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Quali sono le radici della retorica della destra contro il globalismo?

La critica al globalismo degli ultras di destra è solo un alibi, una comoda maschera per far passare per ribelli le opzioni più reazionarie

| Scritto da Redazione
Quali sono le radici della retorica della destra contro il globalismo?

Fine agosto 2019, Biarritz, Francia. Il G7 tiene uno dei suoi incontri periodici ai quali risponde una serie di proteste. Nella vicina cittadina di Bayonne ci sono alcune cariche della polizia, 68 arresti, comunque niente di paragonabile ai conflitti che questi vertici suscitarono alla fine degli anni ‘90. Feci un commento pieno di cinismo su Twitter: “Non so perché impediscano ai manifestanti anti-globalizzazione di avere Donald Trump come loro rappresentante al vertice”. Quasi nessuno lo capì: Trump era un nemico dichiarato della globalizzazione, ma in un modo molto diverso da quelli che una volta si definivano alterglobalisti. Paradossi dei cambiamenti avvenuti negli assi politici degli ultimi 20 anni.

Se oggi qualcuno usa la parola “globalismo” in modo peggiorativo, è molto probabile che si tratti di un estremista di destra. Due decenni fa, tuttavia, l’antiglobalizzazione è stata la prima risposta al progetto neoliberista dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica. Non l’unico. Infatti, nel 1999, quando le strade di Seattle accolsero la protesta contro un vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTo), in quella che è considerata la spettacolare origine del movimento, Hugo Chávez vinse le elezioni presidenziali venezuelane, in quella che potremmo definire la fine del decennio nero dell’America Latina. Ma, a causa dell’anglocentrismo, allora sembrava importare di più quello che accadeva nella città del grunge.

Una descrizione: il movimento no global non era di sinistra, non solo. Gran parte della sinistra classica era presente ma già non esercitava la leadership. In realtà, si era classificato come movimento, non come un partito che organizzava un soggetto politico, che in questo caso non aveva nulla a che fare con la classe sociale ma con la diversità dei gruppi. Le richieste, tuttavia, continuavano ad essere di natura economica, a differenza della componente identitaria che si è rafforzata nel decennio successivo. Dopo Seattle, Washington, Praga, Genova, Barcellona e quindi un lungo elenco di città che hanno ospitato vertici di organizzazioni internazionali e a loro volta controvertici e proteste. Come propria base, ha avuto, a partire dal 2001 il Forum Sociale di Porto Alegre.

L’antiglobalizzazione dal 2005 si era sgonfiata come movimento di rilevanza mondiale. Tra le sue virtù, la più grande era stata quella di educare un’intera generazione di giovani a quello che veniva chiamato “pensiero critico”. Uno dei suoi punti deboli era esattamente lo stesso. La fuga per svincolarsi dalla sinistra classica ha dato luogo a eufemismi come “pensiero critico”. Critico con cosa? Con quale programma? Con quali strumenti? Con quale soggetto? Nessuna di queste domande ha davvero trovato risposta: nella ricerca della trasversalità si è persa quella necessaria concretezza che, almeno nel 900, era stata la chiave delle innumerevoli vittorie del movimento operaio, qualcosa che allora era un anatema. Erano i tempi per rivendicare “le moltitudini” e di qualificare come antiquate le classi sociali.

Tutto questo non implica che l’altermondialismo non abbia fornito a molte persone una grande quantità di prezioso materiale teorico e di esperienza organizzativa. Anche alcune misure concrete come la Tobin Tax. Probabilmente non si possono capire gli indignados spagnoli o Occupy Wall Street del 2011 senza le proteste del 2001. Né che molti di questi attivisti abbiano preso una posizione acritica rispetto alla Libia, Siria e Ucraina, Paesi nei quali l’alibi delle proteste è stato usato come una mascherata per portare avanti colpi di stato che hanno portato a sanguinose guerre civili. Da tanto cercare la liquidità, sembra che anche l’olfatto si sia liquefatto.

Questo tipo di contraddizione si è verificato non solo rispetto alle “rivoluzioni colorate”, ma anche al momento dell’ascesa dell’antiglobalizzazione. La molteplicità delle richieste, la mancanza di una direzione e, naturalmente, di un corpo teorico condiviso, hanno permesso a ogni tipo di mostri di intrufolarsi in quel movimento. Non era raro vedere  media alternativi condividere video di Alex Jones, che alla fine si è rivelato un convinto estremista dell’ultradestra. Mentre le teorie del complotto hanno preso piede in alcuni settori di questo movimento. Si passò dal parlare del FMI a gettare benzina sul fuoco di intrattenimenti oscurantismi come il Bilderberg Club. Si adattavano spiegazioni geopolitiche sulla guerra in Iraq, così come teorie che definivano l’attacco dell’11 settembre come “un’operazione false Flag”. Il movimento operaio del XX secolo aspirava a cose molto concrete. L’anticapitalismo dell’inizio del XXI secolo fu un pandemonio di dfficile digestione.

Stiamo affermando che la retorica no-global dell’attuale ultra-destra è figlia diretta del movimento no-global? Più o meno. Tutto è frutto del suo tempo e l’altermondismo era la risposta che si sarebbe potuta dare alla fase neoliberista trionfante, dopo le rovine fumanti del muro di Berlino e la terza via socioliberale. Il che non implica che, a quel tempo, si siano aperte inconsapevolmente porte delle quali l’estrema destra ha saputo approfittare 20 anni dopo: la ribellione astratta, il soggetto politico come folla indefinita e una certa componente di paranoia antisistemica. Né si può ignorare che il movimento no global è stato spietato nella sua critica alla sinistra di classe organizzata in partiti e sindacati: una delegittimazione che ha intaccato l’immaginario comune.

La critica al globalismo degli ultras di destra è solo un alibi, una comoda maschera per far passare per ribelli le opzioni più reazionarie. Il populismo di destra pretende di attaccare “le élite”, che non sono mai quelle economiche, ma un nemico diffuso fatto di burocrati. Usa anche la parola sovranità, come nazionalismo escludente, senza mai specificare quali siano le misure concrete contro il sistema finanziario internazionale. E naturalmente si uniscono al carro del caos dove e quando colpisce: dagli antivax ai preparatori del collasso. L’estrema destra riesce a parlare di “grande blackout” e allo stesso tempo ad attribuire l’idea del cambiamento climatico a un complotto cinese. O sostenere la teoria della “grande sostituzione” ma però scommette su un’economia di sfruttamento del lavoro immigrato. Si parla anche di una “lobby gay” che distrugge le famiglie e, allo stesso tempo, presenta candidati apertamente omosessuali come sfida ai fondamentalisti islamici. Se c’è un movimento di moltitudini sconnesse, impaurite e arrabbiate, è l’estrema destra, la perfetta liquidità postmoderna al servizio delle idee più retrograde.

La sinistra avrebbe dovuto uscire più forte dalla crisi economica del 2008, dal suo successivo ciclo di proteste e dalla pandemia del 2020, dove i servizi pubblici sono diventati indispensabili. E così, in una certa misura, è stato: alcuni lampi li abbiamo visti nell’ultimo decennio, alcuni li abbiamo visti all’inizio di questo. Ma, ciò nonostante, la sua crescita non si è consolidata di fronte agli ultras di destra che, nonostante battute d’arresto come la sconfitta di Trump, non perdono forza in Europa. L’instabilità, la tirannia del frazionamento digitale, il veleno mediatico e il finanziamento generoso di molti grandi imprenditori li favoriscono. E anche quel progressismo che non volta pagina, una volta per tutte, rispetto a certi miti, complessi e luoghi comuni che l’antiglobalizzazione ha lasciato latenti.

di Daniel Bernabé

Daniel Bernabé (Madrid, 1980) è scrittore e giornalista. Oltre ai suoi libri di racconti e alla prefazione di autori come Gil Scott-Heron o David Peace, ha pubblicato “La trampa de la diversidad”, uno dei saggi più dibattuti e venduti in Spagna nel2018. Ha scritto di società e politica per media come La Marea, Vice o Público e ha tenuto conferenze in università come UNED, Autónoma o Jaume I.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su RT il 5 novembre 2021 con il titolo “La retórica ultra contra el globalismo: ¿cuáles son sus raíces?”. Il contenuto e le opinioni espresse sono di esclusiva responsabilità dell’autore e non rappresentano necessariamente le opinioni greenreport.it.

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