Domenica, 02 ottobre 2022 - ore 11.01

Il capo dell’Oms e i doppi standard su Ucraina e Paesi in via di sviluppo (VIDEO)

Ghebreyesus: ''Non sono sicuro che il mondo tratti davvero le vite dei bianchi e dei neri allo stesso modo''

| Scritto da Redazione
Il capo dell’Oms e i doppi standard su Ucraina e Paesi in via di sviluppo (VIDEO)

Stanno facendo discutere – anche se in Italia non se ne sa praticamente nulla – le dichiarazioni del Direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, che, condannando la guerra di invasione russa in Ucraina e annunciando le ulteriori misure dell’Oms per assistere i profughi e la sanità ucraina, ha condiviso la frustrazione di molti nei Paesi in via di sviluppo per il fatto che le guerre in atto in altre parti del mondo, compresa l’Etiopia da dove proviene Ghebreyesus, non ricevano la stessa attenzione a livello internazionale di guerra in Ucraina che, con gli attacchi di ieri a tre villaggi al di là del confine, è tracimata in territorio russo.

Il 13 aprile, durante una conferenza stampa, il capo dell’Oms ha detto: «Per il bene dell’umanità, esorto la Russia a tornare al tavolo e a lavorare per la pace. Nel frattempo, devono essere istituiti corridoi umanitari in modo che possano essere consegnate forniture mediche, cibo e acqua e che i civili possano mettersi in salvo. Ad oggi l’Oms ha ricevuto quasi il 53%  del suo fabbisogno di finanziamento per l’Ucraina per i primi tre mesi. Ma saranno necessarie risorse aggiuntive per coprire i bisogni a lungo termine». Ma ha ricordato che «Tragicamente, l’Ucraina non è l’unica emergenza che il mondo sta attualmente affrontando. In Afghanistan, per sopravvivere le persone vendono anche i loro reni e i loro bambini. Nel Tigray, uno degli assedi più lunghi e peggiori della storia ha in gran parte interrotto le consegne di cibo, carburante e medicinali e la regione sta affrontando una calamità umanitaria, che include la fame di massa. Un peggioramento della crisi climatica sta portando i Paesi a essere colpiti da più catastrofi climatiche  contemporaneamente. Nella stessa settimana del mese scorso, le barriere coralline australiane si sono sbiancate, mentre altre parti del Paese hanno dovuto affrontare inondazioni catastrofiche». Poi ha aggiunto: «Non so se il mondo presti davvero la stessa attenzione alle vite dei bianchi e dei neri, La crisi in Ucraina merita attenzione in quanto ha un impatto sul mondo intero, Ma nemmeno una parte di essa viene data al Tigray, allo Yemen, all’Afghanistan, alla Siria e al resto. Una frazione. Devo essere schietto e onesto sul fatto che il mondo non tratti la razza umana allo stesso modo. Alcuni sono più uguali di altri. E quando dico questo, mi addolora. Perché lo vedo. E’ molto difficile da accettare, ma sta succedendo».

Ghebreyesus non è certo un estremista nemico dell’Occidente e le sue parole arrivano qualche giorno dopo quelle pronunciate da chi dell’Occidente è un fedele amico e alleato: il ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, che intervenendo il 9 aprile al Doha Forum ha ricordato che «La sofferenza umanitaria che abbiamo visto in Ucraina … è stata la sofferenza di molti Paesi in questa regione per anni e non è successo nulla». Poi ha ricordato «la brutalità contro il popolo siriano, o contro i palestinesi, o contro i libici, o contro gli iracheni o contro gli afghani. Non abbiamo mai visto una risposta globale affrontare quelle sofferenze». E ha aggiunto: «Gli eventi in Ucraina dovrebbero diventare un campanello d’allarme per tutti nella comunità internazionale affinché guardino alla nostra regione e affrontino le questioni … con lo stesso livello di impegno».

Una posizione sostenuta anche da un altro fedelissimo alleato dell’Occidente (e fino a ieri in lite col Qatar), il ministro degli esteri saudita principe Faisal bin Farhan, che ha detto che «L’impegno della comunità globale… è piuttosto diverso. L’unità transatlantica in questo momento è lodevole. Ma penso che debbano avere una conversazione molto migliore con il resto della comunità globale».

Ora, se è vero che né il Qatar né l’Arabia saudita sono nemmeno lontanamente Paesi democratici e che hanno la coscienza sporca quando parlano delle guerre mediorientali perché le hanno foraggiate sia in Siria che in Libia, se è vero che l’Arabia saudita da 8 anni sta combattendo una sanguinaria guerra di invasione nello Yemen, se è vero che qatariani e sauditi farebbero bene a non parlare della tragedia del popolo palestinese che hanno abbandonato al suo destino per affari e alleanze sottobanco con Israele… la cosa è ancora più preoccupante perché a criticare il doppio standard occidentale sono due monarchie assolute  considerate alleate strategiche dell’Occidente (e dall’Occidente armate), tanto che gli Usa hanno recentemente assegnato al Qatar lo status di “principale alleato non NATO”. Un legame così forte che, mentre si fa pressione su altri Paesi perché condannino l’invasione russa dell’Ucraina, si accetta che le monarchie petrolifere del Golfo mantengano una posizione neutrale perché vogliono mantenere i loro legami con la Russia che si basano sui comuni interessi su petrolio e gas. Tanto che, intervistato dalla CNN, il ministro dell’energia del Qatar Saad Sherida al-Kaabi ha detto che «La sostituzione del gas russo non è praticamente possibile» e che Doha non imporrà sanzioni all’industria Oil&Gas russa perché «Lenergia dovrebbe rimanere fuori dalla politica». Le stesse cose sono state più o meno dette dai sauditi riguardo alla possibilità di sostituire il petrolio russo.

Ma le ricche monarchie assolute del Golfo non hanno certo i problemi di altri Paesi, come «Il Corno d’Africa e il Sahel . ha detto il capo dell’Oms – che sono ad alto rischio di carestia e molte persone nelle due regioni stanno già morendo di fame o hanno problemi di sicurezza alimentare che li costringono a fuggire. Sono profondamente preoccupato per l’impatto che ciò avrà non solo sulla salute, ma sulla sicurezza nazionale e regionale complessiva. La pace mette in evidenza la nostra capacità di compiere progressi nello sviluppo su tutti i fronti e il conflitto, al contrario, rende tutto più difficile».

E all’etiope Ghebreyesus sta particolarmente a cuore l’Etiopia dove, come ha ricordato «In effetti, continua l’assedio da parte delle forze etiopi ed eritree» dello stato/regione separatista del Tigray. Le persone in Tigray sono a rischio di fame a causa della mancanza di aiuti umanitari e sono trattate duramente dai loro nemici. Le persone vengono bruciate vive… a causa della loro etnia… senza aver commesso alcun crimine. Dopo uno dei blocchi più lunghi della storia, c’è bisogno di 100 camion al giorno contenenti rifornimenti salvavita per il Tigray. Dopo la tregua sarebbero dovuti partire almeno 2.000 camion diretti nel Tigrè, ma sono stati solo 20 i camion in totale, che rappresentano l’1% del fabbisogno. Per evitare la catastrofe umanitaria e la morte di centinaia di migliaia di persone, abbiamo bisogno di un accesso umanitario illimitato da parte di coloro che stanno rafforzando l’assedio. Oltre ai medicinali, la necessità immediata è che nella regione sia consentito l’ingresso di cibo, carburante e altri generi di prima necessità».

Eppure questa sanguinosa guerra in corso dal 2020, dopo che il governo federale ha lanciato un’operazione militare contro il Tigray People’s Liberation Front (TPLF), non sembra interessare troppo la comunità internazionale, a cominciare dall’Italia che pure è stata potenza coloniale in quei luoghi (commettendo efferati massacri), come ci ricorda l’oscena marcetta “Faccetta nera”: «Faccetta nera, bell’abissina, aspetta e spera che già l’ora si avvicina! quando saremo vicino a te, noi ti daremo un’altra legge e un altro Re».

Ma Ghebreyesus non scorda il colonialismo e vede il neocolonialismo farsi spazio nel doppio standard occidentale: «Spero che il mondo torni in sé e tratti tutta la vita umana allo stesso modo… perché ogni vita è preziosa».

E’ lo stesso neocolonialismo culturale ed economico denunciato nel 2021 dal capo dell’Oms al culmine della pandemia di Covid-19, quando accusò le nazioni ricche per aver accumulato vaccini per se stesse e di aver lasciato i Paesi più poveri a mani vuote: «Tale comportamento non è stato solo ingiusto, ma anche controproducente in termini di lotta alla diffusione del virus». E il. Direttore generale dell’Onu  ha ricordato nella recente conferenza stampa che «La pandemia persiste con casi record e decessi registrati in alcuni Paesi asiatici e un’intensa trasmissione di Omicron (variante BA.1 seguita da BA.2) in tutto il mondo che continua a esercitare una pressione sostanziale sui sistemi sanitari. L’aumento del conflitto, il peggioramento della situazione climatica e la prolungata pandemia collettivamente hanno portato il Doomsday Clock a rimanere bloccato a 100 secondi dalla mezzanotte, che rimane la più vicina a un’apocalisse che il mondo sia mai stato, alla fine civiltà, dalla sua creazione nel 1947».

Si tratta di preoccupazioni molto diffuse in Africa, Asia, America Latina, sia in Paesi democratici che autoritari – che guardano alla situazione mondiale con uno sguardo diverso da quello occidentale e che hanno opinioni radicalmente diverse dalle nostre su quanto sta succedendo, a partire da giganti come l’India, la Cina e il Sudafrica. Opinioni c delle quali dovremmo tener conto e non ignorare o respingere con arroganza. Perché farlo fa il gioco di Putin e di tutti i guerrafondai.

Ma Ghebreyesus  non perde la speranza: «Sarebbe facile, sento la disperazione ma ci sono cose che possiamo fare a livello micro e macro per fare la differenza. Per evitare che le attuali crisi multidimensionali si trasformino in una spirale di morte per l’umanità, sono necessari sforzi concertati e creativi per piegare l’arco della storia verso un mondo orientato alle soluzioni, più sano e sostenibile. La stragrande maggioranza degli esseri umani del mondo vuole vivere in un mondo libero dalla guerra, dove loro e le loro famiglie possano accedere a un buon lavoro, mettere il cibo in tavola e avere accesso ai servizi sanitari essenziali e a un’istruzione di qualità. Sebbene sia relativamente facile dare il via a un conflitto, la ricerca della pace è spesso in qualche modo sfuggente poiché le guerre hanno l’abitudine di crescere a spirale e portare a escalation impreviste e conseguenze negative. La pace è alla base di tutto ciò che è buono nelle nostre società. Abbiamo bisogno di pace per salute e anche salute per pace. Per gli operatori sanitari, il personale dell’Oms e per i nostri partner umanitari sul campo, la guerra rende tutto esponenzialmente più difficile e talvolta persino impossibile».

E il capo dell’Onu ha annunciato una nuova iniziativa globale “‘Peace for Health and Health for Peace” che «Mira in primo luogo e soprattutto a promuovere un nuovo dialogo sulla salute e la pace. Ad esempio, la creazione di corridoi umanitari in modo che le persone possano accedere ai beni di prima necessità, inclusi cibo nutriente, carburante e servizi sanitari, e che nessuna struttura sanitaria sia presa di mira militarmente, che è una nuova tendenza inquietante vista nel conflitto. Chiederò ad altre agenzie delle Nazioni Unite, alla società civile, alle organizzazioni sportive, al mondo accademico e alle imprese di sostenere questa iniziativa, che in definitiva prevedo farà parte di uno sforzo generale di costruzione della pace che aiuti le persone a più alto rischio di malattie e morte».

E concludendo Ghebreyesus ha evidenziato nuovamente un complicato e pericoloso quadro globale che non può essere affrontato con il doppio standard occidentale: «Il conflitto, la crisi climatica e il Covi-19 stanno tutti contribuendo a enormi picchi nei prezzi di cibo e carburante, nonché all’inflazione, che per molti mette la salute fuori dalla loro portata. Nel Corno d’Africa e in alcune parti del Sahel, è addirittura all’orizzonte una carestia. Come parte di qualsiasi iniziativa di pace, è fondamentale che anche garantire l’accesso a cibo nutriente e di qualità sia un requisito fondamentale, insieme ad altri servizi di base come la salute e l’istruzione. Qualunque sia la crisi, sono orgoglioso che l’Oms sia sempre in prima linea nella lotta per salvare vite umane e lavorare per la salute per tutti, per tutti, ovunque».

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