Sabato, 02 luglio 2022 - ore 16.18

La Russia potrebbe usare le criptovalute per aggirare le sanzioni

| Scritto da Redazione
La Russia potrebbe usare le criptovalute per aggirare le sanzioni

Con la guerra in Ucraina, le criptovalute sembrano essere diventate particolarmente popolari da entrambi i lati del conflitto. Da parte ucraina, allo scopo di raccogliere sostegno economico da tutto il mondo. Sul fronte russo, a causa della svalutazione del rublo e delle sanzioni internazionali. Ma ad emergere c’è un rischio. La Russia potrebbe infatti usare tali monete con l’obiettivo di aggirare le stesse sanzioni. E non si tratterebbe della prima volta che ciò accade.

I precedenti della Corea del Nord

Appena qualche giorno fa, Virgil Griffith, hacker e sviluppatore della Fondazione Ethereum – che si occupa dello sviluppo della blockchain di ether (seconda criptovaluta per capitalizzazione di mercato) – è stato condannato da un tribunale statunitense a più di cinque anni di carcere. Il reato contestatogli è quello di aver cospirato per violare le sanzioni internazionali imposte alla Corea del Nord.

Nel corso di una conferenza su blockchain e criptovalute a Pyongyang, capitale della nazione di Kim Jong-un, Griffith avrebbe infatti rivelato in che modo è possibile sfruttare la tecnologia digitale per, appunto, aggirare le decisioni assunte dal mondo occidentale. Non si sa cosa abbia detto di preciso, ma è già successo che il regime abbia cercato di sfruttare le criptovalute a questo scopo.

Nel 2020, un tribunale americano aveva già condannato tre ufficiali nordcoreani per aver cercato di raccogliere fondi in violazione alle sanzioni americane attraverso un’ICO. Ovvero un’Initial Coin Offering (offerta iniziale di moneta): il corrispondente nel mondo cripto dell’Offerta pubblica iniziale con cui le società si quotano in Borsa.

Il nuovo token avrebbe dovuto rappresentare la proprietà di porzioni di navi mercantili. I tre sono stati condannati anche per aver rubato – attraverso virus e attacchi informatici – l’equivalente di diversi milioni di dollari. Secondo le Nazioni Unite, questi furti rappresentano un’entrata fondamentale per finanziare il programma missilistico e nucleare di Pyongyang. E negli ultimi anni la maggior parte delle operazioni ha avuto per oggetto proprio le criptovalute. Chainanalysis stima che, nel corso del 2021, hacker nordcoreani abbiano rubato quasi 400 milioni di dollari. Ma nel 2022, con un singolo attacco, sono riusciti a sottrarne già circa 600.

Altri modi per evadere le sanzioni

Nel 2018 il Venezuela di Maduro creò una criptovaluta di Stato (le cosiddette CBDC, Central Bank Digital Currencies) proprio per aggirare le sanzioni. Così Trump emanò un ordine esecutivo per proibire tutte le transazioni effettuate da cittadini statunitensi o sul suolo americano in «qualsiasi valuta digitale, moneta digitale o token digitale, rilasciato da, per, o in nome del governo venezuelano».

Le criptovalute, per loro natura, possono essere trasferite senza restrizioni. Tuttavia, gli exchange (le “Borse”) centralizzati – cioè gestiti da un’azienda – sono in grado di bloccare le transazioni. Ed è quello che, ad esempio, hanno fatto Binance e Coinbase in seguito all’invasione russa. Già da anni l’OFAC – l’ufficio del Tesoro americano che si occupa di applicare le sanzioni – ha aggiunto alla lista dei soggetti sottoposti a restrizioni anche alcuni indirizzi di wallet (i “portafogli” digitali in cui si detengono le cripto).

Inoltre, dato che le società hanno a disposizione dati come la localizzazione dell’utente, dovrebbero bloccare le transazioni da o verso Paesi sottoposti a sanzioni. L’anno scorso BitPay, società americana che offre servizi per la gestione dei pagamenti, è stata multata proprio perché non ne aveva impedito alcune provenienti da (o indirizzate a) Cuba, Corea del Nord, Iran, Siria, Sudan e Crimea.

Da ultimo, anche il mining (l’estrazione di nuove criptovalute) può tornare utile ai Paesi ricchi di risorse fossili. L’Iran lo sa bene: poiché le sanzioni gli impediscono di esportare petrolio e gas verso i Paesi occidentali, lo Stato arabo monetizza queste risorse minando Bitcoin. Con cui poi paga le importazioni riuscendo così ad aggirare anche le restrizioni che gravano sui suoi istituti finanziari.

Cosa (non) può fare la Russia

Prima di tutto, Mosca potrebbe seguire l’esempio di Teheran. Ad agosto la Russia era il terzo Paese al mondo nel mining di Bitcoin, dopo Stati Uniti e Kazakistan. Come riporta sempre Chainanalysis, da inizio anno si è assistito ad un aumento del valore minato in Russia rispetto a quello in Iran. Sebbene sia improbabile che entità russe sanzionate siano già riuscite ad aumentare la propria capacità di mining, è però probabile che ci stiano provando. E infatti, appena pochi giorni fa, il Tesoro americano ha sanzionato Bitriver, società di mining russa con sede a Zurigo.

Per quanto riguarda gli oligarchi russi, anche se i loro wallet non venissero bloccati, è difficile che riescano a convertire denaro in criptovalute e viceversa. O almeno, non in grandi quantità. Questo perché tutte le transazioni su blockchain sono registrate e accessibili a chiunque. Quindi, se un account russo cercasse di convertire una grande somma non passerebbe inosservato. Al contrario, operazioni di piccolo taglio (ma parliamo comunque di milioni) non danno troppo nell’occhio. E infatti è in questo modo che di solito viene riciclato il denaro con le criptovalute.

Inoltre, bisogna considerare che l’economia Russia è decisamente più grande di quella di Iran e Corea del Nord. Gli asset totali del sistema bancario russo valgono circa di 1.380 miliardi di euro, mentre la capitalizzazione totale del mercato cripto è attualmente attorno a 1.630 miliardi. Questo vuol dire che le criptovalute da sole non sono in grado di mitigare l’impatto negativo delle sanzioni e sostenere l’economia nel lungo periodo. Ma possono comunque dare un aiuto nel breve termine.

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