Giovedì, 06 ottobre 2022 - ore 00.32

La geopolitica delle sanzioni ridisegna le rotte commerciali

L’escalation comporta complessi ribilanciamenti sotto ogni punto di vista, tra cui l’importante flusso commerciale russo-europeo.

| Scritto da Redazione
La geopolitica delle sanzioni ridisegna le rotte commerciali

Il commercio estero è fortemente influenzato dalle dinamiche legate ai rapporti politici nelle relazioni internazionali. A causa delle crescenti ostilità tra Russia e mondo occidentale scaturite nella guerra in atto, gli interscambi e le relazioni commerciali multilaterali che coinvolgono la Federazione vengono trafitte dall’evoluzione degli scontri geopolitici in cui la diplomazia gioca un difficile (ma essenziale) ruolo. L’Ucraina rimane punto nevralgico poiché falcidiata dalla guerra, ma il più ampio tema legato ad un vero decoupling geoeconomico spinge ad allargare l’analisi verso una tendenza geopolitica che detta sempre più le regole del commercio internazionale. L’ordine internazionale sembra dunque tendere verso una nuova “wave of globalization”. Infatti, la globalizzazione nella sua ondata più recente subisce oggi un altro colpo basso in quanto tende a sottostimare la centralità politica che permea costantemente le catene globali di fornitura.

Effetti delle misure restrittive

L’escalation che si sta delineando nel panorama politico internazionale comporta complessi ribilanciamenti sotto ogni punto di vista, tra cui l’importante flusso commerciale russo-europeo.

La Russia è un grande partner commerciale per i paesi europei non solo come erogatore di beni energetici e materie prime, ma altresì come importatore di beni di lusso, ad alto contenuto tecnologico ed innovativo.

La peculiarità del flusso import-export tra i due attori (frenato dal framework fluido di sanzioni messe in atto dall’UE e contro-sanzioni russe) delinea conseguenze delicate e di grande rilevanza sia nel breve che nel medio/lungo termine.

Il crescente pacchetto di sanzioni (o più correttamente, misure restrittive) attuato dagli attori ostili all’invasione russa si ripercuote sulla composizione dei rapporti nell’economia reale, molto di più di quanto possa fare da sola la guerra.

Lo scopo delle sanzioni è sicuramente quello di indebolire pesantemente chi le subisce per minare la capacità di continuare a foraggiare la campagna di invasione in atto.

Soltanto il tempo ci dirà quanto le sanzioni funzioneranno in tal senso; la Storia ci insegna che hanno sempre funzionato poco quando imposte per dissuadere o far cessare azioni militari, verso un paese caratterizzato da un regime non democratico.

Tuttavia, le misure restrittive diventano un’arma a doppio taglio in quanto producono effetti negativi anche per chi le impone.

È certo che gli effetti diretti delle sanzioni per l’Europa si concretizzeranno in un indebolimento notevole dell’export verso la Federazione nonché di una riduzione degli FDI (Foreign Direct Investments) sul territorio russo.

Gli effetti diretti, tuttavia, contano meno dell’1% del PIL.

Tra gli effetti indiretti, invece, si nota il notevole aumento dei prezzi delle materie prime nonché un razionamento delle forniture. Queste ultime sono rallentate da un sistema di interscambio non più fluido e appesantite dal parallelo incremento esponenziale dei servizi di logistica. La conseguenza è che le industrie energivore rileveranno costi di produzione sempre maggiori.

Si può facilmente notare come gli effetti indiretti produrrebbero condizioni macroeconomiche decisamente più gravi rispetto a quelli diretti.

A livello europeo, lo spettro della stagflazione (verificarsi contemporaneo di innalzamento continuo dei prezzi e di bassa crescita economica) è più che una possibilità. Questa si concretizzerà nel momento in cui la paralisi delle catene globali di fornitura e approvvigionamento non garantirà più il flusso desiderato, subendo una brusca frenata e riducendo la disponibilità di input produttivi in grado di foraggiare l’offerta aggregata (con annessi incrementi di prezzo).

Gli ingredienti che compongono il nuovo ordine economico internazionale sembrano essere alquanto simili a quelli che hanno caratterizzato gli ultimi due anni di pandemia: contrazione decisa sul lato dell’offerta e incertezza sistemica degli indici di prezzo, specialmente per commodities strategiche, che di riflesso hanno ripercussioni sull’intera economia.

Tuttavia, vedremo più avanti come lo shock pandemico non presenta soltanto similitudini con quello attuale; anzi, si rilevano differenze di carattere fattuale che rivestono un’importanza notevole.

In ogni caso, il pericolo della stagflazione non aiuta i mercati e le economie del continente a percepire una decisa crescita post-pandemica che invece sarebbe stata quanto mai necessaria.

I ruoli politici distinti di USA e UE

Dal punto di vista politico, abbiamo assistito ad un robusto fronte comune occidentale (seppur graduale) per fronteggiare l’invasione russa in maniera compatta.

Da un lato, gli USA sono geograficamente lontani dal conflitto e il loro interscambio con la Russia è decisamente meno intenso di quello che caratterizza i rapporti bilaterali tra UE e Federazione. Questo ha portato Washington ad essere immediatamente pronta a ratificare un pacchetto di sanzioni pesante al quale si sono presto legate misure restrittive secondarie. Queste ultime riguardano l’interruzione delle relazioni commerciali con gli USA nel caso in cui un paese terzo partner abbia al contempo scambi con entità ostili, tra cui la Russia.

Dall’altro lato, l’UE ha avuto bisogno di più tempo e maggiore dialogo tra i 27 prima di varare sanzioni consistenti. D’altro canto, i rapporti commerciali tra la Federazione e i paesi membri, se non fitti, risultano strategicamente fondamentali. Alcuni stati hanno maggiore dipendenza settoriale sia in termini di import che di export, altri considerano la Russia un partner marginale, ma soltanto in relazione all’interscambio diretto.

Proprio come durante l’emergenza COVID, l’UE ha sicuramente mostrato una compattezza apprezzabile, capace di sbarazzarsi delle lotte intestine e delle ostilità nazionalistiche che spesso hanno impedito azioni di concerto.

Gli USA, per quanto favorevoli a sanzioni immediate e ferma condanna alla guerra, non hanno intenzione di prodigarsi in favore di un interventismo massiccio, ormai abbandonato da tempo nelle agende delle ultime Amministrazioni americane. La difesa dei “valori occidentali” e del principio dell’autodeterminazione dei popoli è coordinata a livello diplomatico e in concerto con gli alleati presso i fori multilaterali competenti (ONU su tutti), ma non si traduce in power projection.

La “cortina di ferro” dei giorni nostri non è fulcro centrale nella politica americana; quest’ultima oggi si concentra più su tendenze isolazioniste per raccogliere consenso popolare (le elezioni di midterm in autunno sono alle porte). Il popolo cerca sicurezza interna e maggiore benessere, mentre vede l’interventismo come l’ennesimo rischio di grave imbarazzo e “sconfitta morale” oltre che ad un dispendio economico non necessario per i bilanci federali.

L’UE, viceversa, è oggi impegnata in un complesso ruolo di responsabilità, sia per questioni geopolitiche che di natura economica.

Bruxelles non può sottrarsi dall’assumere decisioni coraggiose e corali per arginare le conseguenze devastanti di questa guerra e consacrarsi come attore influente e decisivo sul panorama internazionale.

La politica guida l’economia

Una nuova crisi internazionale, esattamente come il COVID, porta gli attori regionali a ridisegnare le proprie policies in funzione di veloci mutamenti sistemici.

Tuttavia, la componente geopolitica nella guerra russo-ucraina è altamente più marcata e spinge ad un’analisi oculata sulle conseguenze di lungo periodo.

La NATO si è rivelata un’arma di grande deterrenza e dall’alto profilo difensivo.

La linea rossa di un confine immaginario è tracciata secondo la composizione NATO attuale; l’Alleanza Atlantica spinge le parti contrapposte in guerra a non mettere in atto azioni scellerate che potrebbero rischiare di causare un’escalation senza precedenti.

Il verificarsi delle condizioni descritte nell’articolo 5 del Trattato NATO è per ora scongiurato; l’Alleanza rimane dunque uno sleeping dog che si è mosso tatticamente per essere pronto ad un assetto consono all’evoluzione del conflitto.

L’attuazione stessa delle sanzioni è figlia della decisione di scongiurare un attacco armato nei confronti della Federazione.

L’Unione Europea si ritrova immersa in un mondo che ormai consideriamo globalizzato ma dove i confini oggi contano ancora moltissimo.

Le frontiere (anche ideologiche) stabiliscono un indicatore di rischio politico ed economico nelle dinamiche di potenza ed equilibrio di potere.

La tendenza al decoupling (per lo meno delle commodities) ha assunto un peso non indifferente nei dibattici tra studiosi di politica economica internazionale e non solo.

La Russia, ad oggi, guarda con favore ed interesse al possibile partenariato strategico di lungo periodo con la Cina (la cui “amicizia” rimane tutta da costruire), specialmente con riferimento all’erogazione di energia e materie prime.

Il mondo sembra nuovamente dividersi in due grandi blocchi che, etichettati con regimi politici e filosofie diversi tra loro, si ritrovano improvvisamente desiderosi di interrompere le relazioni commerciali (escludendo quelle vitali, per lo meno nel breve e medio termine) e studiare piani strategici alternativi di approvvigionamento e di sbocco.

È interessante sottolineare un aspetto di politica economica internazionale in merito a quanto appena accennato. Infatti, l’ordine internazionale che va delineandosi dal punto di vista economico è fortemente influenzato dalle condizioni geopolitiche in atto. Gli attori commerciali che operano nei mercati globali non potranno più intrattenere relazioni con le controparti indistintamente e in un’ottica di free trade; al contrario, le decisioni politiche ridisegnano le rotte commerciali. In altre parole, il business si dovrà adeguare alle relazioni politiche internazionali tra gli attori globalmente o regionalmente rilevanti.

La globalizzazione ha dunque perso ogni connotato apolitico; essa, infatti, è invece profondamente permeata dalle dinamiche geopolitiche e dalle policies che governano il commercio internazionale.

Se la globalizzazione tendeva a sottostimare i rischi legati all’allungamento delle catene di fornitura, oggi ci troviamo di fronte a situazioni diametralmente opposte (in cui, per esempio, il “rischio paese” o “rischio politico” hanno assunto un’importanza vitale nell’assessment di un determinato progetto).

Reshoring prudente e non solo 

In questo panorama di decoupling, le Global Value Chains (GVCs) sembrano essersi definitivamente spezzate dopo decenni di grande successo sulla scena internazionale.

Il valore aggiunto che si crea potendo contare sulla collaborazione internazionale nella produzione è sempre stato visto come un grande risultato, indicatore di crescita e ricchezza per chiunque fosse attraversato dalle GVCs stesse.

Evitare un regime autarchico ha permesso alle popolazioni di molti paesi di avere accesso a beni sostanzialmente di lusso (come telefoni cellulari, computer, etc.) a prezzi moderatamente contenuti.

È tuttavia doveroso essere consapevoli che più le catene si allungano, maggiore è la delicatezza e complessità delle stesse.

Le GVCs attraversano ormai aree geograficamente molto estese e devono fare i conti con una sempre maggiore tensione geopolitica internazionale. Diversi conflitti nel mondo non permettono sempre passaggi sicuri nei percorsi delle catene.

Ancora una volta, notiamo come il commercio deve adeguarsi ai dettami politici in atto.

Rispetto alla crisi pandemica, lo shock attuale assume sicuramente connotati maggiormente regionali (per i soli effetti diretti); tuttavia, è altrettanto vero che i suoi effetti potranno essere permanenti nella riorganizzazione dell’equilibrio geo-economico che lega le relazioni tra paesi nel mondo globalizzato.

Davanti ad un ordine economico mondiale che soffre lo spezzettarsi delle GVCs, l’esposizione media al rischio aumenta notevolmente.

La riorganizzazione regionale che tenta di accorciare le catene globali è estremamente onerosa e richiede resilienza audace da parte degli attori regionali coinvolti.

In questo senso, l’Unione Europea può giocare un ruolo determinante per permettere agli Stati Membri di non cadere in un pericoloso vortice di stagflazione.

Le politiche di reshoring funzionano soltanto per alcuni settori e se supportate da un coordinamento regionale impeccabile.

È legittimo aspettarsi tendenze di questo tipo di fronte ad un ordine internazionale falcidiato da grandi tensioni politiche e rischi macroeconomici.

Tuttavia, per ridurre l’esposizione al rischio complessivo e contemporaneamente non perdere i vantaggi competitivi di rimanere sui mercati internazionali, la diversificazione rimane la strategia da perseguire insieme ad un rafforzamento delle unità di Risk Management all’interno delle strutture degli attori economici che operano interscambi e transazioni cross-border.

Una delle sfide più ambiziose per l’Unione Europea sarà sicuramente rappresentata dalle politiche sull’energia. In un contesto di decoupling, l’Unione dovrà far fronte alle mutate condizioni in merito ai contratti di fornitura delle commodities, operando una complessa operazione che metta insieme politiche di reshoring abbinate ad una diversificazione efficace del portafoglio nonché ad una delicata transizione ecologica in materia energetica capace di creare esternalità positive nel medio termine.

Una traccia di questo tipo potrebbe permettere all’UE, con una guerra ancora in atto al confine orientale, di districarsi efficacemente in un mondo sempre più fluido ed anarchico, falcidiato dai rischi politici che continuano a minare le relazioni commerciali internazionali.

Il graduale e continuo processo di maturazione dell’UE come potenza regionale e istituzione internazionale capace di creare sicurezza, sviluppo e benessere potrebbe fatalmente passare attraverso questo ambizioso compito.

(Nicola Calvano, Geopolitica.info cc by)

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