Lunedì, 17 maggio 2021 - ore 14.26

Acqua e droga, la guerra di confine tra Kirghizistan e Tagikistan

Le ragioni nascoste di una guerra etnica per l’acqua nel bollente confine tra l’ex Urss e l’Afghanistan

| Scritto da Redazione
Acqua e droga, la guerra di confine tra Kirghizistan e Tagikistan

Tra il 28 e il 30 aprile, scontri armati al confine tra Tagikistan e Kirghizistan, sia tra civili che tra militari, p hanno causato la morte di 33 kirghisi e di 10 tagiki, si tratta di uno degli scontri più violenti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica che ha lasciato nell’Asia Centrale una serie di Stati etnici divisi da confini labirintici e governati da dittature nazionaliste/islamiste.

Dopo il fallimento di una prima tregua il 28 aprile, dal 30 aprile la situazione sembra tornata sotto controllo dopo un accordo di cessate il fuoco, confermato il 1° maggio del presidente kirghiso Sadyr Japarov e da quello Tagiko Emomalii Rahmon.

La nuova guerra lampo è scoppiata in un’area dove i confini non sono o sono poco delimitati e, come sempre in queste occasioni, lo svolgimento dei fatti cambia a sev conda della parte in causa che lo racconta.

Le ostilità sono iniziate il 28 aprile nei pressi del villaggio di Kok-Tach, nella provincia di Batken,  nel Kirghizistan meridionale, al confine con il Tagikistan. Secondo l’agenzia stampa ufficiale kirghisa 24.kg, i tagiki dell’enclave di Vorukh, hanno installato una telecamera a circuito chiuso su un palo elettrico non lontano dalla presa d’acqua di Golovnoy sul corso superiore del fiume Isfara. I vicini kirghisi hanno visto la telecamera come una provocazione e hanno cercato di segare il palo. Alla fine tra difenz sori e attaccanti della telecamera si erano radunateuna quarantina di persone che hanno cominciato a tirarsi pietre.

La telecamera della discordia sparisce però dalla ricostruzione dei fatti dell’agenzia di stampa ufficiale tagika Khovar che il 28 aprile aveva subito denunciato: «Le autorità della Repubblica del Kirghizistan mobilitano specificamente i loro cittadini da insediamenti remoti e li incitano a conflitti interetnici».

Il 29 aprile la sassaiola è degenerata in uno scontro armato: secondo la polizia kirghisa citata, dei tagiki hanno sparato contro un’unità militare kirghisa di stanza nel villaggio. Secondo il servizio di frontiera del Comitato statale kirghiso per la sicurezza, alle 4,40 circa, nella regione di Kocho-Boyu, si è verificato anche un incidente con l’uso di armi. Intervengono  le forze armate dei due paesi che si scontrano lungo un tratto di confine conteso e circola un video di soldati kirghisi appoggiati da civili armati»-

Il governo tagiko denuncia nuovamente: «I soldati della Repubblica del Kirghizistan hanno aperto il fuoco sui soldati delle truppe di confine della Repubblica del Tagikistan oggi, alle 13:05, nel sito del punto di distribuzione dell’acqua di Golovnaya, situato nella parte alta del fiume, vicino al villaggio di Khojai Alo del jamoat Chorkukh di Isfara».

Il 29 aprile v engono attaccati cda entrambe le parti i posti di frontiera e questa volta a iniziare sono i tagiki: «Alle 17:00, la parte tagika ha aperto il fuoco ai posti di frontiera di Kapchigai, Min-Boulak, Dostouk, così come ai posti di frontiera di Kojogar e Boulak-Bachi. In seguito ai bombardamenti con i mortai, è stata data alle fiamme la costruzione del posto di frontiera di Dostouk del distaccamento di confine di Batken», denuncia il governo kirghiso che evacua 800 persone dai villaggi di confine più minacciati mentre gli scontri si moltiplicano e bruciano case, posti di frontiera ed edifici pubblici.

Si mobilita la diplomazia e il presidente del Kirghizistan chiede sulla sua pagina Facebook di «Mantenere la calma, di non soccombere alle provocazioni, non incitare ostilità e discordia». Nel pomeriggio del 29 aprile, i due ministri degli esteri discutono e iniziano i negoziati per un cessate il fuoco che viene firmato in serata e che prevede il ritiro delle truppe dalla regione. Ma scoppiano comunque nuovi scontri a Batken, anche con scambio di tiri di armi pesanti.

La situazione torna relativamente sotto controllo solo il 30 aprile, dopo aver preoccupato non poco la comunità internazionale ma il bilancio di questa “guerra dell’acqua” è pesante: 33 kirghisi uccisi e più di 160 feriti,  10 tagiki morti e 90 feriti, secondo Asia-Plus. Ma le autorità tagike non hanno fornito cifre ufficiali.

Dopo la disgregazione dell’URSS nel 1991, gli scontri tra i due Paesi sono stati ricorrenti e più o meno intensi e al centro del contendere c’è una linea di confine lunga 971 Km, con solo 504 sono stati correttamente delimitati diopo l’indipendenza di Kirghizistan e Tagikistan. Nel febbraio 2020 era stato discusso uno scambio di territori tra i due Stati ma non se ne è fatto nulla. Nel luglio 2019 Emomalii Rahmon aveva firmato con l’allora presidente del Kirghizistan Sooronbai Jeenbekov una dichiarazione nella quale si affermava abbastanza imprudentemente che non c’erano più questioni irrisolte tra i due Stati.

Appena arrivato al potere l’allora premier kirghizo  Sadyr Japarov – ora presidente – promise in campagna elettorale di pacioficare il confine con il Tagikistan dopo uno scontro armato avvenuto nell’ottobre 2019. Evidentemente non ci è riuscito.

Ma davvero la guerra di frontiera tra Kirghizistan e Tagikistan dipende dall’acqua? Anche ma non solo e probabilmente le vere cause sono altre e non confessabili.

Come scrive l’agenzia ufficiale russa Sputnik/Ria Novosti riferendo quanto dicono gli abitanti dei villaggi e fonti anonime “ufficiali”, «Non è solo un problema di acqua, è anche un problema di droga, su cui tutti sono discreti».

L’area dove sono avvenuti gli scontri è un territorio montuoso crivellato di enclavi etniche,  le più importanti delle quali sono Chakhimardan, Vorukh e Sokh, a poche decine di chilometri l’una dall’altra. Per René Cagnat, un francese esperto di Asia Centrale, l’origine di questi scontri sarebbe l’accordo tra il Kirghizistan e Uzbekistan per regolare le sorti dell’enclave di Sokh: «È ancora più complicato, è un’enclave uzbeka, governata dagli uzbeki, circondata dai kirghisi, mentre è popolata da una forte maggioranza tagika. È l’ideale per alimentare una guerra civile»L’accordo tra Bishkek e Tashkent ha permesso di creare un  nuovo valico di frontiera a Sokh che ha messo in imbarazzo i tagiki:

E qui viene fuori la vera ragione della guera di confine: «Questo valico può recuperare parte del traffico, droga compresa, che passa per Vorukh, e che ora tenderà a passare più o meno clandestinamente per Sokh. Vale a dire che nella regione gli uzbeki stanno aggirando i tagiki», spiega Cagnat.

Sullo sfondo c’è l’eterna guerra dell’Afghanistan, un hub della droga, che produce l’80% dell’oppio mondiale e dove vivono grosse minoranze tagike e kirghize che sono o piamente dedite  a quel traffico con il beneplacito di chi comenda a Kabul, in attesa cghe ritornino i talebani. Crocevia dell’Asia centrale, strategica per il faraonico progetto della nuova via della seta cinese, la fertile valle di Ferghana è il passaggio obbligato per tutto il traffico di droga afgana.

Un’area dove la carenza d’acqua è endemica e sta peggiorando con il cambiamento climatico e dove le sassaiole (e i suicidi) tra contadini che se la contendono sono usuali. Ma la vera ragione degli scontri è la droga e, forse, il petrolio. Come spiega ancora Cagnat su Sputnik, «In questa regione, il rischio di conflagrazione è permanente. Scoppia quasi ogni anno, ogni anno ci sono 10 morti, tre o quattro imboscate. Si svolge a bassa intensità, è il calderone centroasiatico, questo calderone che, di tanto in tanto, alza il coperchio e soffia bolle».

Fortunatamente i due Stati ex sovietici,  membri della Shanghai Cooperation Organization, che comprende anche Russia e Cina, non sembrano in grado di innescare una vera guerra. Il presidente del Kirghizistan ha invitato i suoi cittadini a ritornare nelle propriar abitazioni al confine: «I tagiki sono tornati a casa e il popolo kirghiso ha reclamato i propri territori. E’ la cosa più importante. I confini sono stati ristabiliti e c’è stato sicuramente un inizio di conversazione per nuove basi di negoziati tra tagiki e popolo kirghiso».

In un discorso alla Nazione, il 2 maggio, il presidente del Kirghizistan, ha proposto la creazione di una commissione per il mantenimento della pace composta dagli anziani delle comunità kirghisa e tagika nelle aree contese, «al fine di prevenire nuovi conflitti» e, nonostante gli scontri i due uomini forti di Bishkek e Dushanbe si sono chiamati due volte per telefono  e hanno deciso di incontrarsi presto.

In realtà, secondo Human Rights Watch, i pericoli per i popoli kirghiso e tagiko v engono proprio da chi li governa: il 21 aprile il Jogorku Kenesh, il Parlamento provvisorio del Kirghizistan  ha approvato un progetto di legge che prevede praticamente l’impossibilità di fare opposizione politica e di difendere i diritti umani. Ckassificando come “estremista” chiunque inciti alla “inimicizia politica, nazonale, etnica e razziale. Le organizzazioni e i Partiti che ne verranno ritenuti colpevoli verranno privati di ogni finanziamento e perseguiti penalmente.

Per Human Rights Watch, «Questi cambiamenti minerebbero in Kirghizistan i diritti universalmente protetti alla libertà di associazione e di espressione. Tali preoccupazioni sono aggravate dalla mancanza del Kirghizistan di un sistema giudiziario indipendente».

Secondo Syinat Sultanalieva, ricercatrice per l’Asia centrale di Human Rights Watch «L’aggiunta di un linguaggio vago su “estremismo” e “inimicizia politica” alla legge del Kirghizistan aprirà la porta agli abusi, mettendo enormemente a rischio i gruppi pacifici critici della politica del governo. Le autorità kirghise non dovrebbero introdurre disposizioni di diritto penale eccessive che mettano in pericolo la libertà di associazione e di parola».

Nonostante alcune riforme, le leggi kirghise sulla lotta all’estremismo sono state applicate in modo non uniforme e che la loro definizione eccessivamente ampia di “estremismo” ha permesso al regime di usarle contro oppositori politici, giornalisti e minoranze etniche e religiose.

La Sultanalieva conclude: «Dopo mesi di tensioni politiche, il governo del Kirghizistan dovrebbe mostrare ai suoi cittadini e al mondo che sostiene ancora forti standard sui diritti umani. Se il Kirghizistan spera di rimanere fedele ai suoi impegni internazionali sui diritti umani, questi emendamenti ai codici legali dovrebbero essere respinti».

E forse le sanguinose scaramucce di confine “per l’acqua” servono anche a distogliere l’attenzione da tutto questo.

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