Lunedì, 03 ottobre 2022 - ore 06.12

Da dove vengono le leggende sul coronavirus

Dal virus nato in laboratorio ai rimedi casalinghi, dai topi mangiati vivi al 5g, i debunker non hanno pace col coronavirus.

| Scritto da Redazione
Da dove vengono le leggende sul coronavirus

Dal virus nato in laboratorio ai rimedi casalinghi, dai topi mangiati vivi al 5g, i debunker non hanno pace col coronavirus. Ma c’è anche chi bufale, leggende e complotti li studia, e sta tracciando l’epidemia parallela che sta investendo il folklore. Questa parola non riguarda solo buffi stupidi costumi locali (cit.), ma tutto ciò che anche oggi, anche in una moderna metropoli o su internet, si tramanda culturalmente da persona e persona e che ci definisce.

Non a caso l’American Folklore Society ha da tempo attivato sul suo sito una sezione dedicata a Covid-19 che ospita già alcune riflessioni e materiale di studio. Anche il Belief Narrative Network dell’International Society for Folk Narrative Research, e la International Society for Contemporary Legend Research si sono attivati sull’argomento. La rivista accademica Contemporary Legend della ISCLR dedicherà un numero speciale a Covid-19 che uscirà nei prossimi mesi.

Allo stesso tempo l’Università del Colorado ha reso disponibili gratuitamente due recenti libri su pandemie e folklore per “capire le reazioni culturali all’epidemia di coronavirus”

Sì, perché di certo molte delle leggende in circolazione hanno motivi in comune con quelle affiorate (o ri-affiorate) durante le epidemie del passato, anche remoto. Poco importa se ora c’è WhatsApp. Ma è sempre così? La tassonomia e la filogenesi delle leggende sul nuovo coronavirus non è semplice, e rivela alcune sorprese.

Storie che viaggiano

Quando si parlava ancora di epidemia e non di pandemia, i folkloristi di tutto il mondo hanno cominciato a notare un fenomeno interessante. Come il coronavirus si spostava di nazione in nazione, così facevano le leggende. In diverse lingue l’espressione leggende metropolitane esprime il concetto di “storie che viaggiano”, quindi nessuna sorpresa.

Però in questo caso è stato possibile documentare in tempo reale come il virus spostasse un bagaglio folklorico: a distanza di pochi giorni o settimane emergevano in un paese le stesse leggende già viste altrove. Un esempio? La storia degli elicotteri che spruzzavano disinfettante contro il coronavirus, documentata per la prima volta in Italia a inizio marzo. Un messaggio diffuso via WhatsApp invitava a fare attenzione, nella notte sarebbero passati elicotteri a irrorare disinfettante: “nn rimanete i panni scarpe e altre cose fuori e soprattutto attenti ai cani!“.

Come ha spiegato a Full Fact Peter Burger, folklorista e fact-checker dell’università di Leida, la voce in due settimane si è diffusa in tutto il mondo. Non solo in Europa, ma anche in Sud America, Medio Oriente, Asia Meridionale e Sud Est Asiatico. Ovunque, spiega Burger, la leggenda è stata adattata alle condizioni locali.

Classificare le leggende sul coronavirus

Quella degli elicotteri è solo una di diverse decine (o centinaia) di voci trasportate, in un certo senso, dal contagio. Bisogna dare un ordine, e in questa fase i folkloristi stanno anche prendendo nota delle tipologie che si presentano. Un esempio viene dalla Russia, dove antropologi e folkloristi dell’Accademia presidenziale stanno provando a stilare un’enciclopedia delle voci e delle notizie false legate alla pandemia. Gli studiosi russi hanno impostato per ora sei categorie. Sono i consigli pseudo-medici (come le rivelazioni da presunti scienziati scomodi), le ricette popolari/religiose (come la famosa vodka contro il virus), gli allarmi (come gli elicotteri), i racconti in prima persona di panico (una russa in Italia racconta la situazione drammatica distorcendo la realtà), e infine i documenti falsi e le storie sull’origine tecnologica del virus. Anche La Banca dati olandese dei racconti popolari, creata dal professore di folklore Theo Meder dell’Istituto Meertens ad Amsterdam, ha cominciato e raccogliere e catalogare queste narrazioni.

Tra gli strumenti di lavoro dei folkloristi ci sono anche degli indici, come lo Aarne–Thompson–Uther e il Motif-Index. Sono compilati a partire da racconti popolari, e permettono di identificare motivi ricorrenti e, quindi, trovare le parentele tra le storie. “In alcuni casi questi motivi sono effettivamente applicabili anche alle leggende contemporanee” – spiega a Wired Sofia Lincos del CeRaVolc – “una testimonianza di quanto le moderne leggende siano imparentate con un passato a volte antichissimo”. Lincos dà un esempio classico:

“Un caso da manuale è la storia delle ceneri della nonna: una famiglia riceve dall’America un pacco con una polvere, che interpreta come zuppa liofilizzata e mangia avidamente. Una lettera arrivata in seguito rivelerà che si tratta delle spoglie cremate della nonna emigrata negli USA. Questa leggenda può essere inserita nel filone del cannibalismo involontario nei confronti di un parente, comune anche nelle fiabe e classificabile come G61 del Motif Index”.

Ma non sempre è così. Ovvero, non tutte le leggende in cui siamo immersi sono sempre e necessariamente figlie di antiche storie che sono arrivate fino a noi. Le leggende possono estinguersi, e possono anche nascere. Che cosa si più dire a questo proposito del coronavirus?

Folklore vecchio…

Il Centro per la raccolta delle voci e delle leggende contemporanee (CeRaVolc) è stato fondato nel 1990 su iniziativa di Paolo Toselli, e da allora documenta e commenta la diffusione delle leggende contemporanee (aka metropolitane) nel nostro paese. Sul coronavirus il centro sta a sua volta provando a fare un inventario, anche perché è ovvio – spiega Lincos – che ce ne sono alcune che battono sugli stessi tasti. Come ha scritto la folklorista Sheila Block, le storie e i meccanismi sono già stati visti in passato, e in particolare in altre epidemie.

Per esempio, la storia del virus come arma biologica ha una lunga tradizione di analoghe teorie del complotto, la più famosa forse è la presunta l’origine artificiale di hiv/Aids. Lo stesso vale per i rimedi popolari: se esiste una diceria che le cipolle, in qualche modo, curano l’influenza, è relativamente facile il salto di specie contro il Covid-19. Specialmente quando a lungo i media hanno diffuso l’idea che le due malattie fossero simili. Leggende più o meno vecchie che ritornano quindi, ma per chi le studia non è sempre così semplice.

Gli elicotteri per esempio potrebbero sembrare qualcosa di totalmente nuovo, e in effetti non paiono esistere storie precedenti di elicotteri disinfestatori (inesistenti) durante una pandemia. Ma, spiega la folklorista, si può riconoscere un tema antico sottostante, cioè quello del pericolo che arriva dall’alto. Come l’aeroplano Pippo, mitico aereo notturno temuto in Italia durante la II guerra mondiale, o anche le scie chimiche. Un altro esempio è una catena di Sant’Antonio, un elenco di presunte buone pratiche contro il coronavirus che verrebbe addirittura dall’Università Johns Hopkins. Anche se l’argomento della catena è il coronavirus, Paolo Toselli ha ricordato quanto la sua storia sia simile a quella dello storico volantino di Villejuif, che ha fatto il giro del mondo.

…o nuovo?

Però, in alcuni casi, gli studiosi si sono imbattuti anche in storie difficili da inserire nella scatola giusta. “Qua e là” – hanno scritto Sofia Lincos e Giuseppe Stilo, sempre del CeRaVolc – “nell’immensa mole di leggende circolante sulla nuova epidemia, è possibile riconoscere riadattamenti originali, nuovi motivi, storie che è difficile pensare al di fuori delle particolarissime circostanze in cui ci troviamo a vivere”.

Per esempio a marzo in Australia – spiega Lincos – si parlava di un autobus, in genere carico di orientali, che si fermava in una cittadina australiana per fare incetta di qualunque bene disponibile.

Accaparratori organizzati, che non si limitavano alla carta igienica, magari per rivendere il tutto a prezzo maggiorato. In questo caso, sottotesti razzisti a parte, non si trova un precedente. Lo stesso vale per un presunto business di cani in affitto in Spagna, per permettere alle persone di uscire durante il lockdown. In quale altro modo, se non nel contesto delle attuali procedure di isolamento, sarebbe potuta nascere una voce del genere?

“Insomma, alla fine, le grandi tragedie collettive producono quantità immense di sofferenze, ma anche di narrazioni, storie e leggende che entrano a far parte del nostro patrimonio collettivo. Infatti, molti studi sulle dicerie e sulle credenze che sorgono per gestire le situazioni di stress estremo nacquero negli anni terribili della Prima Guerra Mondiale – un grande laboratorio antropologico, come qualcuno l’ha definito”, ricorda Lincos.

“Le storie che ci scambiamo, le catene di sant’Antonio e anche le bufale che circolano in questa epidemia non sono neutre. Sono mezzi che usiamo per far fronte all’ansia per questo momento storico, evidenziano le tensioni fra segmenti diversi della comunità (ad esempio, tra chi vorrebbe riaprire tutto e subito e chi avverte meno questa esigenza) e ci forniscono uno sguardo profondo sulla società attuale”.

“Limitarsi al debunking o a dire che una particolare notizia è falsa ci fa perdere questa dimensione. Anzi, io penso che l’antropologo, il folklorista, lo studioso di psicologia sociale e di storia delle idee dovranno occuparsi a lungo delle leggende contemporanee sorte in quest’epidemia: anche queste sono un modo per far fronte ai mutamenti che si prospettano”, conclude l’esperta.

(Stefano Dalla Casa, Wired cc by nc nd)

 

FONTE BUONGIORNOSLOVACCHIA.SK

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