Lunedì, 27 gennaio 2020 - ore 10.17

tributo a Coppetti

cronaca della conferenza e rivisitazione filologica della lunga e feconda testimonianza civile

| Scritto da Redazione
tributo a Coppetti tributo a Coppetti

A dimostrazione del forte legame tra la figura del partigiano-scultore Mario Coppetti, scomparso il 26 aprile 2018, ed il contesto in cui si è snodata la sua lunga e feconda esistenza, articolato nel settore educativo-culturale, nell’associazionismo politico, nell’istituzione comunale, sabato 9 novembre, si è svolto, come annunciato, a Palazzo Comunale un incontro rievocativo.

Alla vigilia della data del suo compleanno, che i cremonesi continuano a ricordare come se fosse in vita (e come se l’appuntamento iscritto nell’agenda cittadina dalla Società Filodrammatica Cremonese e dal suo presidente Giorgio Mantovani fosse irrevocabile), la ricorrenza è stata collocata sotto il riflettore di una rivisitazione tematica: il suo contributo alla vita istituzionale della Città e del territorio.

Nelle intenzioni degli organizzatori (il Comune oltre che l’ampio fronte dell’associazionismo e degli estimatori personali) ci sarebbe stata l’idea di un tributo ad una figura che continua a calamitare stima ed affetto, ben oltre la conclusione del ciclo esistenziale.

In realtà, per come avremo modo di verificare dalla cronaca dell’evento e da una riflessione di carattere storico, la conferenza ha fornito, come probabilmente era nelle aspettative dei patrocinatori e della famiglia in particolare, interessanti elementi per una rivisitazione di più di mezzo secolo di vita amministrativa, nonché uno stimolo a trarre da essa spunti per una feconda attualizzazione.

In tal senso, trova ogni volta valido riscontro l’utilità di mantenere la sua figura ancorata al radar permanente della memoria. E’ sempre imprudente attribuire allo scomparso intenzioni di cui non è possibile avere conferma. Ma appare sensato pensare che le simmetrie tra il suo contributo e lo sforzo di attualizzazione possa fornire consapevolezze utili ad uno scenario, l’attuale, in cui virtù civili, adeguata conoscenza delle problematiche comunitarie e delle procedure amministrative, durevole riferimento ai depositi ideali, appaiono flebili.

Di seguito forniamo una cronaca della conferenza, il cui incipit, per quanto non fosse previsto nel roster ufficiale, simbolicamente fatto risalire da chi scrive, al contributo dell’artista Graziano Bertoldi. Che, oltre ad essere autore del pannello retropalco in cui è magistralmente effigiato il volto del personaggio celebrato, con il suo breve intervento ha esortato a non perdere mai di vista il filone centrale della testimonianza di Coppetti, che è stata l’attività artistica (e la costante sinergia tra questa ed il messaggio didascalico, quasi sempre plastico e talvolta sottinteso).

La conferenza si è snodata secondo un modulo sciolto, fatto di domande-risposta, a tema come di memoria più generale; che, grazie all’abile conduzione del giornalista Fabrizio Loffi, ha permesso di uscire dagli schemi classici, per focalizzare anche gli spunti emergenti dai contributi.

Il conduttore, nel giusto intento di tracciare simmetrie e differenze di conteso, tra l’epoca dell’impegno amministrativo di Coppetti e gli scenari attuali, ha stimolato i relatori con una domanda apparentemente nonchalance: sui temi nodali c’era dibattito anche allora?

Ha ammiccato Loffi, garbatamente posando sul tavolo della discussione (attorno al quale sedevano due protagonisti impegnati anche altrove in posizioni contrapposte) il tema attualmente cruciale dell’autostrada Cremona-Mantova.

Il Sindaco Galimberti non ha cincischiato attorno al quesito ed è stato diretto nella risposta. Sostenendo che mezzo secolo fa ci fu discussione per la Piacenza Brescia come oggi è in atto un serrato confronto sull’Autostrada Cremona-Mantova. Un dibattito civile, ha precisato il Sindaco. Cosa c’è di analogo? Un vuoto infrastrutturale. Il problema di allora c’è ancora. E riguarda l’infrastrutturazione viaria e ferroviaria, nonché la tenuta e la salvaguardia dei ponti, che costituiscono, ha precisato il primo cittadino, la dorsale di un territorio densamente attraversato da fiumi.

D’altro lato, il prof. Galimberti ha giustamente rimarcato l’opportunità di ricordare le persone per ciò che hanno rappresentato nella loro epoca e per ciò che insegnano oggi. Innanzitutto, nello sforzo di avvertire le differenze di scenario, di capire da dove veniamo, di pensare alle prospettive, all’evoluzione dei processi di cambiamento. Come insegna la vicenda del Campus universitario, destinato a cambiare la storia di Cremona. Al di fuori di questo sicurvia, si arrischiano accostamenti temerari tra contesti lontani nel tempo. E come insegna, ha indicato il Sindaco, il personaggio centrale del quadro del Genovesino appeso nel Salone, dall’evidente profilo meditativo, bisogna cogliere, con queste conferenze di rivisitazione dei protagonisti della storia cittadina, ciò che di positivo c’è stato allora e c’è ora. Per una ricognizione fattuale e per un insegnamento edificante indirizzato soprattutto alle giovani generazioni. D’altro lato, ha concluso il primo cittadino, bisogna saper distinguere tra capacità di decidere e decisionismo.

Fabrizio Loffi, informato di suo nonché abile conduttore dei discussants, ha rivolto ad un altro relatore, parimenti impegnato nei correnti scenari istituzionali, una domanda potenzialmente trabocchetto: c’è ancora lo spirito di quegli anni?

Paolo Carletti, presidente del Consiglio Comunale, non ha avuto difficoltà a rispondere. E’ cambiato parecchio. Allora si voleva ricostruire il Paese attraverso l’impegno amministrativo, con un’impronta discendente da una visione condivisa. Un requisito questo drammaticamente assente nella grammatica politica e nella prassi istituzionale di oggi.

Carletti ha, però, rivisitato anche il versante “militante” del rapporto con Coppetti alla luce della prassi della consegna annuale della tessera del PSI. Un momento relazionale tra comuni militanti della stessa formazione. In cui il giovane esponente politico coglieva ogni anno nel suo interlocutore, la focalizzazione del messaggio implicito nella simbologia della tessera.

A questo punto, esaurito l’excursus degli attuali protagonisti della scena politica ed amministrativa, affidiamo il prosieguo al contributo di tre “contemporanei” del ciclo in cui Coppetti esercitò la funzione amministrativa. Non prima di aver precisato che non si tratta di colleghi amministratori, bensì di collaboratori di alto livello appartenenti alla macchina comunale. Per quanto, due di loro (Renzo Rebecchi all’epoca Capo di Gabinetto del Sindaco Vernaschi e Riccardo Piccioni Ragioniere Capo) sarebbero pervenuti ad importanti ruoli nella vita politica locale.

Il terzo, invece, l’arch. Mino Galetti, ha rivestito, nel rapporto col Professore (visto che ne è stato allievo dai tempi del Liceo Scientifico), un ruolo esclusivamente tecnico, quello di architetto del Dipartimento dell’edilizia e dell’urbanistica.

L’esordio dell’intervento di Galetti, rivelatore di una narrazione priva, da un lato, delle sottigliezze diplomatiche dei politici e, dall’altro, ricca dell’immediatezza tipica dei tecnici, non ha lasciato, in ordine alla dialettica in atto mezzo secolo fa sulle tematiche salienti, spazio alla fantasia interpretativa.

A domanda risposta: ci fu, eccome!

Si parlava di porto, aeroporto, autostrada, caserme, università.

Coppetti non dibatteva, comandava. Oggi a Cremona manca la vivacità progettuale di allora.

D’altro lato, ha rilevato l’ex allievo del Liceo Aselli, assunto neolaureato nel 1962 negli organici tecnici del Comune per scelta del docente diventato vicesindaco, questo timbro era implicito nel suo profilo di docente, rigoroso ma aperto al confronto, alla ricerca, all’innovazione.

A questo punto va reso merito all’arch. Galetti di aver fornito ai partecipanti e, per il tramite di questa cronaca (speriamo a molti lettori), uno spaccato dell’intensa attività amministrativa nel campo urbanistico, edilizio, ambientale attivato da Coppetti.

Con la Giunta Vernaschi-Coppetti si era messo mano allo sviluppo delle periferie con la creazione ex novo dei Quartieri Cambonino e Zaist (mentre le precedenti Giunte Lombardi e Feraboli avevano incardinato i Quartieri Po e Borgo Loreto). Una scelta strategica importante per l’organica urbanizzazione delle periferie e, come si avrà modo di vedere, per la rigenerazione del centro storico; che, per la delicatezza degli interessi in campo e della conseguente indipendenza delle scelte, postulava piena trasparenza ed assenza, da parte degli amministratori, di pressioni.

Coppetti, ha ricordato Galetti, assicurò tutto ciò, dando fiducia alla macchina comunale; come era avvenuto in precedenza nel 1954 quando, nella presunzione che la conoscenza diretta del territorio dei funzionari interni sarebbe stata più utile di qualsiasi requisito accademico, il governo comunale predispose il PRG con un incarico in house, come si direbbe, adesso, affidato al vertice tecnico comunale.

Fu quello degli anni sessanta un ciclo ispirato da un forte impulso espansivo: di cui il piano intensivo di edificazione abitativa e di infrastrutturazione, correlate alla ricostruzione post-bellica e di sviluppo, rappresentava ad un tempo l’alimentatore ed il volano.

Probabilmente, anche in dipendenza della propensione verso la bellezza, insita nella professione artistica, il settore elettivo del suo assessorato si rivelò l’ampliamento e la riqualificazione (a marce forzate, suggerirebbero i dati) del verde pubblico. Si passò dai 26000 mq inizio anni sessanta, ai 300.000 nel 1966, poi destinati a 600.000. Nelle motivazioni di un così impegnativo progetto di rigenerazione urbana, indotto dall’impulso ad archiviare le distruzioni e le brutture della guerra, non erano assenti o secondari il timbro idealistico. Dedotto da Coppetti sin dalla formazione politica, avvenuta a contatto con gli apostoli del socialismo umanitario ed improntata dal progetto di far crescere sinergicamente la costruzione di una società più giusta. Ed il miglioramento della vivibilità dei ceti meno favoriti e dislocati nelle periferie urbane. Che furono dotate di congrui spazi attrezzati. Come il Parco al Po e l’ampia dotazione di impianti sportivi. Ma il vero biglietto da visita di questa lungimirante politica fu l’epicentro cittadino. E non solo, come si vedrà, come biglietto da visita del decoro e del prestigio della vetrina della città. La piazza Cavour, che solo qualche anno addietro aveva alimentato serrate polemiche in materia di sviluppo edilizio e che continuava ad essere un parcheggio a cielo aperto, sarebbe diventata (con un blitz, ha definito l’arch. Galetti, forse poco rispettoso dei fronzoli regolamentari) uno showroom fiorito. In cui erano consentiti e favoriti la sosta e la socializzazione comunitaria nel cuore del patrimonio storico, monumentale ed artistico della Cremona antica.

Il relatore, esperto di discipline tecniche e visibilmente compiaciuto del sentiment ispiratore di quelle politiche comunali, non ha, forse in omaggio all’etichetta ed al bon ton, proferito accostamenti tra quelle scelte e quegli assetti e quanto sarebbe avvenuto dopo, in una prospettiva diametralmente opposta. Il giardino fiorito sarebbe ritornato ad essere una spianata, per di più abbruttita, nel caso ve ne fosse stato bisogno, dalla “pensilina”.

Quella stagione, ha proseguito Galetti, di rilancio e di modernizzazione del tessuto urbano partiva da un’organica lettura della città. In cui salvaguardia e valorizzazione dell’ambiente e programmazione edificatoria costituivano elementi correlati ed inscindibili.

E’ pur vero che quegli scenari, contraddistinti da una forte spinta espansiva richiedente nuovi volumi edilizi destinati a soddisfare una forte domanda di abitazioni, di cubature terziarie, di servizi, appaiono in contraddizione con quelli attuali, in significativa contrazione.

Quel fervore di attività, di cui la civica amministrazione diventava il perno ispiratore, non sempre trovava, secondo le rimembranze del relatore, sostegni culturali e politici condivisi.

Allora come ora (ora forse un po’ meno perché la pressione edificatoria, in parte scemata, è stata rimpiazzata dalla pressione terziario-commerciale della grande distribuzione periferizzata) la piena condivisione non era pacifica. A Cremona, come nel resto del Paese, operava l’associazionismo vocato alla tutela del patrimonio storico e monumentale e fortemente correlato ad una testimonianza civile orientata dalla tutela e parimenti dal contrasto dei tentativi dell’ingiusto profitto.

Ma, in quell’epoca (come d’altronde adesso), stava emergendo quel genere di ostracismo ispirato dal radicalismo verso tutto ciò che non fosse il tutto dov’è e com’é. Insomma, come è risultato evidente nell’esposizione pacata, ma non tanto da essere omissiva o ipocrita, del relatore, non era facile comporre, tra i non pochi inputs ispirati dalle mere ragioni demagogiche, una sintesi tra temi di per sé delicati ed impegnativi. Nei tempi (lunghi, però, determinati alla scomposizione di vecchi equilibri e dalla creazione di nuovi, in cui gli oppositori di prima sarebbero diventati forza egemone) i contrasti a sportellate (come quella comunista nei confronti sia dell’autostrada che del Canale Navigabile) avrebbero ceduto il passo alla volontà di privilegiare il superiore bene comune. Dal che si deduce il valore della tensione civile e della statura morale dell’uomo, che per oltre un decennio seppe infondere nella quotidianità politica ed amministrativa elementi di forte ispirazione progettuale bilanciata da un altrettanto forte rigore gestionale.

Sotto tale profilo, e a dimostrazione dell’impulso a rendere compatibile la trasparenza con l’efficienza del sistema decisionale, va dato atto a Coppetti dello stabilimento di rapporti fecondi con la Sovraintendenza, preposta a severi controlli; al punto da inserire nella Commissione Edilizia un suo rappresentante.

Da ultimo, non possiamo rinunciare a far cenno allo spunto di Galetti che ha ricordato l’originalità della progettazione di riqualificazione dei due “quadrilateri”, il “Mazzini-Boccaccino” e il “Solferino-Cavour”. Che, nel 1967, postulava un rilancio all’insegna di una convivenza della funzione terziaria con quella abitativa all’interno degli stessi moduli edilizi (commerciale al PT ed abitazione ai piani superiori). A ben vedere, per una città, che si accapiglia sul declino del centro fatto ascendere esclusivamente dal fagocitamento esercitato dalla grande distribuzione e dalla ricetta pedonale, farebbe bene, al netto dell’improponibilità sic et simpliciter di quella ricetta, riferirsi alla forte tensione progettuale di quel passato.

Al portatore tecnico della testimonianza vista da vicino, è subentrato un referente, il dottor Renzo Rebecchi, esordito con la Giunta organica di centro-sinistra nel ruolo di Capo di Gabinetto del Sindaco.

Ripercorrendo lo scenario precedente di quella svolta, che iscrive Cremona tra le prime città-capoluogo a svoltare a sinistra, Rebecchi ha ricordato che aveva accumulato una significativa esperienza gestionale nel precedente ciclo, contraddistinto dall’alleanza tra socialisti, socialdemocratici e comunisti. Che nel 1957 aveva prevalso per una incollatura sulla precedente alleanza centrista, guidata dal professor Lombardi. Come avremo modo di approfondire in una successiva rivisitazione, più che di un’incollatura (termine che nell’ippica costituisce un distacco insignificante), si era trattato di un risultato, in cui aveva avuto (oltre alle conseguenze dell’entrata in crisi della formula centrista) un peso non da poco un certo tatticismo elettorale delle sinistre.

Che attrasse quel poco valore aggiunto dei sotterranei ammiccamenti saragattiani necessario all’acquisizione dei 21 consiglieri di maggioranza. Ne sarebbe nata, appunto, la Giunta capeggiata da Arnaldo Feraboli, stimato funzionario bancario, resistente antifascista, dirigente del movimento cooperativo, ma di salute malferma. Cosi come non esattamente costante, (a causa non della senescenza bensì della concomitante attività forense) si sarebbe rilevato il contributo dell’avvocato Calatroni, già Sindaco nominato dal Cln.

Il giovane Coppetti, in epoca in cui la funzione amministrativa non era prebendata (e comunque non nella misura ingiustificata dei tempi correnti), si sarebbe dovuto occupare oltre che della sua delega anche (parzialmente) di un supporto alla apprezzata attività di Calatroni (il quale, curiosamente, si era prestato in condizioni analoghe a sostituire di fatto il Sindaco Rossini, afflitto dalla grave malattia che l’avrebbe condotto alla tomba).

Questo per dire, sovrapponendoci alla ricca narrazione di Rebecchi, da un lato, del forte senso di solidarietà corrente in quei tempi tra gli investiti di responsabilità istituzionali e, dall’altro, degli scenari forzati in cui il giovane insegnante-scultore si sarebbe fatto le ossa.

Lo stereotipo, abusato e controfattuale della Cremona rossa e socialista, sarebbe stato smentito, a colpi di latente instabilità e di equivalenza numerica, nella successiva tornata elettorale. A parti invertite, rispetto alla seconda metà degli anni 50, quando a riprova dell’importanza politica di quel responso, era venuto Pietro Nenni a chiudere la campagna elettorale.

I 19 consiglieri del 1956, diventati (sim salabim) 21 nel 1957, sarebbero ridiventati 19 nel 1961. L’opposto fronte faceva 21, ma solo perché, per puro tatticismo tendente a deprimere l’ago della bilancia, all’elezione in prima battuta di Vernaschi a Sindaco avevano concorso il suffragio del consigliere socialdemocratico e di quello liberale e la desistenza, diciamo così, del missino.

Da un lato, l’insostenibilità di una situazione così precaria (e resa chiacchierata dal gesto di riacchiappo del rapporto con la destra estrema, poco consono per un cattolico democratico come Vernaschi, uscito dalla filiera formativa dell’Azione Cattolica e della Cisl) e, dall’altro, l’incipiente approdo dei tentativi dell’apertura a sinistra e dell’incontro tra cattolici e socialisti nello scenario nazionale avrebbero favorito (non senza criticità) inedite alleanze anche nella realtà cremonese.

Senza essere esattamente una cena di gala neanche per la DC, il percorso avrebbe comportato un confronto al fulmicotone all’interno del socialismo cremonese. In cui era storicamente forte un certo collateralismo al PCI (anche se, dal punto di vista dei rapporti di forza, a parti invertite).

A riprova della difficoltà a far avanzare il nuovo (come chi scrive ha analizzato in Il socialismo di Patecchio) l’equivalenza degli opposti fronti nel quadro elettorale si sarebbe riverberata (potenziata dall’irriducibilità della contrapposizione di ispirazione eminentemente ideologica) negli equilibri interni della Federazione Provinciale socialista. Alla fine il ragno sarebbe stato cavato dal proverbiale buco. Ma, si ripete, con un indotto di pregiudizi e rancori destinati a non essere ricomposti mai. Avrebbe dovuto intervenire, con bonomia e tatto, il padre nobile Pietro Nenni. E, come sarà facile apprendere dalla lettura di Patecchio, avrebbero dovuto intervenire l’intelligence del potere centrale per mettere a disposizione un volo di Stato per il rientro anticipato (da una missione in uno dei paradisi d’oltre cortina di ferro) del 16° voto (in grado di far pendere la bilancia nel Direttivo Provinciale). Insomma un melting di spy story e di faticosa ricerca, fra contesti politici non favorevoli e radicalismi irriducibili, cui una diplomazia discreta di avvicinamenti programmatici avrebbe tentato, riuscendovi, di porre rimedio.

E, dato che ci siamo e nell’intento di consolidare pubblicamente i lembi di una memoria giunta a noi per tradizione orale, diremo che le tappe di avvicinamento delle parti, una volta faticosamente superata la pregiudiziale politica, avrebbero tratto vantaggio da un lavorio contestualizzato fuori Cremona (in una località dei colli piacentini) e, soprattutto, in un’aura di estrema discrezione. Giustificata sia dalla necessità di traguardare un processo politico-amministrativo dagli esiti resi tutt’altro che scontati dall’assoluta novità e dalla discontinuità sia dalla complessità della riduzione a sintesi di visioni e tradizioni politiche non del tutto assimilabili. Almeno in partenza. Gioverà a tale positivo esito la circostanza rappresentata dall’inclusione nel gruppo di lavoro per la parte socialista, composto dal Segretario della Federazione Provinciale, Silvano Meazzi, destinato nel periodo di rodaggio ad assumere l’incarico di Vice del Sindaco Vernaschi e il già segretario del precedente Sindaco Feraboli, Pompeo Fermi, cui dobbiamo la circostanziata trasmissione orale di notizie mai divulgate e delle relative immagini fotografiche attestanti le circostanze riportate (tra cui quella, si presume, del brindisi finale) di Mario Coppetti. Che, in aggiunta ad una riconosciuta caratura politica, costituiva una garanzia per la conoscenza dello stato dell’arte della politica amministrativa comunale almeno dal punto di vista di una auspicabile continuità operativa.

In tal senso, si può convenire sul fatto che l’essere stato, per un mandato, un sindaco ombra, per di più impegnato nella partita cruciale dello sviluppo urbanistico ed edilizio e la prospettiva di assumere le stesse responsabilità nei contesti alle viste configurava una seria garanzia per le percezioni della parte speculare democristiana impegnata nel confronto (Vincenzo Vernaschi, con l’aggiunta del dirigente provinciale Romeo Voltini, Dordoni, Rebecchi).

La profondità della svolta politica era insita nel cambio sia delle alleanze sia della rappresentanza delle delegazioni dei partiti contraenti l’accordo. Mentre quella socialista revocava (ad eccezione della figura di garanzia di Coppetti) il profilo “carrista” del precedente quinquennio, la DC rivoltava come un calzino la propria squadra. Privandosi di uomini di punta come il prof. Giovanni Lombardi (destinato ad una lunga e feconda esperienza parlamentare) e come l’Ing. Loffi e puntando su un decisivo rinnovamento anche generazionale. Nel 1961 il nuovo governo comunale sarebbe stato punzonato, con grande margine numerico, dal Consiglio Comunale, mettendo in campo energie nuove e qualificate (oltre a Vernaschi, tra gli altri il prof. Persico docente del Liceo e Dordoni, per la DC e per il PSI, oltre a Coppetti, l’omologo docente prof. Fresco e l’ex deputato costituente Piero Pressinotti. Ciò era, insieme al resto, rivelatore di una volontà di non considerare transeunte la sperimentazione della formula di apertura (vista dal punto di osservazione dc) a sinistra.

Ne è testimonianza il pacchetto di progetti, che minuziosamente il relatore Rebecchi, rimasto insieme a Galetti testimone (dopo la recente scomparsa di Anna Rossi, ultima sopravvissuta di quella Consiliatura) e che danno una fedele misura della portata innovativa di quel lungimirante ciclo.

Forse con una accettabile dose di autocompiacimento (indotto dall’essere stato della partita) il relatore ha affermato che nel 1961 e con quella prima giunta di centro-sinistra la Città sarebbe significativamente cambiata.

Rebecchi è passato ad argomentare dettagliatamente le poste che avrebbero concorso alla formazione di un siffatto giudizio; corroborato, almeno fino a tutto il 1965, da una forte intesa tra i partners e soprattutto tra Vernaschi e Coppetti. Intesa che sarebbe sopravvissuta ben oltre l’impegno nel vertice comunale.

Del versante rigenerazione urbana abbiamo dato dettagliato conto con la cronaca dell’intervento dell’arch. Galetti. Dettaglio al quale Rebecchi ha aggiunto: l’aumento del demanio comunale per favorire l’industrializzazione della città (la Variante redatta dagli ingegneri Marcatelli e Salvadori per l’area insediativa di via Castelleone con la Scac e la Feltrinelli), un Piano Regolatore in chiave espansiva finalizzata al superamento dell’emergenza abitativa degli accasermati (favorito dalla Presidenza Dordoni dell’IACP); il trasferimento del Macello pubblico e del mercato bestiame su un terreno donato dal Comune; la costruzione della Centrale del Latte sulla tangenziale; lo sviluppo dell’edilizia scolastica (Via Corte). Una filiera realizzativa questa, di grande portata riformatrice, che era sottesa ad un più ampio progetto strategico indirizzato (specialmente con il Porto ed il Canale Navigabile tanto caro ai socialisti quanto meritevole dell’autorevole endorsement del Capo dello Stato Giovanni Gronchi giunto in visita a Cremona nell’autunno del 1960) a sottrarre la capitale del Po ad un incoercibile destino di prevalente vocazione del primario e di marginalità rispetto all’impetuoso progresso industriale in atto nell’Italia settentrionale.

Il relatore ha giustamente aggiunto a tale carnet strategico anche la realizzazione dell’Autostrada Piacenza-Cremona (come prolungamento ad Ovest della Piacenza-Torino e ad Est dell’inserzione nella direttrice del Brennero). Ma di questa circostanza che apparentemente potrebbe configurare un refuso diremo in successivo approfondimento (in fase di allestimento). La progettazione e la realizzazione dell’infrastruttura viaria furono in capo sicuramente all’impegno anche del Comune capoluogo (che delegò Coppetti a rappresentarlo sia nella fase propedeutica che in quella realizzatrice, fino a surrogare la presidenza dello scomparso Ragionier Maffei, industriale e presidente della Camera di Commercio). Ma è innegabile che un ruolo preminente lo ebbero, appunto, le CCIAA di Cremona e di Piacenza sotto la spinta delle Associazioni Industriale del territorio.

Per le consistenti ragioni ampiamente illustrate, quel “Cremona cambiò” affermato da Rebecchi appare quanto meno fondato. Fino a indurre chi scrive alla conclusione che, senza voler nulla togliere al valore della testimonianza dei cicli precedenti e susseguenti della cosiddetta Prima Repubblica (della Seconda tamquam non esset), quel ciclo si dimostrerà, in una significativa scansione storica, indubbiamente originale e fecondo.

Almeno per la prima giunta (1961-1965). Il successivo mandato (1965-1969) perderà un po’ la spina propulsiva. Un po’ perché non si può tenere costante ed altissimo il livello performante. Un po’ per assuefazione e stanchezza. Un po’ per latenza di temi nevralgici e mai decisamente affrontati (la municipalizzazione gas) ed ancora per la riemersione carsica dei rancori politici derivanti da snodi non condivisi e macerati nella riserva di future rese dei conti.

In tal senso, è perfettamente calzante la riflessione secondo cui nel deragliamento della seconda Giunta Vernaschi-Coppetti ebbe un peso anche la scissione socialista del gennaio 1964 (che dal punto di vista numerico determinò una scansione risibile).

Rebecchi individua nell’irriducibile contenzioso sulla municipalizzazione del gas (che, peraltro, era prevista negli accordi del 1961, come era prevista l’alternanza nel vertice comunale e/o provinciale) il motivo scatenante della dissoluzione dell’alleanza di centro-sinistra (che, come nella crisi del 1956, avrebbe condotto al commissariamento).

L’apogeo della parabola di quel ciclo sarebbe individuabile, dal punto di vista etico progettuale, nel messaggio inviato nella circostanza del ventennale della Liberazione, che, in aggiunta alla già emblematica costituzione della Consulta Giovanile Comunale (presieduta dal prof. Giuseppe Pelli) si richiamava alla speranza nelle nuove generazioni.

La trait d’union tra l’intervento sintetizzato di Rebecchi e quello successivo del dottor Riccardo Piccioni, che durante quella temperie politica-amministrativa occupava il ruolo nevralgico di dirigente del dipartimento finanziario, è costituita dalle comuni percezioni sia sul forte rapporto sinergico tra Sindaco e Vicesindaco sia sulla naturale predisposizione di Coppetti a tenere sempre aperto un rapporto dialettico ma costruttivo con tutti.

Entrambi hanno ricordato che nel 2020 cadrà il trentesimo della scomparsa di Vernaschi e hanno segnalato l’opportunità di rivisitare questa figura centrale della vita cremonese del ‘900.

Abbiamo segnalato che, per l’osservatorio implicito nel ruolo esercitato dal Ragioniere Capo, nessuno meglio di Piccioni potrebbe essere stato nella condizione di percepirne i tratti confluenti in una personalità, fortemente ancorata al rigore etico ed all’uso oculato del pubblico danaro. Non tirchio ma oculato. Sempre impegnato a ricercare il finanziamento delle opere che proponeva, prima di avventurosi percorsi deliberativi. E poiché le risorse a disposizione dell’istituzione comunale allora come ora non furono mai sovrabbondanti né autosufficienti, Piccioni rileva come Coppetti estese il raggio del finanziamento al concorso di partners esterni; in particolare il Credito Fondiario della CARIPLO, presieduta storicamente dal professore Giordano Dellamore, coinvolto della copertura della spesa per la costruzione della Centrale del Latte. Mentre, a sua volta, il Comune di Cremona avrebbe sussidiato la costruzione del nuovo Ospedale, realizzato alla fine degli anni sessanta con l’impegno trainante di due figure altrettanto integerrime (il presidente Emilio Priori e la Vice Maria Galliani).

Tanti altri sarebbero gli spunti di menzione e di approfondimento, offerti dalle relazioni. Ne rinviamo la trattazione all’occasione della ricorrenza del trentesimo della scomparsa di Vincenzo Vernaschi. Che qui abbiamo in qualche misura specularmente inquadrata nel ripercorre la vicenda pubblica di Coppetti. Al termine del quale viene consegnato alla città l’alto profilo di giganti della vita cremonese, che merita di essere sottratto all’oblio.

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