Martedì, 15 giugno 2021 - ore 11.00

Come ci vedono dalla Svizzera nel 150 esimo

| Scritto da Redazione
Come ci vedono dalla Svizzera nel 150 esimo

Tre o quattro modesti auspici per il centocinquantesimo anno di Andrea Ermano 
Il tassinaro zurighese è un giovanotto assai corpulento, con un vistoso auricolare color antracite che penso gli serva a telefonare mentre guida. Butta un occhio sulle insegne rosso-bandiera del ristorante dal quale stiamo uscendo; resta attonito per un istante; poi sobbalza ed esclama in dialetto alemannisch: “Ma questo è il Cooperativo?! Dunque, il Coopi esiste ancora?!”.
In effetti, quella che, senza sgommare, ci siamo appena lasciati alle spalle, scivolando via nel silenzio della notte invernale dopo alcune ore di accese discussioni, quella era proprio la nuova sede dello storico ritrovo antifascista, giunto al suo quinto trasloco in cent’anni e passa di onorato servizio.
Sono le due di notte.
“Ma è vero che ci ha mangiato anche Mussolini quand’era ancora socialista?”, domanda il ragazzo.
Gli cito la memorialistica sull’argomento secondo la quale Mussolini venne a Zurigo nel 1913 per il discorso del Primo Maggio; parlò al Velodromo; poi pranzò a casa di compagni. Il Cooperativo rimase chiuso fino a sera per la Festa dei lavoratori.
Il giovane zurighese ne prende atto pensoso: “Mia madre dice di Mussolini che era meno cattivo della sua. . . della sua. . .”.
E si perde un po’ a cercare la parola. Azzardo: “Della sua nomea?”.
“Genau, genau!”, esclama lui. “Era meno cattivo della sua nomea. Certo, poi, il patto con Hitler. . .”, aggiunge a mezza bocca, non senza segnalare qualche implicita riserva sul giudizio della mamma, e non senza tradire un interesse storico che mi sorprende.
Quando scendiamo, c’informa: “Ma Berlusconi, come uomo, dice mia madre, è peggio di Mussolini”.

Ora, sembrerà uno scherzo, ma l’opinione della mamma del tassinaro zurighese riferitaci da lui medesimo riflette lo stato d’animo di tantissime donne, ben oltre i confini del nostro Paese, in quartieri e continenti anche distantissimi tra loro.
L’enorme frana d’immagine cui alludiamo iniziò a Casoria, nel Napoletano – ricordate? – con la festa per il diciottesimo compleanno di una ragazza, Noemi Letizia, fin lì totalmente sconosciuta ai più. Fu allora che Veronica Lario, in una celebre intervista, annunciò l’intenzione di divorziare dal marito-premier, dato che lui trovava il tempo per “rilassarsi” con le minorenni, ma non quello per presenziare al compleanno dei figli, disse.
Da allora, nell’inconscio collettivo del villaggio globale, l’immagine del nostro Presidente del Consiglio sta praticamente “a zero”. Certo, in Italia lo strapotere politico, mediatico, finanziario e persino ecclesiastico ha sopito non poco i sentimenti della gente.
E però, appena passi i confini del Paese, tutti quelli che incontri, ma proprio tutti, ti domandano: “Perché vi tenete uno come Berlusconi?”.
Il discredito internazionale combinato con l’ira che lievita nell’animo delle donne, e non solo delle donne, ha ormai distillato un’osmosi inesorabile che lentamente corrode ogni microfibra del gradimento berlusconiano. Chi mai potrebbe arrestare questo processo, così vasto e così profondo?
Dunque, stiamo entrando in una nuova fase.
Sì perché, se due anni fa il nostro problema politico consisteva nell’irraggiungibile capitale di consenso intorno all’Uomo di Arcore, abilissimo nelle campagne di autopromozione elettorale, ma incapace di avviare le riforme di cui il Paese ha urgentemente bisogno, ebbene, oggi il berlusconismo è censurato nei sondaggi dal 70% degli intervistati. E persino il Vaticano pensa a uno "sganciamento soft", certo non prima d'essere passato all'incasso: «La prospettiva più accreditata Oltretevere è un altro anno di Berlusconi a Palazzo Chigi (con l’approvazione del ddl Calabrò anti-eutanasia e di altri provvedimenti a difesa di vita, famiglia, libera istruzione) poi, scongiurando il ricorso alle urne, il passaggio di mano ad altro "esponente del centrodestra" in primis Giulio Tremonti», riferisce oggi il vaticanista della Stampa, Giacomo Galeazzi.
Auguriamoci, nel centocinquantesimo anno di unità nazionale, che l’Italia abbia il cuore di mettere guinzaglio e museruola alle bestie fameliche, evitando i soliti riti di fine regime, ché stavolta potrebbero sortire effetti esiziali per l’intero sistema.

Urgono le riforme, che per ora nessuno farà, né oggi né domani. E allora, per il dopodomani, proviamo a buttar giù due o tre idee semplici, suscettibili ovviamente di precisazioni e sviluppi.
Saltiamo a piè pari le varie questioni istituzionali, per le quali occorre un’assemblea costituente. Qui ci limitiamo in tutta brevità al merito, ai contenuti.
Prioritario, massimamente prioritario, sarebbe ricucire la solidarietà generazionale, cioè fare qualcosa per i giovani. Quindi, ad esempio, bisognerebbe abbattere il debito pubblico, aggredire precarietà e disoccupazione, realizzare opere di risanamento sociale e infrastrutturale.
Il debito pubblico è un furto perpetrato dalle vecchie generazioni ai danni delle giovani. Giusto sarebbe allora se i vecchi facessero qualcosa. Perciò Giuliano Amato ha recentemente proposto di prelevare dai grandi patrimoni del terzo più ricco della popolazione otto-dieci mila euro pro capite annui. In circa un lustro porterebbero il disavanzo al 60-80% del PIL. Sarebbe una buona azione.
Contro precarietà e disoccupazione i socialisti propongono da tempo l’introduzione di un reddito minimo di cittadinanza (ricordo che se ne parlava già una vita fa nei nostri convegni di studio internazionali). Tanto per cominciare lo si potrebbe gradualmente applicare a un primo scalone d’età tra i 20 e i 30 anni.
Contro il degrado sociale e infrastrutturale, sarebbe opportuno introdurre un obbligo di leva civile per tutte le ragazze e per tutti i ragazzi. Grazie a questa nuova coscrizione lo Stato potrebbe affrontare compiti d’intervento nelle principali emergenze sociali, ambientali e infrastrutturali.
Non mancano esempi di cose da fare, dagli argini dei fiumi ai terrazzamenti delle montagne in dissesto idrogeologico, dalla manutenzione delle strade alle misure antisismiche o di ristrutturazione eco-compatibile, dall’accudimento di anziani e disabili ai programmi di accoglienza e riqualificazione professionale, dalle opere di conservazione del patrimonio culturale alla sua valorizzazione, la lista sarebbe qui troppo lunga.
Durante questi venticinque anni di follie liberiste, il sistema Italia ha complessivamente battuto la fiacca. Il Paese non versa in buone condizioni.
È nell’interesse di tutti costruire una prospettiva di speranza per le nuove generazioni.

Fonte:www.avvenirelavoratori.eu


 

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