Lunedì, 27 settembre 2021 - ore 23.32

Alla scoperta dell'anima del PAF con Marco Turati

Cinque amici ed un sogno da realizzare. Il racconto di Marco Turati attraverso immagini e ricordi

| Scritto da Redazione
Alla scoperta dell'anima del PAF con Marco Turati

Ultima serata del Porte Aperte Festival, ultimi scatti sulle note del concerto di chiusura sotto il palco di Porta Mosa, prima di andarmene faccio un giro tra gli stand, dove tra una birra ed una chiacchiera, sostano i tanti ragazzi in attesa che il coprifuoco sancisca la definitiva fine di questa edizione.

Butto l’occhio qua e là nella speranza di incrociare almeno uno dei 5 ragazzi che prima dell’ultimo evento, come da tradizione, sono saliti sul palco per i ringraziamenti ed il ‘rompete le righe’ finale.

L’estate fa capolino, il caldo si fa sentire ed ecco spuntare nella penombra della sera Marco Turati, in mano ha un bicchiere di birra e l’aria un po’ stanca, ma con un’espressione soddisfatta, oserei dire felice.

E’ bastato un suo sguardo ed mezzo un sorriso da ‘Cow boy’ consumato, accompagnato dall’ormai sdoganato ‘pugno contro pugno’, per dirsi quello che non sarebbero riuscite a fare molte più parole messe assieme. E' l'ultimo scatto, quello 'non fatto' che mi porto tengo dentro avviandomi verso casa.

Nei giorni successivi ho rivisto con più calma i miei scatti, ne ho raggruppati alcuni, li ho ritagliati e li ho messi insieme come un intarsio. Poi ho contattato Marco e gli ho parlato della mia idea.

Cosi per una volta da 'fotografo' passo nel ruolo di ‘intervistatore’ e lo faccio idealmente seduto ad un tavolino all’ombra del Torrazzo, nella nostra bellissima piazza Duomo, di fronte a me c'è Marco Turati uno degli ideatori del PAF, ma è come se con lui ci fossero anche Mario Michele, Marina ed Andrea.

Da una busta estraggo questa serie di cinque intarsi di immagini che hanno ispirato le domande che voglio sottoporre a Marco, condividendone riflessioni ed emozioni.

D : La prima serie di immagini che ho scelto e raggruppato, sono relative al saluto finale dal palco di Porta Mosa, in uno dei due i momenti, in cui si riesce a fotografare il gruppo al completo: il venerdì all’apertura del festival ed alla domenica serata di chiusura. Se nel primo i sorrisi sono tirati e tutti tradiscono un po’ di tensione ed apprensione, nel secondo i saluti, i sorrisi e le battute stemperano definitivamente la tensione accumulata. Dopo due edizioni così diverse e difficili da organizzare riadattandolole alle regole imposte dalla pandemia, cosa ha rappresentato e cosa vi ha lasciato a livello umano l’abbraccio con il pubblico domenica sera?.

M: "Quando saliamo sul palco di Porta Mosa tutti insieme, la domenica sera, per ringraziare e salutare, vuol dire che il Festival sta proprio volgendo al termine. Sembra incredibile, ma è solo in quel momento che puoi cominciare a rilassarti, a non essere costretto a pensare al prossimo ospite da accompagnare in albergo, ad un nuovo imprevisto da risolvere, alle ultime sedie da riordinare, all’ennesimo giornalista a cui rilasciare una dichiarazione, al più tenace dei volontari che ti chiede istruzioni.

E’ solo in quel momento che cominci ad assaporare il piacere di avercela fatta anche stavolta. Fino a quel momento siamo tutti concentrati solo sul buon esito della rassegna e sulla macchina organizzativa che la regge. L’adrenalina ti tiene in piedi e sopperisce alla fatica, oltre che alle quattro ore di sonno per notte che ti porti appresso da settimane.

Allora puoi persino concederti un Gin Tonic e uno sguardo di intesa con gli altri protagonisti. Le due edizioni “pandemiche” poi, sono state particolarmente impegnative e stressanti, perché – in aggiunta alle già tantissime complessità logistiche ed organizzative da fronteggiare – avevamo da vincere la sfida con il rispetto dei protocolli anti-contagio.

Dovevamo dimostrare a ‘gufi e scettici’ che si possono organizzare eventi, garantendo sicurezza per tutti. Lo scorso anno, a spingerci era stato un puro atto di amore, coraggio e determinazione: per la cultura, per la città, per gli operatori dello spettacolo e per il desiderio di non mollare. Quest’anno volevamo fortemente segnare un momento di rinascita, dando voce al palpabile desiderio di relazioni umane che sentivamo emergere dalle persone, dopo così tanto buio e sofferenza.

Credo di poter dire che sia stata un’edizione di svolta per questa manifestazione, connotata da grandissima partecipazione e apprezzamento da parte del pubblico e dei media, che hanno tributato al festival il meritato successo, riconoscendo la qualità della proposta artistica e del messaggio che il PAF veicola dal 2016, attraverso gli oltre 50 appuntamenti che ogni anno mette in scena.

A livello umano quindi credo che – oltre all’amicizia rinsaldata e sempre più profonda tra noi cinque curatori – portiamo a casa l’affetto che la città manifesta apertamente verso questa rassegna, sentendola ogni anno più sua".

 

 

D: Il protagonista del secondo mix di immagini è il pubblico. Tantissime presenze, massimo rispetto delle regole, prima durante e dopo gli eventi. Credo che resteranno nella storia di questa manifestazione i tuoi appelli prima di ogni evento dal vivo a Porta Mosa, con il passare delle serate più un rito più che una necessità. Se ora potessi tornare su quel palco cosa diresti al pubblico ed alla città che vi accoglie sempre con entusiasmo?

M: "Rivolgerei a tutti un enorme ringraziamento!

Come peraltro abbiamo fatto proprio in chiusura del concerto sold out del sabato, a cui hanno assistito 1000 appassionati del rock dei Ministri, agitandosi sulla sedia, muovendo le braccia, cantando, ma senza mai alzarsi, mascherati e distanziati, nel rispetto delle altre persone, prima ancora che delle regole. Una bellissima dimostrazione di responsabilità.

 

Il pubblico del PAF quest’anno è stato davvero variegato, ma – tra le tante – tre sono state le novità fondamentali che lo hanno caratterizzato: molte persone da fuori Cremona (in particolare dalle province di Milano, Brescia e Parma, ma anche dalla Sardegna, dall’Emilia e dalla Toscana), molti giovanissimi (non solo ai concerti, ma anche agli incontri letterari) e una netta prevalenza di donne.

Indicazioni preziose per comprendere, anche sotto il profilo sociologico, l’identikit dei nostri sempre più numerosi seguaci. Due terzi degli appuntamenti sono andati esauriti, dimostrando come una proposta culturale riconoscibile, credibile e qualitativamente elevata trovi riscontro in un pubblico disponibile e interessato, fatto di migliaia di appassionati e curiosi.

Noi cerchiamo di fare il meno possibile intrattenimento fine a sé stesso, costruendo una programmazione che ricerchi la qualità dell’opera e dell’autore, prima e più della sua celebrità. In cui la gran parte delle opere selezionate viene immaginata come la tessera di un puzzle più ampio e articolato, che ciascun ospite - col proprio linguaggio - contribuisce a delineare.

Il palinsesto è tenuto insieme ogni anno da un tema di fondo, che ne costituisce il collante principale, e da una serie di contenuti e messaggi collegati, che si possono rinvenire tra le pieghe di molte delle opere presentate.

 

Questa formula consente ad ogni autore di incontrare il proprio pubblico e di condividere con lui in piena autonomia lo spessore della propria proposta artistica, sentendosi tuttavia nel contempo parte di un progetto unitario, coerente e condiviso.

Quest’anno il tema era quello dell’”identità”, nelle sue varie forme e declinazioni, immaginata però come strumento di dialogo e arricchimento reciproco tra culture diverse e non come pretesto per nuove chiusure, respingimenti e discriminazioni. Cerchiamo così di comporre una struttura che consenta diversi livelli di fruizione.

E’ un’idea a cui abbiamo lavorato fin dal principio insieme ai tre soggetti organizzatori (l’Associazione Culturale Porte Aperte, il Centro Fumetto Andrea Pazienza e soprattutto il Comune di Cremona), i quali hanno creduto fortemente in questo format, che pian piano ci sembra venga compreso appieno e apprezzato da molti.

Anche per questo siamo oltremodo grati a loro e a tutto il pubblico del PAF".

 

 

 

D: La terza serie di immagini mi sta molto a cuore: parla dei tanti giovani volontari che ogni anno colorano, vivacizzano e prestano servizio durante gli eventi con le loro magliette, i loro sorrisi e la loro presenza. Soprattutto in queste due ultime edizioni, hanno dimostrato un grande senso di responsabilità, di maturità, una grande voglia di mettersi in gioco per riprendersi un futuro che noi adulti cerchiamo spesso di sottrargli con troppe scuse e paternalismi. Quanto è importante e che significato ha la loro presenza al PAF?

M: "Le ragazze e i ragazzi sono magnifici!

Rispettosi, sensibili, responsabili e molto meno superficiali di come li dipinge abitualmente l’opinione pubblica mainstream. Il mondo degli adulti si interessa a loro spesso solo in quanto potenziali clienti per nuovi segmenti di mercato, oppure per denigrarli, raffrontandoli con le gesta della propria generazione, in una competizione priva di senso e utilità. Nella migliore delle ipotesi si rivolge a loro per elargire consigli paternalistici e perle di saggezza calate dall’alto.

 

Noi abbiamo cercato fin da subito un rapporto diverso, provando a proporre loro un esempio di impegno coerente e un’opportunità per esprimere il proprio talento e la voglia di fare. E’ stato così con gli autori cremonesi, oltre 40, che in 6 edizioni sono stati inseriti nella programmazione del PAF, selezionandoli principalmente in quanto talenti emergenti (e quindi quasi sempre giovanissimi promettenti in cerca di occasioni per mostrare la propria capacità artistica).

 

Ma l’atteggiamento che abbiamo assunto è stato il medesimo anche nei confronti delle volontarie e dei volontari che si sono resi disponibili a supportare questa manifestazione. La risposta è stata sempre straordinaria, in termini di seguito, come di entusiastica adesione a sostegno del progetto.

Alcune di loro (benedette le donne!) negli anni sono cresciute così tanto in affidabilità e competenza da consentirci di delegare loro ruoli chiave nella gestione di alcuni aspetti relativi alla logistica e all’organizzazione della manifestazione. Queste ragazze e ragazzi sono una risorsa insostituibile per un festival come il nostro, povero di risorse economiche, ma ricco di contenuti e di umanità.

 

Sono proprio i giovani e le donne che per primi l’hanno compreso e sono diventati i nostri principali sostenitori, perché credono nel progetto PAF e nei contenuti di apertura, inclusione, coesione sociale, rispetto della diversità e condanna di ogni forma di discriminazione che esso veicola dalla sua nascita.

Credono nella possibilità di contribuire alla costruzione di una città migliore, più aperta ed accogliente, anche attraverso questo festival. Loro sono il nostro futuro, ma anche già tanta parte del nostro presente. Soprattutto ci fanno sperare in un domani migliore".

D: La quarta serie di immagini è dedicata ai tanti ospiti che si sono succeduti nelle varie edizioni. Li avete sempre accolti ed accompagnati personalmente per dovere di ospitalità, ma anche per il desiderio di condividere l’energia, la passione ed i valori che trasmettono questo festival. Che rapporto si crea e cosa ne resta a riflettori spenti?

M: "E’ vero. Sono ormai quasi 350 - tra musicisti, scrittori, fumettisti, autori, registi, fotografi, attori, disegnatori, sceneggiatori e performer - gli ospiti che dal 2016 ad oggi hanno calcato i palchi e le pedane del PAF. Nomi internazionali, come Hanif Kureishi, Amélie Nothomb, Ramak Fazel, Nicolai Lilin o Philippe Besson; giganti nazionali, come Paolo Giordano, Michela Marzano, Nicola Lagioia, Alessandro Baronciani, Luigi Lo Cascio, Giulia Zuzu Spagnulo, Neri Marcoré, Willie Peyote, Colapesce, Pau, Benedetta Tobagi, Alessandro Sanna, Stefano Benni, Piero Pelù; o cremonesi che hanno spiccato il volo, come Roberta Sakka, Francesca Follini, La Scapigliatura, Marco Ghizzoni, Franziska Frey o Gianmarco Soldi.

Ciascuno di loro è un grande personaggio ma spesso - nel contempo - una bellissima persona. Con ognuno di loro si è creato un rapporto, nella stragrande maggioranza dei casi, di affettuosa complicità. Il nostro è un piccolo Festival, nato dal basso, con poche risorse, molta passione e tante idee. Ci siamo detti fin dal primo giorno che tra i nostri obiettivi fondamentali avrebbe dovuto esserci quello di coccolare e mettere a loro agio tutti gli ospiti. Indistintamente: le grandi star come i giovani esordienti. Farli sentire a casa loro e felici di aver partecipato a questo progetto.

Un artista che se ne va contento è il miglior biglietto da visita per una manifestazione: nei confronti del pubblico, della stampa, delle case editrici, delle agenzie e dei colleghi. 

Tra le cose di cui andiamo più fieri c’è il fatto che a Cremona, durante i giorni del PAF, sono nati nel tempo embrioni di progetti, collaborazioni tra autori, interviste per grandi testate, spunti per nuove opere, che nei mesi successivi al Festival hanno visto la luce altrove, ma sotto l’egida ispiratrice del clima stimolante e familiare che si respira in città durante il PAF.

Con alcuni di questi autori e artisti siamo diventati anche amici e tanti sono tornati nelle edizioni successive in semplice veste di visitatori e affezionati fruitori"

 

D: La quinta e penultima serie di immagini, l’ho scelta per sottolineare quanto il PAF sia legato da sempre ad una forma di cultura a 360 gradi: libri, fumetti, mostre, incontri, reading, musica, dibattiti.  PAF è sinonimo di aggregazione e condivisione, è una lente che focalizza e rende volutamente nitido il tema che farà da filo conduttore agli eventi di ogni edizione.  Questo è reso possibile anche attraverso il coinvolgimento di tutti coloro che fanno parte del tessuto sociale e culturale che sostiene questo evento: persone, associazioni, enti ed amministrazioni. Quale è il valore di questo rapporto e come si è evoluto nel tempo?

M: "Hai centrato un altro elemento di assoluta priorità per questo Festival: il rapporto con il tessuto socio culturale della città e il contributo che ci interessa fornire alla crescita di una rete di collaborazioni sul territorio. Il PAF non nasce con l’idea di fagocitare gli spazi culturali esistenti, bensì, al contrario, di valorizzare e promuovere ciò che di positivo già si muove in città, offrendo un palcoscenico dove far conoscere progetti bellissimi che già esistono, cercando di renderli meno autoreferenziali e di far incontrare tra loro pezzi di città che – pur perseguendo obiettivi simili – per qualche motivo non si erano mai incontrati, né parlati prima.

L’ultima edizione del PAF pre-pandemia (quella del 2019) ha fatto registrare 15.000 presenze e quella di quest’anno, se non fossimo stati costretti a contingentare fortemente l’accesso alle location per rispettare le norme sul distanziamento, avrebbe certamente superato quel traguardo.

E tuttavia i numeri di cui andiamo più orgogliosi sono quelli relativi alle oltre 120 collaborazioni aperte in questi anni con soggetti locali: associazioni, gruppi di base, artisti, scuole, istituzioni, organizzazioni di volontariato e agenzie educative, a cui abbiamo proposto – in forme diverse e originali – di compartecipare alla costruzione di un singolo appuntamento del festival, di una mostra, un workshop, un incontro, dando spazio al loro protagonismo e modo di far conoscere le loro esperienze ad un pubblico più ampio e diverso da quello a cui abitualmente si rivolgevano, contribuendo alla loro e alla nostra crescita.

Progetti mirati, come le Happy News, che coinvolgono da anni utenti del CPS di Cremona, o come le schede di accesso facilitato ad appuntamenti e luoghi della città, realizzate con la collaborazione dei ragazzi dell’ANFFAS, sono nati e cresciuti in seno al PAF e costituiscono ormai esperienze consolidate, portate ad esempio a livello nazionale.

Quest’anno, per la seconda volta, abbiamo ospitato la premiazione del concorso Storie di Quartiere, cui - grazie anche alla risonanza e alla collaborazione offerta dal Festival – hanno partecipato oltre 100 giovani scrittori delle scuole cremonesi, come anche laboratori scolastici sulla scrittura rap o progetti di coesione e integrazione in quartieri periferici di Cremona, come il Cambonino promossi da altri soggetti.

Analogamente cerchiamo ogni anno di costruire sinergie e collaborazioni col tessuto economico e col micro-commercio locale, a cui offriamo occasioni per interagire col Festival, sostenerlo e ampliarne gli orizzonti comunicativi. Il PAF è pensato dunque per essere anche uno strumento a servizio della comunità locale e del suo protagonismo culturale, artistico ed economico".

 

 

 

D: L’ultimo giro di foto è dedicato a voi. Siete l’anima e lo spirito di questa ‘araba fenice’ che ogni anno rinasce dalle proprie ceneri. La vostra amicizia e la diversità in termini di esperienze e competenze libera l’energia e la creatività necessarie a realizzare ed evolvere questo progetto. Mario, Marina, Andrea, Michele e tu, che sei la voce di quest'anima ribelle, inquieta ed un po’ folle. Raccontaci la storia di questo gruppo di amici.

M: "Il gruppo dei cinque curatori del PAF è nato quasi per caso nel 2015.  Funziona da sempre secondo un ‘meccanismo democratico e assembleare’. Tutte le scelte vengono assunte insieme. Per decisione comune, io ne sono solo il portavoce.

Ciascuno di noi ha età, vocazioni e sensibilità artistiche differenti. Ognuno coltiva passioni e percorsi personali nell’ambito dei linguaggi espressivi, spesso vivendoli da angolazioni e punti di vista tra loro assai eccentrici e diversificati.

All’inizio è stata dura trovare un equilibrio e non sono mancate furiose litigate.Ancora oggi in realtà, dopo 6 anni, a qualcuno di noi capita di sbroccare, soprattutto nelle fasi più tese del pre festival. Ma abbiamo tutti a cuore molto di più il PAF che non il nostro personale pensiero. Così, col tempo, abbiamo imparato a fidarci e ad affidarci gli uni agli altri e questa grande solidarietà e fiducia reciproca è la nostra forza principale.

Ormai ci conosciamo a memoria – pregi e difetti - e soprattutto ci vogliamo un grandissimo bene. Spesso ce lo diciamo esplicitamente, per farci forza nei momenti difficili e per ricordarci che sono più le affinità ad accomunarci che non le differenze a dividerci. Siamo l’esempio vivente che la diversità, se condita dal rispetto reciproco, dall’affetto e dalla curiosità per l’incontro, può solo essere foriera di arricchimento personale e di crescita collettiva.

Personalmente sono profondamente grato a Mario, Marina, Andrea e Michele per il percorso umano di crescita che mi hanno consentito di camminare in questi anni insieme a loro. Siamo “ragazzi dentro” (fuori magari un po’ meno…) e speriamo di restare tali a lungo, perché lo sguardo fanciullo è spesso quello giusto per affrontare un’avventura così impegnativa con la necessaria convinzione, ma senza rischiare di diventare pedanti.

In fondo, nonostante l’enorme carico di fatica, oneri e responsabilità, ci divertiamo un sacco. Siamo tutti e cinque volontari e dopolavoristi e solo noi conosciamo il prezzo che paghiamo in termini di sacrificio professionale e familiare, lavorando per 11 mesi l’anno a questo Festival. Siamo però da sempre molto attenti ad evitare il più possibile che il carattere di “non professionismo” non si traduca in “dilettantismo” o in “carenza di professionalità”. Ci scusiamo se qualche volta non ci siamo riusciti, facciamo comunque del nostro meglio. 

Sentiamo però forte il sostegno e l’affetto di chi ci restituisce la chiara percezione di una manifestazione “costruita con la testa e col cuore” (cit. profilo Fb dei Ministri). Tra le tante definizioni che avremmo potuto assumere per questo quintetto, abbiamo scelto quella di “curatori”, perché crediamo fortemente nel gesto umanissimo del “prendersi cura” di qualcosa o di qualcuno, della cui importanza ci ha ricordato qualche giorno fa anche lo scrittore Marco Balzano, ospite della rassegna. 

L’anglosassone ‘take care’, che contiene l'idea di dedizione ma anche di passione (I care = mi interessa) che questo squarcio di secolo mi pare abbia un gran bisogno di riscoprire.  C’è un diffuso bisogno di reimparare a prenderci cura dei nostri sentimenti, dei nostri cari, dei nostri simili, delle nostre professioni e delle cose che facciamo. 

La stagione della competizione e dell’individualismo ha prodotto grandi danni e consistenti zone di desertificazione relazionale. Noi proviamo da 6 anni a prenderci amorevole cura di questa creatura polimorfa, che abbiamo denominato PAF, e con lei della nostra città, che l’accoglie e della sua comunità.

Da ultimo vorrei però specificare che questo gruppo di “agitatori culturali”, come ci piace immaginarci, non ritiene assolutamente di essere protagonista unico di questa missione. Il nostro è solo uno dei contributi alla crescita di un tessuto assai ampio, che, per fortuna, gode della presenza e dell’attivismo in questa città di tanti altri operatori culturali, propositori di iniziative e tessitori di ricchezza artistica e culturale a servizio della collettività.

Non ci sentiamo depositari di esclusive, né men che meno superiori ad altri. Anzi, abbiamo tanto da imparare e ci guardiamo sempre intorno con grande interesse e curiosità. Rivendichiamo però con orgoglio (questo sì!) di aver ideato, alimentato e fatto crescere con passione e gratuità un progetto culturale che oggi rappresenta senza ombra di dubbio un importante patrimonio e una risorsa per questa città. 

Un festival con una identità ben definita, contenuti riconoscibili, obiettivi condivisi, una fitta rete di relazioni ed enormi ulteriori potenzialità di crescita. Finché le energie, l’amicizia, i volontari e il pubblico ci sorreggeranno, daremo il massimo per prendercene cura, consolidarlo e migliorarlo ulteriormente. 

Con l’immutata volontà di aprire altre porte, ampliare orizzonti, spezzare catene, costruire ponti, abbattere muri e pregiudizi, offrire inediti strumenti di lettura della realtà a chi sia interessato ad appropriarsene. Possiamo solo essere grati a chi da sei anni ci consente di realizzare questo progetto: istituzioni, sponsor, volontari, tecnici e artisti, oltre naturalmente a tutto il pubblico che ci sta sempre più vicino.

Infine, un grazie particolare anche a te, Daniele, per la dedizione con cui da anni ci segui e fotografi con grande professionalità tutti i nostri appuntamenti. La bellezza di un’idea è tale anche perché esiste qualcuno disposto a immortalarla e renderla visibile al mondo.

Arrivederci nel 2022!". 

 

Avrei molte altre immagini da condividere e son certo che per ognuna avrebbe un ricordo ed un'emozione da raccontare. In fondo è quello che voglio veramente fare, racchiudere in ogni scatto il senso e l'emozione del momento ed è quello che, con tutti i miei limiti, cerco di fare ad ogni edizione del PAF.

Penso agli amici che ho avuto la fortuna di conoscere in questi anni e che mi hanno accompagnato in ogni edizione. Linda Feraboli, 'il folletto' del PAF: se serve un'informazione è a lei che devi chiedere, come tutti i folletti se la cerchi non la trovi, se la pensi ti appare con un sorriso grande cosi. Stefano Marzorati, il 'PR' del PAF, una presenza costante e silenziosa, con il suo cellulare racconta sui social ogni evento del PAF. Fuori la tranquillità di un 'monaco tibetano', dentro un cuore che batte a ritmo di rock. Stefano Muchetti 'il videomaker' per antonomasia, mi diverte vedermelo sfilare intorn, trovare la giusta inquadratura muovendo macchina fotografica come se suonasse un violino. Il risultato sono bellissimi video trailer che ci parlano della gente, dei personaggi e dei luoghi del PAF.

E soprattutto tutti quei giovani che non conosco, ma ammiro e cerco di ritrarre nella loro essenza più semplice e vera. Diamogli fiducia e lasciamogli il giusto spazio.

Mi alzo e con un cenno saluto Marco, mentre lui se ne resta seduto a finire il suo Gin Tonic assorto nei suoi pensieri, mentre si rigira tra le dita le immagini che gli ho lasciato.

 

-Gazzaniga Daniele-

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