke Kunshan University di Jiangsu, spiega che «In Cina, ad esempio, ci sono troppo pochi veterinari per la fauna selvatica e la maggior parte lavora in zoo e cliniche per animali. I veterinari sono in prima linea nella difesa contro i patogeni emergenti e nel mondo abbiamo un disperato bisogno di più persone formate con queste capacità».

Secondo il team di Dobson e Pimm,  estendere e sviluppare modi migliori per monitorare e regolamentare il commercio della fauna selvatica potrebbe essere fatto per circa 500 milioni di dollari  all’anno, «Un costo insignificante rispetto agli attuali costi del Covid, soprattutto se si considerano vantaggi aggiuntivi come frenare il consumo di fauna selvatica e sostenere la biodiversità».

Il rallentamento della deforestazione tropicale rallenterebbe anche l’emergenza virale, inoltre ridurrebbe l’apporto di carbonio nell’atmosfera proveniente dagli incendi boschivi e proteggerebbe la biodiversità forestale. D’altra parte, riduce i ricavi provenienti da legname, pascolo e agricoltura. Vale la pena rinunciare a questi benefici tangibili, ma f economicamente concentrati? Gli autori affrontano questa parte della loro analisi costi-benefici da due prospettive economiche complementari: prima ignorando e poi includendo i benefici del carbonio stoccato come copertura assicurativa contro i cambiamenti climatici e non facendo alcun tentativo di valorizzare la perdita di biodiversità.

L’articolo su Science – Policy Forum si concentra soprattutto sui costi pubblici necessari per prevenire la prossma pandemia tipo Covid-19.

Un altro autore,  l’epidemiologo di Ecohealth Alliance Peter Daszak, richiama i risultati di numerosi studi: «L’emergenza per agenti patogeni è essenzialmente un evento regolare quanto le elezioni nazionali: una volta ogni quattro o cinque anni». Amy Ando, ​​che insegna economia agricola e dei consumi all’università dell’Illinois-Urbana Champaign, aggiunge: «I nuovi agenti patogeni sono apparsi all’incirca allo stesso ritmo di nuovi presidenti, deputati, senatori e primi ministri! Potremmo vedere i costi del Covid salire da oltre 8 a 15 trilioni di dollari, con molti milioni di persone disoccupate e che vivono in lockdown».

Il costo annuale per la prevenzione di futuri focolai è paragonabile approssimativamente all’1-2% della spesa militare annuale dei 10 paesi più ricchi del mondo. Dobson conclude: «Se consideriamo la continua battaglia contro gli agenti patogeni emergenti come il Covid-19 come una guerra che tutti dobbiamo vincere, l’investimento nella prevenzione sembra avere un valore eccezionale».

Ma evidentemente una parte dell’umanità preferisce armarsi e spararsi che salvare sé stessa e la biodiversità del pianeta.

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