Sabato, 08 ottobre 2022 - ore 00.01

Tra sanzioni e riarmo, la risposta europea che ha sorpreso Putin

Con lo scoppio della guerra ai confini, l’Europa ha reagito in maniera celere, al netto di discussioni su alcune tematiche particolari.

| Scritto da Redazione
Tra sanzioni e riarmo, la risposta europea che ha sorpreso Putin

Sanzioni economiche

Le misure prese hanno seguito linee specifiche, nonostante al momento dell’invasione voluta dal presidente russo Vladimir Putin siano emersi diversi approcci da parte dei Paesi europei, tra chi spingeva per azioni dure fin da subito e chi predicava maggiore cautela. A partire dai pacchetti di sanzioni occidentali nei confronti della Federazione Russa: il blocco dello spazio aereo, le sanzioni commerciali, il blocco dal sistema Swift per diversi istituti bancari russi, il congelamento dei beni degli oligarchi vicini a Putin, le limitazioni per i media e le emittenti controllate dal Cremlino. Una serie di sanzioni inaudite che hanno colpito direttamente l’economia della Russia, in accordo con gli Stati Uniti, con gravi e inevitabili conseguenze anche sugli stessi Paesi sanzionatori. Uno su tutti, il blocco del gasdotto Nord Stream 2 da parte della Germania, infrastruttura ultimata ma non entrata in funzione.

Molti attori hanno dovuto ripensare la propria strategia di rifornimenti energetici, per via delle forti dipendenze da Mosca. Con il piano REPowerEurope proposto dalla Commissione europea l’obiettivo è rendere il continente indipendente dagli approvvigionamenti russi entro il 2030 e pensare a scorte e depositi di stoccaggio comuni. Molti Paesi si sono mossi per diversificare le loro importazioni, Italia in primis, secondo i singoli interessi nazionali. Tuttavia l’intenzione di proseguire con un progetto europeo rientra nell’ambizione di un’autonomia strategica sempre maggiore. Peraltro Kiev ha annunciato l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione per l’Energia, un’azione che porterà ad un adeguamento su obiettivi e norme comunitarie.

Riarmo

Ma l’Europa non si è fermata a provvedimenti economici o commerciali. Sono una ventina i Paesi, oltre a Usa, Regno Unito e Australia, che hanno deciso di inviare armi e dotazioni difensive a Kiev per contribuire alla resistenza dall’aggressione russa. Un impegno preso anche da Stati tradizionalmente lontani da approcci militari simili, come per esempio la Svezia o la Finlandia. Per la prima volta l’Unione Europea finanzierà con centinaia di milioni di euro l’acquisto di armi per poi destinarle ad un Paese terzo. Un momento storico, in attesa dell’imminente pubblicazione della Bussola Strategica europea, documento che preannuncia di essere chiave per il processo di integrazione europea nel settore difensivo.

E proprio in ambito securitario sono stati avviati i cambiamenti più epocali. Berlino, che dal secondo dopoguerra non ha avuto prima le forze, poi la possibilità e dopo la volontà di adeguare i suoi apparati militari, ha comunicato il proposito di riarmarsi, con un fondo speciale da 100 miliardi di euro da destinare alla difesa e l’obiettivo entro pochi anni di arrivare alla fatidica quota del 2% del proprio Pil  destinata alla spesa nel settore. Lo stesso hanno fatto sia Svezia che Danimarca, con quest’ultima che ha indetto una consultazione popolare per decidere se aderire più convintamente alle iniziative europee nel settore difensivo. Anche il governo italiano si è impegnato a procedere nella direzione di un aumento della spesa militare. La Polonia ha addirittura annunciato un raddoppio delle forze armate e di aumentare la spesa per la difesa al 3% del Pil entro il 2023. Una tendenza percepita più urgente dal ritorno di un conflitto aperto a poche centinaia di chilometri dalle principali capitali europee. Ma la decisione della Germania è potenzialmente dirompente. Vista la portata economica del Paese, Berlino nel medio periodo può diventare l’attore mondiale con la spesa maggiore nel campo della Difesa dopo Usa e Cina, più di Francia, Russia e Regno Unito. Scenari fino a poco tempo fa impensabili, che potrebbero avere ripercussioni sul progetto dell’esercito comune europeo, ora da più parti invocato. Un’autonomia strategica, di cui la Francia di Emmanuel Macron è principale promotrice, si può avvicinare, soprattutto se Parigi riesce a contenere gli impegni di Berlino all’interno del quadro europeo.

Diplomazia, poliziotti europei buoni e cattivi

Parallelamente all’offensiva militare, sono andate in scena le negoziazioni tra l’Ucraina e la Russia. Ma a muoversi non sono stati solo i due Paesi belligeranti. La diplomazia internazionale si è attivata, con gesti più o meno simbolici, con Israele, Cina e soprattutto Turchia come Paesi più attivi. Tra i membri dell’Unione Europea chi ha cercato di ritagliarsi uno spazio importante nella girandola di colloqui o telefonate tra leader è stato il presidente francese Emmanuel Macron, insieme – in parte – al cancelliere tedesco Olaf Scholz. Il capo dell’Eliseo ha sentito più volte sia Putin che il presidente ucraino Zelensky cercando la mediazione, esprimendo ferma condanna nei confronti della Russia ma mantenendo la via del dialogo. Un protagonismo che Macron ha utilizzato soprattutto in patria in vista delle elezioni nazionali per attestarsi come leader dell’Europa post Angela Merkel.

Un atteggiamento diverso, invece, tenuto da altri Paesi dell’Unione Europea e dell’intero continente più intransigenti nei confronti di Mosca per ragioni storiche e culturali: il Regno Unito di Boris Johnson, così come i Paesi Baltici o quelli centro orientali, timorosi di essere i possibili prossimi obiettivi bellici del Cremlino. La visita dei premier di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia in una Kiev sotto assedio per incontrare il presidente Zelensky è stato un segnale emblematico della vicinanza all’Ucraina di alcuni attori. Una mossa compiuta in teoria in nome dell’Ue, ma che di fatto ha rappresentato uno scatto in avanti da parte di Varsavia, Praga e Lubiana che si sono smarcati dall’impalcatura europea. La Polonia, tra tutti, ha dimostrato un’intraprendenza significativa, anche con la proposta di rifornire Kiev, tramite gli Stati Uniti, di aerei da guerra. Iniziativa poi bocciata da Washington per la paura di un allargamento del conflitto.

Conflitto che a prescindere da come finirà, ha confermato – e accelerato ulteriormente – un trend di profondo cambiamento per l’Unione Europea e per molti dei suoi Paesi membri, iniziato ormai due anni fa con la pandemia del Covid. La certezza è che, conclusa la guerra, la Russia, tranne poche eccezioni, si troverà vicina un’Europa diversa: più armata e più unita dal punto di vista economico-finanziario.

(Luca Sebastiani, Geopolitica.info cc by)

 

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