Giovedì, 02 dicembre 2021 - ore 20.37

Soluzioni basate sulla natura per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C

Ma le imprese private sono molto indietro sulle attività nature-positive

| Scritto da Redazione
Soluzioni basate sulla natura per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C

Analizzando la letteratura scientifica, il nuovo rapporto  “Nature-based solutions for climate change mitigation”, pubblicato da United Nations environment programme (Unep), International Union for Conservation of Nature (IUCN) e World Conservation Monitoring Centre dell’Uneo (Unep -WCMC),  rileva che, secondo una stima prudenziale, «Le soluzioni basate sulla natura (Nature-based Solutions – NbS) possono fornire riduzioni e rimozioni delle emissioni di almeno 5 gigatonnellate di CO2 all’anno entro il 2030, e a almeno 10 gigatonnellate entro il 2050».

Il rapporto evidenzia che «Questo contributo della natura, oltre alla rapida decarbonizzazione dell’economia globale, può svolgere un ruolo significativo nel raggiungimento dell’obiettivo dell’Accordo di Parigi di limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5° C. Per realizzare questo potenziale, le NbS richiedono finanziamenti aggiuntivi e devono essere implementate secondo standard rigorosi».

Il nuovo rapporto analizza e riassume la letteratura esistente peer-reviewed e altre fonti sul potenziale delle soluzioni basate sulla natura per contribuire alla riduzione delle emissioni di gas serra e alla rimozione del carbonio dall’atmosfera e ricorda che «Le NbS che possono aiutare a mitigare i cambiamenti climatici includono azioni per proteggere gli ecosistemi naturali dalla perdita e dal degrado, ripristinare gli ecosistemi che sono stati degradati e gestire in modo più sostenibile i terreni da lavorare come i campi e le foreste gestite». Interpretando con cautela le prove scientifiche esistenti e tenendo conto delle incertezze e del tempo necessario per implementare le salvaguardie, il rapporto fa notare che «Entro il 2030, le soluzioni basate sulla natura implementate in tutti gli ecosistemi possono fornire riduzioni delle emissioni e rimozioni di almeno 5 GtCO2 e all’anno, con una stima massima di 11,7 GtCO2 e all’anno. Entro il 2050 si sale ad almeno 10 GtCO2 e all’anno, con una stima massima di 18 GtCO2 e all’anno».

Unep e IUCN stimano che ben il 62% di questo contributo provenga da soluzioni naturali legate alle foreste, con circa il 24% da soluzioni provenienti dalle praterie e nei terreni coltivati ​​e il 10% da soluzioni aggiuntive nelle torbiere. Il restante 4% proverrà da soluzioni implementate negli ecosistemi costieri e marini, ma avvertono che «Affinché le soluzioni basate sulla natura forniscano i loro potenziali benefici, dovranno essere attuate in modo giusto ed equo, sostenendo i diritti delle popolazioni indigene e delle comunità locali e in un modo che rispettino rigorose salvaguardie sociali e ambientali per evitare danni, ad esempio attraverso l’adesione all’IUCN Global Standard for Nature-based Solutions. Il contributo delle soluzioni basate sulla natura necessita di finanziamenti aggiuntivi. Questo richiederà un’azione e uno stretto coordinamento tra attori pubblici e privati. E’ essenziale che, laddove il settore privato acquisti compensazioni di soluzioni basate sulla natura come parte dei percorsi per raggiungere il net zero netto, queste compensazioni non solo siano conformi alle salvaguardie sociali e ambientali, ma che formino una piccola parte di una strategia di mitigazione focalizzata principalmente sulla decarbonizzazione profonda». Lo sviluppo di regole e linee guida in questo settore è attualmente in corso.

Un esempio di questo lavoro è la Green Gigaton Challenge, una coalizione di imprese, istituzioni pubbliche e società civile, lanciata nel novembre 2020 dall’Unep per mobilitare risorse per finanziare una gigatonnellata di riduzione delle emissioni grazie alle foreste entro il 2025.

Sebbene il rapporto si concentri sull’importanza del ruolo delle soluzioni basate sulla natura nella mitigazione del clima, sottolinea anche che,  «Se fatte bene, queste possono offrire altri benefici critici, anche per l’adattamento ai cambiamenti climatici e la conservazione della biodiversità» e che «Le soluzioni basate sulla natura non devono essere considerate isolatamente. Raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi richiederà soprattutto un abbattimento rapido, ambizioso e duraturo dei combustibili fossili e di altre emissioni industriali, come richiesto dalla scienza più recente. L’UN Decade on Ecosystem Restoration, che ha l’obiettivo di prevenire, arrestare e invertire il degrado degli ecosistemi in tutto il mondo tra il 2021 e il 2030, fornirà supporto e coordinamento fondamentali per l’aumento trasparente delle soluzioni basate sulla natura».

Ma da un altro rapporto congiunto di IUCN e CDP, “Disclosing nature’s potential: corporate responses and the need for greater ambition”, emerge un bel problema: « Le imprese non riescono a riconoscere  – e ad agire adeguatamente – rischi posti dalla natura nei loro piani e strategie ambientali» e si concentrano solo sul clima.

Dal rapporto viene fuori che, come dimostra l’analisi dei questionari su cambiamento climatico 2020, sicurezza idrica e foreste di CDP, «Meno dell’1% delle disclosing companies sta segnalando rischi legati alla natura, rispetto al 97% di quelle che segnalano rischi legati al clima» e che «Mentre alcune aziende stanno facendo progressi nel riconoscere i rischi legati all’acqua e, in una certa misura, alle foreste, i rischi più ampi legati alla natura non vengono riconosciuti».

Della imprese che hanno e risposto al sondaggio che identificano opportunità legate al clima e alla natura,solo il 15% identifica opportunità legate alla natura rispetto al 66% che identifica opportunità legate al clima. Mentre il 71% delle aziende ha riferito di impatti dannosi legati al clima e alla natura, solo il 6,5% di questi era correlato alla natura, rispetto al 69% relativo al clima. Di quelle aziende che hanno segnalato di aver intrapreso risposte per affrontare gli impatti dannosi identificati, solo l’11% ha riportato risposte relative alla natura .

Il rapporto fa notare che «Nonostante più della metà del PIL globale (44 trilioni di dollari di produzione di valore economico) dipenda dalla natura e dai suoi servizi, meno dell’1% (0,5%) di 2.973 aziende che nel 2020 hanno divulgato i propri dati ambientali a CDP hanno identificato i rischi legati alla natura. Questo rispetto al 97% di queste aziende che identificano i rischi legati al clima. I rischi per la natura includono la vulnerabilità dell’ecosistema, con rischi per il clima tra cui l’aumento delle temperature e gli eventi meteorologici estremi».

IUCN e CDP ricordano che «La scienza ha chiarito che non è possibile affrontare la crisi climatica senza affrontare contemporaneamente la crisi della natura in modo equo. Entro il 2050, il mondo deve raggiungere le emissioni net x zero e fermare e invertire la perdita della natura per mantenere il mondo su un percorso sostenibile dal punto di vista ambientale». Questi ultimi risultati suggeriscono che «Le aziende sono ben lontane dall’azione necessaria per limitare questi impatti potenzialmente irreversibili. Il 71% di 318 aziende ha identificato impatti dannosi dal clima e dalla natura. Tuttavia, rispetto al 69% delle risposte che segnalano impatti dannosi legati al clima, solo il 6,5% ha segnalato impatti dannosi legati alla natura. Inoltre, tra le aziende divulgatrici che hanno riferito di aver risposto per affrontare questi impatti, solo l’11% ha riportato risposte relative alla natura».

Secondo il World Economic Forum, «Esiste una potenziale opportunità commerciale annua di 3,5 trilioni di dollari entro il 2030 associata alle transizioni verso un’economia positiva per la natura nel solo settore alimentare, terrestre e oceanico, compreso il ripristino delle foreste, l’acquacoltura sostenibile e l’utilizzo di piante alternative alla carne».  Ma IUCN e CDP dicono che questa è un’area di enorme potenziale non sfruttato e hanno riscontrato che «Solo il 15% delle 810 aziende che segnalano opportunità, segnala opportunità legate alla natura».

Per Pietro Bertazzi, global director of policy engagement and external affairs di CDP, «Il rapporto mostra che nonostante la crescente pressione sulle aziende – da parte di governi, investitori e consumatori – la maggioranza non sta ancora facendo abbastanza per ridurre al minimo gli effetti negativi delle proprie operazioni su il mondo naturale o per proteggere la propria attività dai rischi che affrontano. Le aziende possono aspettarsi una regolamentazione nel prossimo futuro, poiché sempre più governi si avvicinano a regimi di divulgazione obbligatoria che incorporano più che il clima. E’ sempre più riconosciuto che la crisi climatica non può essere affrontata senza affrontare quella della natura e vediamo chiari segnali che i rischi e le opportunità ambientali domineranno i mercati del prossimo futuro. Quindi, è essenziale che le aziende pianifichino tutto questo per sopravvivere e prosperare. Questo rapporto fornisce loro le basi per farlo e per anticipare qualsiasi regolamentazione futura fissando obiettivi e monitorando i progressi attraverso la divulgazione tramite CDP».

Stewart Maginnis, vicedirettore generale (programmi) dell’IUCN, conclude: «Le aziende devono affrontare il fatto che “Business as usual” non è più un approccio operativo credibile, né per il nostro pianeta né per i loro profitti. Mentre c’è un crescente riconoscimento tra alcune aziende, troppe ancora non sono consapevoli del grado in cui le loro attività hanno un impatto, o sono influenzate dalla perdita della natura. Questo rapporto evidenzia che anche tra le aziende responsabili c’è un urgente bisogno di abbracciare più pienamente modelli di business nature-positive».

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