Martedì, 17 settembre 2019 - ore 01.47

Un selfie per Pice

Doverose due premesse...

| Scritto da Redazione
Un selfie per Pice Un selfie per Pice

Doverosa (prima) premessa, a scanso di equivoci: l’argomento è collocato in un contesto narrativo che si è avvalso, se non proprio di un impulso al clamore mediatico, certamente di una certa compiacenza ai vigenti canoni della comunicazione. Tra cui il supporto di un selfie (di ordinanza). Che, in chi aborre la social-esposizione, è segnalatore semplicemente della volontà di “bucare” la trattazione dell’argomento, per estenderne l’appealing..

La seconda attiene al titolo; rispetto al quale si è, soprattutto a beneficio degli alloctoni, in dovere quanto meno di una delucidazione. “Pice”, da acclamazione della beneamata calcistica, che è riecheggiata per tanti anni allo stadio di via De Gasperi, è, nel corso del tempo, evoluto come espressione colloquiale. In realtà, sarebbe il portato di ascendenze nobili: il motto "Pice Leon" iscritto nello storico stemma. La cui datazione pare risalire al ciclo visconteo. Anche la lingua evolve, bellezza! Si è passati dal Pisigheton (o Pisighiton) allo slang quasi vezzeggiativo di Pice. Detto del quale, veniamo tosto a presentare l’oggetto di questa testimonianza: il Paliotto.

Per osservarlo, con calma ed in un congruo contesto, abbiamo scelto la (speriamo) provvisoria location della rassegna intitolata “Fili d’oro e dipinti di seta – velluti e ricami tra Gotico e Rinascimento”, allestita dal Castello del Buonconsiglio, diretto da Laura Dal Prà (che è curatrice sia dell’esposizione che del catalogo). Essendo a pochi chilometri dal nostro buon ritiro estivo, raramente nel corso degli anni abbiamo perso l’opportunità di visitare le esposizioni sempre di notevole livello. Questa del 2019 (che resterà aperta sino al 3 novembre) ha esercitato su di noi, ça va sans dire, un’attrazione particolare (e difficilmente eludibile), azionata dalla circostanza che tra i manufatti artistici mostrati vi è un pezzo forte proveniente dal nostro paese d’origine. Trattasi, appunto, come anche già riportato dalla stampa locale, del Paliotto. Che, costituisce (artisticamente) il fulcro del gesto riconoscente di Francesco I di Valois nei confronti dell’arciprete Cipello. Come arcinoto, figura centrale, che, a seguito della sconfitta rimediata a Pavia, non solo si era fatta carico delle pene del re transalpino ristretto nella Torre del Guado, ma, probabilmente, in considerazione dell’elevata personalità, officiata di un ruolo di collegamento tra i protagonisti in campo.

Non esattamente in questa percezione particolareggiata, tale atto storico, unitamente alla preesistenza di Acerra, assunta come nucleo fondativo della comunità dell’Adda, è iscritto da secoli nel codice delle consapevolezze dei cives (intesi come condizione discendente da ius soli o da inclusione, poco importa).

Mentre del primo, consegnato ai posteri in una dimensione quasi leggendaria, non si hanno riscontri materiali, del secondo, appartenente ad epoca più recente, si dispone, in forza di una sistemazione storiografica dettagliata e probante (anche grazie al lavoro di ricercatori locali), di una materialità documentale di grande interesse storico ed artistico.

Anche se per secoli l’immaginario infantile indigeno (tra cui il nostro) venne monopolizzato dal reperto penzolante dalla volta della sacrestia, costituito dal “costolone” di Tarantasio (trofeo simbolico della sconfitta del bene sul male e, digradando, del prosciugamento del lago Gerundo), la consapevolezza storica ebbe come perno materiale quel “pacchetto” di doni riconoscenti del Valois (il palio d’altare, una pianeta, il manto di velluto, una borsa quadrata, un manipolo e una stola di velluto senza ricami e le reliquie). Ed espressamente riservati al già citato illustre pizzighettonese, monsignor Cipello. Il quale, in aggiunta all’assistenza religiosa, dispensò, nei tre mesi di restrizione sulla sponda dell’Adda e successivamente a domicilio in Francia, un conforto spirituale ben più apprezzato, dedotto da un ragguardevole retroterra culturale ed artistico di un prelato. Come annota Gianfranco Gambarelli nella scheda del 20 marzo 2017, che allarga ed approfondisce i precedenti lavori divulgativi (la giornalista pizzighettonese Cristina Viciguerra, la dottoressa Tentoni curatrice del locale Museo, la Pro Loco ed il Gruppo Volontari delle Mura), Cipello “abituato fin dalla giovinezza a frequentare ambienti colti e raffinati, circoli d’artisti e di poeti, corti di nobili e di principi… si rivelò ovunque uomo eruditissimo…poeta e conversatore fine e amabile, giurista… in grado di ben figurare pur fra tanti uomini eccelsi, letterati e artisti, scienziati … non era certo fuori posto neppure alla corte di un papa o di un re.

Senza voler essere pignoli, segnaleremo, necessariamente deducendo dall’interessantissima scheda della Pro Loco (consultabile www.prolocopizzighettone.it – prolocopizzighettone@gmail.com), che tra i doveri di ospitalità (“il sovrano si alzava tardi e si dedicava a giochi con la palla. abituato ai fasti e agli ameni passatempi della sua corte…e aveva chiesto “…gli fosse fornita qualche dama per distrarsi.. “, si dovette, per quei tre mesi del 1524, fronteggiare una conseguente corvée aggiuntiva all’assistenza religiosa e spirituale del Cipello.

Se affermativamente, chi e come non è dato sapere. Anche se ci conforta l’idea che alla bisogna non si siano prestate le nostre antenate. Forse perché indisponibili o molto più probabilmente perché ritenute incongrue alle pretese del sovrano (che si rivolse al Duca di Milano perché gli inviasse qualcuna delle cortigiane più note al tempo).

Volendo, sul punto, essere, nel momento in cui ci riferiamo al ruolo del Duca di Milano, ancor più dettagliati, cominceremo a parlare (così anticipando le ragioni della nostra contestazione della tesi del pieno titolo della proprietà/disponibilità della Parrocchia sui doni reali) delle conseguenze di quella prigionia. Che avrebbe dato lustro storico, ma anche comportato qualche non trascurabile gravame. Il cui tenore deduciamo dalla (ribadiamo) bella brochure del settembre del 2017 della Pro Loco “ le casse del Comune erano esauste: dei consiglieri furono inviati in delegazione presso il Duca di Milano per chiedere un alleggerimento delle spese, ma dover mantenere il re e la schiera di soldati spagnoli che dovevano impedirne la fuga fu un salasso tremendo per la comunità pizzighettonese e quelle vicine. Dai verbali conservati nell’Archivio Storico Comunale sappiamo che il consiglio deliberò, oltre all’ovvio aumento delle tasse, la vendita di immobili di sua proprietà per far fronte all’enorme esborso. Il 18 maggio Francesco I lasciava Pizzighettone per imbarcarsi a Genova alla volta della Spagna. L’episodio più famoso della storia pizzighettonese si chiudeva, ma restavano per la comunità le conseguenze di uno sforzo economico immane”.

Come dire, ancora una volta pagò Pantalone. Osiamo sperare che il “pacchetto” dei preziosi doni fosse diretto a Cipello, non ad personam, ma come massima espressione della comunità pizzighettonese. Sia come sia, per secoli fu trattenuto (non sempre secondo moderni standards di conservazione e manutenzione) dalla Parrocchia. La quale, fungendo de facto e per un lungo periodo anche da potere temporale, avrebbe garantito la preservazione da pericoli di dispersione e (al netto di quel taglia e cuci operato sul manto da qualche mano improvvida su committenze inconsapevoli) di manomissioni.

Vorremmo essere ancor più generosi nella traslazione della frase di Gesù e riportata nei vangeli sinottici (“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”), ma, una volta stabilito che i beni formalmente in capo alla proprietà religiosa sono giunti a noi certamente per operosità della medesima, verremmo meno a dei doveri di logica e di equità, se troncassimo qui (come dà per scontato una certa parte in causa) ogni ragionamento.

Della destinazione finale diremo più avanti. Invece, subito, poiché siamo nel terzo millennio avanzato, vorremmo avanzare qualche riflessione sulla finalizzazione di questi beni.

Allo stato, e lo diciamo ben consapevoli di una necessaria oculatezza imposta da tempi un po’ così, non ci smentirà nessuno che se n’è fatto un prevalente uso devozionale. Come è giusto considerando la loro peculiarità. Che, almeno in parte ha funto da deterrente nei confronti di non improbabili mal intenzionalità (difficilmente orientate al trafugamento della quota-parte devozionale).

Pur comprendendo e dando atto delle ragioni di vischiosità nello sforzo sinergico tra potere istituzionale e potere religioso sul terreno della valorizzazione “civile” dei beni artistici e culturali (certamente non favorito dalla corta visuale di certi ministri di culto), poniamo a noi stessi (prima che a molti altri) la ragione per cui il Paliotto ce lo siamo visto per la prima volta andando a Trento (stessa destinazione della gita parrocchiale fissata per il 12 ottobre).

E non, come avrebbe potuto e per il futuro potrebbe essere, a Pizzighettone (dove siamo nati tante decadi addietro, dove abbiamo risieduto per trent’anni, dove torniamo frequentissimamente per ragioni di saudade oltre che di interesse nei confronti dell’intensa attività associativa e dei ricorrenti eventi).

Già, perché?

Quanti pizzighettonesi (d’origine o d’adozione, ripetiamo, poco importa) hanno potuto ammirare de visu (e non per quella fiduciaria e leggendaria narrazione che dura da secoli) il Paliotto d’altare, la pianeta, il manto di velluto, la borsa quadrata, il manipolo e la stola di velluto senza recami?

Soprattutto, si può pensare a quante migliaia di aficionados visitors, attirati dalle importanti rassegne e dal permanente patrimonio storico-monumentale della città murata (salvato e valorizzato dalla passione civile di cittadini orgogliosi ed innamorati delle proprio origini e delle attivissime associazioni locali) è stata negata la correlazione della visita mirata ai singoli eventi ad più ampio contatto con quel non trascurabile deposito di sapere e di cultura che è diventato questo borgo, suscettibile di attrarre anche da molto lontano (di cui i doni di Francesco I potenzialmente costituirebbero la maggiore attrazione)?

Si dirà che si tratta di una domanda retorica o di una domanda ad usum delphini.

Lo scopo di questa riflessione non è certamente quello di aprire criticità relazionali nella comunità locale. Bensì di scandagliare senza alibi preconfezionati, senza remore e pregiudizi la legittimità e l’opportunità di proponimenti che sovrapporrebbero ad una condizione di inaccessibilità (durata decenni) le conseguenze di un definitivo distacco. Tra quei beni artistico-culturali, che, come abbiamo osservato, connotano la memoria storica locale, ed il loro naturale retroterra.

Sul che rifletteremo negli approfondimenti successivi.

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