Mercoledì, 29 aprile 2026 - ore 11.56

Pianeta migranti. E’ italiano il nuovo alto commissario dell’Onu per i rifugiati

E’ Filippo Grandi, milanese di 58 anni, il nuovo alto commissario per i rifugiati dell’Onu. E’ entrato in carica il 1 gennaio. Ha raccolto il testimone dal suo predecessore, il portoghese Antonio Guterres, che ha diretto l’UNHCR per 10 anni. Il compito gli è stato affidato alla metà dello scorso novembre dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, che lo ha scelto fra una rosa di prestigiosi candidati.

| Scritto da Redazione
Pianeta migranti. E’ italiano il nuovo alto commissario dell’Onu per i rifugiati Pianeta migranti. E’ italiano il nuovo alto commissario dell’Onu per i rifugiati Pianeta migranti. E’ italiano il nuovo alto commissario dell’Onu per i rifugiati Pianeta migranti. E’ italiano il nuovo alto commissario dell’Onu per i rifugiati

Grandi vanta un’esperienza trentennale al servizio dell’Onu e dei rifugiati. Negli ultimi dieci anni si è occupato dei palestinesi, prima come numero due e poi come commissario generale dell’agenzia delle Nazioni Unite competente, l’UNRWA. Prima aveva lavorato, tra l’altro, in Sudan, Iraq, Afghanistan, Liberia, Ruanda e Burundi; tutti paesi teatro di alcuni dei più devastanti e complessi conflitti del nostro tempo.

Lo aspetta un compito decisamente immane: gestire la crisi più imponente dai tempi della seconda guerra mondiale e garantire protezione, ora, a oltre 60 milioni di persone in fuga da guerre e catastrofi provocate dall’uomo o dovute ai cambiamenti climatici e ad altri problemi ambientali. La situazione, secondo tutte le previsioni, non è destinata a migliorare nel prossimo futuro così che il pesante carico di responsabilità si presenta decisamente in crescita.

Grandi eredita un’organizzazione complessa, con 9.300 dipendenti che lavorano in 123 paesi, e una difficile situazione finanziaria. Da anni l’UNCHR è in grave deficit, come del resto molte altre agenzie dell’Onu. Nell’ultimo anno, ad esempio, il Programma alimentare mondiale, PAM, che si occupa della distribuzione di cibo nei campi profughi, si è visto costretto a ridurre le razioni in molte situazione già estremamente precarie, come nei campi dei rifugiati siriani in Giordania, di quelli somali e sud sudanesi in Kenya, di quelli sudanesi in Sud Sudan, per citare solo alcuni esempi. Sarà suo il compito, problematico, di attivare la solidarietà internazionale in modo da disporre delle risorse necessarie a garantire la protezione, e la sopravvivenza stessa, di decine di milioni di persone, tra le più  vulnerabili del pianeta. Il bilancio dell’UNHCR dipende in gran parte dai contributi volontari dei paesi membri dell’Onu. Nel 2015 ha avuto a disposizione un budget di 7 miliardi di dollari, una somma rilevante ma ampiamente insufficienti a far fronte alle crescenti necessità. Di recente l’Italia ha annunciato un incremento del suo contributo con l’obiettivo di entrare nel 2016 nel “club dei donatori da 20 milioni di dollari”.

Dovrà anche garantire il miglior uso possibile delle risorse messe a sua disposizione, indicando priorità di utilizzo, metodologie di controllo al fine di evitare abusi, sempre possibili in organizzazioni così complesse, e strategie di medio e lungo periodo per rendere almeno parzialmente autosufficienti i rifugiati nei paesi di accoglienza, dopo la prima fase di emergenza. Il suo predecessore, nel suo ultimo discorso di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha invocato una sorta di “New Deal” a sostegno dello sviluppo dei paesi confinanti con la Siria, che consentirebbe un più facile assorbimento dei profughi nel locale mercato del lavoro, ma ha anche sollecitato un impegno maggiore dei paesi europei nell’accoglienza e nel mettere in atto politiche che evitino i troppo diffusi episodi di discriminazione e di xenofobia.

Grandi, dal canto suo, raccomanda di vedere la crisi sulle sponde del Mediterraneo come una parte del problema e ricorda che ci sono paesi africani che vedono spostamenti di centinaia di migliaia di persone nel giro di poche settimane, e ripetutamente nel corso degli anni. Perciò, afferma, il problema si affronta globalmente, andando alle radici delle crisi. Un approccio decisamente condivisibile.

 

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