Mercoledì, 22 settembre 2021 - ore 13.58

Scenari e nuove sfide del terrorismo internazionale

Scenari e nuove sfide del terrorismo internazionale

| Scritto da Redazione
Scenari e nuove sfide del terrorismo internazionale

Il 28 giugno a Roma si è riunita la Coalizione Anti-Daesh che ha aggiornato la strategia delle linee d’azione della lotta al terrorismo dello Stato Islamico, che resiste ancora nelle cellule resilienti in Iraq, Siria e Libia e si va estendendo nel Sahel e nell’area centro-africana. Sulle prospettive del futuro del terrorismo ne hanno parlato in termini più generali il rapporto del National Intelligence Council sui Global Trends e Foreign Affairs, che analizzano il fenomeno sotto un profilo strategico e in relazione alle prospettive della politica estera americana.

Le nuove sfide per la Coalizione Anti-Daesh

Il 28 giugno a Roma, dopo circa due anni, si è riunita la Coalizione Anti-Daesh, che ha aggiornato la strategia delle linee d’azione degli 83 Stati aderenti sulla lotta al terrorismo dello Stato Islamico. Lo scenario della lotta al terrorismo islamista si presenta dunque ancora attuale, con una minaccia sempre incombente sull’Europa ad opera di cellule dormienti che si sono eclissate con la pandemia e di possibili gesti emulativi di lone wolwes e foreign fighters di ritorno, nonostante il forte investimento sui progetti di de-radicalizzazione. Ma più concreto e diretto è il pericolo delle sacche resilienti dei gruppi terroristi ancora presenti in Iraq e Siria, dove gli attacchi più recenti si dirigono verso il c.d. “triangolo della morte”, l’area attorno ai centri di Kirkuk, Salahuddin e Diyala, in cui gli obiettivi privilegiati sono i campi petroliferi. L’azione della pressione ideologica degli irriducibili sostenitori del Califfato arriva anche nei campi profughi siriani di Al-Hol e Roy, che ospitano circa 60.000 persone, tra cui donne e bambini, soggiogati ancora da una struttura che replica dello Stato islamico. La minaccia potrebbe estendersi maggiormente sul fronte afghano, dove con il previsto disimpegno americano è annunciata l’inasprirsi della contesa tra i talebani e lo Stato Islamico di Khorasa, un’organizzazione ancora forte e capace di sferrare micidiali attacchi missilistici.

Ma ciò che attualmente preoccupa è l’espansione dei gruppi jihadisti di matrice salafita nel continente africano, dove, eccetto la minaccia persistente delle resilienti compagini ancora presenti in Libia e in altri Paesi del Nord Africa, è soprattutto nel Sahel e nell’area centroafricana fino al Mozambico che si assiste ad una affermazione dei nuovi fautori dell’Islamic State, che sembrano avere irretito con la narrazione del Califfato larghe fasce delle multiformi etnie locali. In questo momento storico, il gruppo emergente, che sembra essersi imposto anche sull’ organizzazione jihadista nigeriana Boko Haram accusandolo di essere eccessivamente violento, risulta essere l’Iswap, Islamic State West African Province, il nuovo “Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale” così denominato in relazione a quella idea di costituzione di più wilayat, province islamiche che poi si riuniranno nella umma del grande Califfato continentale.

Le ultime cronache segnalano anche la recrudescenza dell’insurrezione jihadista in Mozambico, culminata nell’attacco del marzo scorso al polo del gas di Palma, dove sono stati presi di mira mozambicani e alcuni appaltatori stranieri. Si parla di una regione che da tre anni è preda delle incursioni jihadiste di al-Shabaab e di altri combattenti ancora legati all’ISIL che hanno causato già 3000 morti e 8000 profughi. Una situazione incontrollata che ha indotto il governo di Maputo a richiedere il dispiegamento di una forza militare dei Paesi aderenti alla SADC, la Southern African Development Community, cui aderiscono Botswana, Malawi, Mozambico, Sudafrica, Repubblica Democratica del Congo, Eswatini, Tanzania e Zimbabwe. Su queste prospettive la Coalizione Globale anti-Daesh ha dunque calibrato il suo raggio d’azione specie in termini di rafforzamento dell’intelligence e di dispiegamento delle forze privilegiando per ora il controllo aero e navale. L’Italia ovviamente guarda con attenzione a ciò che sta accadendo in Africa, non trascurando che, mentre la Francia sta lasciando il Mali, il Sahel e l’Africa centrale sono punti cruciali nella filiera dei migranti che si dirigono verso l’Italia, porta d’ingresso per tutta l’Europa.

L’analisi del National Intelligence Councill

Una prospettiva diversa si coglie invece nell’analisi del National Intelligence Councill – l’ente governativo che sovraintende alle strutture di intelligence degli USA – che nel marzo scorso ha trattato il tema del terrorismo in una sola delle 150 pagine del report Global Trends 2040: A More Contested WorldCon un richiamo evidenziato nell’indice, alla pagina 107 appare il riquadro con il titolo The future of terrorism: diverse actors, fraying international efforts.

Il capitolo in cui è inserito il terrorismo riguarda le dinamiche emergenti con riferimento al livello sociale, statale, e internazionale. Secondo l’approccio del NIC, gli effetti distorsivi delle “forze strutturali” (pressioni demografiche e migratorie, instabilità economico-finanziara, effetti del cambiamento climatico, e rischi delle nuove tecnologie) nell’interagire insieme ad altri fattori potranno determinare specifiche conseguenze in termini di insicurezza globale. Tra queste assumerà rilievo una maggiore conflittualità a tutti i livelli, con una crescente frammentazione e contestazione su questioni economiche, culturali e politiche.  Aumenteranno la sfiducia nei confronti dei governi, ritenuti incapaci di soddisfare le aspettative di popolazioni più connesse, più urbanizzate e più responsabilizzate, e l’ambiente geopolitico – incentrato essenzialmente sulle rivalità tra Cina e Sati Uniti – sarà più incline ai conflitti e alla instabilità, con nuove crisi del multilateralismo e dei modelli di governance internazionale.

Il futuro del terrorismo

Premessa dunque l’analisi di contesto, la previsione del Global Trends 2040 vede i gruppi terroristici approfittare della frammentazione sociale e della debolezza della governance per espandere le loro ideologie e riaffermare il potere della loro minaccia. Nei prossimi 20 anni, conflitti regionali e interstatali, pressioni demografiche, degrado ambientale e la crisi dei modelli democratici rischieranno di inasprire la politica, l’economia e le relazioni internazionali. Questi acceleratori, la cui intensità e i cui effetti possono essere variabili tra diverse regioni e paesi, probabilmente determineranno nuove pressioni migratorie, che si caratterizzeranno principalmente con altri processi di urbanizzazione. I terroristi sfrutteranno queste criticità per allargare la fascia dei sostenitori, sia per avvalersi di basi sicure sia per organizzare, addestrare e organizzare nuovi attentati, mettendo a dura prova le capacità di reazione degli Stati.

Il panorama globale delle forze terroristiche vedrà diversi attori che opereranno su aree locali, ma i più pericolosi cercheranno espansioni regionali e transnazionali.  È molto probabile che i Gruppi jihadisti globali si estendano, fino a divenire una minaccia transnazionale persistente, anche al di là delle aree d’origine. Riproporranno il linguaggio ideologico religioso, già fortemente strutturato sul mito millenaristico di un futuro di prosperità (v. L’Isis e la minaccia del nuovo terrorismo, tra rappresentazioni, questioni giuridiche e scenari geopolitici ed. Aracne), che potrà esercitare sempre maggiore attrazione nelle vaste popolazioni dei territori non governati o mal governati, in particolare in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale.

Potranno espandersi i movimenti di terroristi di estrema “destra” e “di sinistra”, la cui matrice ideologica sarà incentrata sui temi del razzismo, dell’ambientalismo e delle politiche antigovernative; in linea generale, i nuovi estremismi potranno riproporsi in Europa, America Latina, Nord America e forse anche in altre regioni.

Una incidenza particolare avranno anche gli insurgent groups o altri movimenti settari, in cui matrici etniche, nazionaliste e autonomiste potranno alimentare il terrorismo. Alcuni gruppi potranno dissolversi ed essere sconfitti, mentre altri potranno riaffermarsi. Anche se ci sarà un’aspirazione ad una proiezione transfrontaliera, la maggior parte dell’azione terroristica si svilupperà in un contesto “locale”, con riferimento sia agli attori, che agli obiettivi e alle finalità.

I gruppi sostenuti dall’Iran e dall’Hezbollah libanese potranno consolidare un “asse di resistenza” e intensificare la minaccia di attacchi agli interessi di Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e altri Paesi del Medio Oriente.

Nuove armi dei terroristi e del counter-terrorism

Secondo il rapporto del NIC, la maggior parte degli attacchi terroristici nei prossimi 20 anni probabilmente continuerà ad essere compiuta con armi simili a quelle attualmente disponibili, armi leggere ed esplosivi improvvisati, perché questi sono generalmente sufficienti, accessibili e affidabili. Tuttavia, i progressi tecnologici, tra cui l’intelligenza artificiale, la biotecnologia, e l’internet of things potranno offrire opportunità per i terroristi nel condurre attacchi di alto profilo, sviluppando nuovi e diversi metodi di attacco da remoto, e nel collaborare a livello internazionale. I terroristi cercheranno anche armi di distruzione di massa e tattiche che permetteranno loro di condurre attacchi di elevato impatto mediatico. A questo proposito, gli analisti ricordano che lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) ha già lanciato gas all’iprite e fa largo uso di drones, come i militanti sciiti sostenuti dall’Iran. Un elemento di novità nelle scelte tattiche potrà essere rappresentato dall’impiego di veicoli guidati da remoto, che con l’aiuto di sistemi della intelligenza artificiale (IA) potrebbero essere utilizzati da singoli terroristi per colpire decine di obiettivi in uno stesso attacco. Gli strumenti della realtà virtuale potrebbero anche migliorare l’addestramento dei terroristi, rimanendo protetti nei loro “santuari”.

Sul fronte opposto delle forze counter-terrorismle innovazioni tecnologiche potranno ampliare la capacità di sorveglianza e aiutare i governi a combattere i terroristi. I governi probabilmente continueranno ad espandere la raccolta delle informazioni e a sviluppare i data bases. Saranno compiuti progressi nell’ identificazione biometrica, nell’analisi video full-motion e dei “meta-data”, tecnologie che forniranno ai governi migliori capacità per individuare terroristi e prevenire gli attacchi. Lo sviluppo di armamenti di precisione con capacità di attacco a lungo raggio potrebbe consentire di colpire le basi terroristiche inaccessibili alla polizia o alle forze di fanteria.

Come la geopolitica ridisegna il panorama dell’antiterrorismo

Nelle dinamiche del global power, in cui dovrà registrarsi l’ascesa e la competitività della Cina, la leadership della lotta al terrorismo degli Stati Uniti troverà maggiori difficoltà nel cercare partenariati bilaterali o cooperazioni multilaterali nelle misure di prevenzione del terrorismo riguardanti il monitoraggio dei foreign fighters alle frontiere e nei viaggi diretti in nuove zone di conflitto. I paesi in via di sviluppo probabilmente avranno difficoltà nel fronteggiare le minacce locali, in particolare se l’assistenza internazionale sarà più limitata. Alcuni paesi dovranno affrontare minacce autonomiste o insurrezionali, in cui potranno essere attivi anche gruppi terroristici. In alcuni casi potranno optare per patti di non aggressione, consentendo spazi liberi agli insurgents all’interno dei loro confini, oppure dovranno lasciare parti significative del loro territorio sotto il controllo dei terroristi.

L’analisi nel dibattito sulla politica estera statunitense

È interessante sottolineare che l’analoga scelta di non enfatizzare alcuni temi molto sensibili, sotto il profilo della “sicurezza nazionale” statunitense, si rinviene anche nella trattazione nel rapporto di altri aspetti, quali le dottrine militari, la pianificazione degli armamenti, e la sfida della cyberware. Peraltro, si è già osservato che nell’analisi sulle tensioni interne stupisce che non sia stato trattato adeguatamente anche il tema del “razzismo sistemico”, che sta mettendo a dura prova la compattezza della società americana. Così come sul fronte delle dinamiche populiste e sovraniste, pure esaminate nel rapporto, appare alquanto sfumato ogni riferimento all’attacco a Capitol Hill. È quindi evidente che quella diffusa pubblicamente è una versione declassificata “open” su temi più generali, mentre vi sarà anche una versione riservata del Global Trends che approfondirà più specificamente questi profili.

Tuttavia, se si guarda al contesto in cui va evolvendo il dibattito sulla politica estera dell’amministrazione Biden, si può cogliere un altro motivo di fondo della remora che ha indotto gli estensori a non enfatizzare il tema del terrorismo. È indicativa in tal senso la posizione espressa nell’autorevole rivista Foreign Affairs nell’ articolo The Mantle of Global Leadership Doesn’t Fit a Foreign Policy for the Middle Class dello scorso 22 aprile a firma di J. Shapiro, in cui si sostiene che la ricerca di una rinnovata leadership globale nella politica estera non si adatta alle esigenze della middle class statunitense, molto provata dalla crisi economica e sociale che sta vivendo. In particolare secondo l’analista «gli Stati Uniti dovrebbero ridurre i loro impegni militari all’estero, non solo in Afghanistan ma in Iraq, in Europa e nel più ampio Medio Oriente. Dovrebbero finalmente porre fine alla ‘guerra globale al terrore’ e cessare gli sforzi mondiali per inseguire oscuri gruppi terroristici in Medio Oriente e in Africa che non hanno la capacità di attaccare gli Stati Uniti. E dovrebbe chiedersi se il Paese abbia davvero molto interesse e capacità di promuovere la democrazia in regioni lontane di scarsa importanza strategica, come l’Etiopia e il Myanmar». La conferma di questa analisi si è avuta anche nel discorso dei 100 giorni della presidenza, in cui Biden pur trattando il tema della riforma della polizia non ha parlato di minacce attuali del terrorismo: insomma la scelta politica/strategica sembra quella di trattare in pubblico l’argomento con un profilo basso, senza enfatizzazioni da parte delle istituzioni, che comunque sapranno come contrastarlo.

Un’ analisi contenuta, ma efficace per le scelte dei decision markers

In sostanza, sul piano interno tra gli americani non sembra maturato un diffuso consenso su linee di politica estera che potrebbero corrispondere alle aspettative di molti Paesi democratici. Questi guardano ancora gli Stati Uniti come l’unica potenza affidabile che possa condurre la leadership in iniziative volte alla stabilizzazione delle aree di crisi regionali, da cui deriveranno le pressioni migratorie e le minacce terroristiche che preoccupano in particolare l’Occidente. Sotto questo profilo, pur nell’estrema essenzialità delle informazioni date, certamente l’analisi del NIC ha il merito di aver evidenziato i trend essenziali della minaccia terroristica, su cui ancora una volta avranno un peso determinante le scelte dei decision makersE il messaggio è chiaro: sul piano dell’azione strategica, si intravede il prospettato bisogno, da un lato, di riprendere la leadership internazionale USA sviluppando il multilateralismo per evitare l’espansione dei gruppi terroristici, e, dall’altro, quello di investire risorse nella ricerca tecnologica per sviluppare più efficacemente l’azione counter-terrorism. In questa ottica, va dunque apprezzata la sintesi e l’efficacia di un messaggio diretto ed essenziale, che può valere non solo per il governo statunitense.

(Maurizio Delli Santi, via Geopolitica.info cc by )

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