Domenica, 29 novembre 2020 - ore 23.53

Sotto la seconda ondata della pandemia è finita anche la fiducia nelle istituzioni e negli esperti

Osservatorio Scienza, Tecnologia e Società: pochi i “negazionisti” ma scarsa fiducia nel vaccino. Gli interventi degli esperti percepiti come fonte di confusione. E se facessimo come la Nuova Zelanda?

| Scritto da Redazione
Sotto la seconda ondata della pandemia è finita anche la fiducia nelle istituzioni e negli esperti

Siamo nel bel mezzo della “seconda ondata” Covid-19 e, mentre le regioni gialle diventano arancioni e il rosso del lockdown nazionale sembra alle porte, a 6 mesi di distanza dall’ultima rilevazione, l’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società di Observa Science in Society è tornato a monitorare percezioni e atteggiamenti degli italiani verso la pandemia. E i risultati non sono confortanti.

L’unica buona notizia è che i negazionisti della pandemia di Covid-19 sono molto meno di quanto si potrebbe credere leggendo i giornali o guardando i telegiornali o, ancor più affidandosi ai social network: l’Osservatorio dice che «in linea con altre precedenti rilevazioni nazionali e internazionali» si conferma che i negazionisti sono «una minoranza, per quanto non trascurabile, attiva sui social e mediaticamente visibile. Il 6,5% degli italiani, infatti, ritiene il virus “un’invenzione per giustificare decisioni politiche ed economiche”». Il tipico “negazionista” italico è un maschio poco scolarizzato, spesso residente nelle Isole, in età compresa tra i 30 e i 44 anni.

Al contempo per 6  italiani su 10  la pandemia è «un’emergenza grave da cui ci si può proteggere solo con molte precauzioni». Il restante 30% ritiene che la pandemia sia  un pericolo reale, ma sopravvalutato da politica e media. L’Osservatorio evidenzia che «dal punto di vista delle strategie comunicative istituzionali, questa posizione, per caratteristiche e consistenza, appare molto più significativa rispetto ai “negazionisti”».

Più o meno come accadeva già in primavera, gli italiani si in formano sulla pandemia soprattutto attraverso notiziari tv e radio, con un leggero aumento per la stampa quotidiana e i canali web di istituzioni come il ministero della Salute o la Protezione civile, le Regioni e i Comuni. Su questo fronte l’informazione attraverso i social, dove abbondano le posizioni “negazioniste” e le teorie complottistiche, coinvolge meno del 4% dei cittadini italiani.

Per quanto riguarda le precauzioni da adottare, il cambiamento più significativo riguarda il ruolo dei medici di base, che ora un quarto degli italiani indica come fonte privilegiata di informazioni pratiche. Resta elevata la fiducia nelle fonti istituzionali nazionali e locali.

Ma, rispetto alla gestione della prima “ondata”, con rare eccezioni (tra cui l’Unione europea), il giudizio dei cittadini su quasi tutti i soggetti coinvolti è diventato più negativo: «Il giudizio positivo sulla Protezione civile, ad esempio, è diminuito di 18 punti percentuali rispetto ad aprile; quello sul Governo di 16 punti percentuali; quello sulle regioni di 21 punti percentuali. Quasi il 30% giudica oggi negativamente le decisioni e le misure messe in campo dalla propria regione contro la pandemia».

Molti meno consensi anche per l’operato dell’Organizzazione mondiale della sanità e per il lavoro dei mezzi di informazione. Ma l’Osservatorio evidenzia che «il dato più sfavorevole riguarda il giudizio sul ruolo degli esperti, crollato di 23 punti percentuali e oggi negativo per un italiano su quattro. Nella percezione dei cittadini, in sostanza, le istituzioni e gli esperti hanno dilapidato il patrimonio di consensi accumulato in primavera. Un dato che potrebbe avere ripercussioni rilevanti sull’accoglienza e l’accettazione delle nuove misure».

Con virologhi diventati star televisive, presidenti di Regione che chiedono al Governo autonomia e poi dicono che le decisioni le deve prendere il Governo, per poi criticarlo quando le prende, con le forze politiche di maggioranza che ondeggiano e l’opposizione che chiede tutto e il contrario di tutto, la sfiducia su esperti e politica era probabilmente inevitabile. Forse sarebbe stato bene fare come la Nuova Zelanda dove la premier laburista Jacinda Ardern – che ha stravinto le elezioni pochi giorni fa – ha dichiarato il suo Paese Covid-free dopo aver sconfitto la pandemia con un team comunicativo politico/scientifico ridottissimo: lei stessa e il direttore generale della sanità Ashley Bloomfield. Nessun altro poteva parlare dei dati ufficiali sul Covid-19 e nessuno, nemmeno l’opposizione nazional-conservatrice, ha gridato al colpo di stato per questo. Una bella differenzacon l’Italia, dove nugoli di iracondi “esperti” infestano le televisioni, i politici si azzuffano in diretta e la destra gridava al golpe per la dichiarazione di uno stato di emergenza che esiste in quasi tutta Europa e nel resto del mondo.

In questo quadro “stona” il giudizio più positivo degli italiani sull’Unione europea, ma forse anche i sovranisti apprezzano la decisione di Bruxelles di darci centinaia di miliardi di euro in prestiti (e non) straordinari per fronteggiare l’emergenza.

Tornando agli esperti, l’indagine dell’Osservatorio sottolinea che il giudizio negativo su di loro è confermato anche da quello sul loro ruolo nella comunicazione: «L’opinione che gli interventi degli esperti abbiano creato confusione, già elevata ad aprile, aumenta ulteriormente e ora coinvolge il 62% dei cittadini, mentre è scesa sotto il 20% la quota di chi considera efficaci i loro interventi nei media».

Una sfiducia che si riflette anche sugli atteggiamenti verso i tanto attesi vaccini: «Abbastanza sorprendentemente, solo il 36% degli italiani dichiara che si farà vaccinare appena possibile. Una quota quasi identica (38%) dichiara di volersi vaccinare, ma non lo farà subito. Oltre uno su cinque non è invece intenzionato a farsi vaccinare» e tra quest’ultimi lo scetticismo verso il vaccino «si associa più frequentemente alla tendenza a non informarsi sulla pandemia o ad informarsi prevalentemente

attraverso i propri contatti social e un giudizio negativo verso il ruolo comunicativo degli esperti».

Aspetti dei quali le istituzioni dovranno tener conto per pianificazione le strategie comunicative per i prossimi mesi, visto che un quarto degli italiani che non intendono vaccinarsi rischiano di vanificare gli sforzi per sconfiggere il coronavirus e tornare a lavorare, studiare e divertirsi tutti.

E proprio sulla necessità di una migliore comunicazione tra governo e cittadini punta la lettera aperta/petizione inviata al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai ministri Speranza, Dadone e Pisano, promossa da Associazione onData, ActionAid Italia, Transparency International Italia, Altroconsumo, Associazione Luca Coscioni, Cittadini Reattivi APS, Covid19Italia.help, Fondazione GIMBE, Fondazione Openpolis, Info.nodes, Legambiente, Link Coordinamento Universitario, Medici Senza Frontiere Italia, OpenDataSicilia, Priorità alla scuola, Parliament Watch, Rete della Conoscenza, Scienza in rete, Slow News, The good lobby, Unione degli Studenti, giornalisti e semplici cittadini.

Ecco il testo integrale:

Viviamo una grave crisi. La società civile italiana, una delle più mature e competenti del mondo, è pronta a supportare le Istituzioni nel farvi fronte.

Per farlo, però, ha bisogno di dati. La cittadinanza, stremata, chiede risposte mirate, meno gravose di “tutti in lockdown“. Elaborarle richiede dati pubblici, disaggregati, continuamente aggiornati, ben documentati e facilmente accessibili a ricercatori, decisori, media e cittadini. Il nuovo sistema di classificazione del territorio nazionale in tre aree di rischio rappresenta, in questo senso, un’opportunità, perché comporta un sofisticato sistema di monitoraggio nazionale e quindi genererà, si presume, molti dati di qualità.

Il governo è consapevole di tutto questo. Un recente documento di indirizzo pone “la trasparenza e l’accessibilità dei dati al centro della strategia di gestione del rischio pandemico”. Pandemia a parte, l’Italia si impegna da tempo per la trasparenza amministrativa. In sede internazionale, per esempio, siede nel board dell’Open Government Partnership. Purtroppo, adottare un indirizzo non è sufficiente: bisogna anche tradurlo in pratica. E questo significa lavoro duro: misure attuative, integrazione di flussi informativi, data stores. Come sempre, la differenza tra il dire e il fare è… il fare.

Per questo, chiediamo al Governo Italiano di:

Rendere disponibili, aperti, interoperabili (machine readable) e disaggregati tutti i dati comunicati dalle Regioni al Governo dall’inizio dell’epidemia per monitorare e classificare il rischio epidemico (compresi tutti gli indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio, di accertamento e quelli di risultato). Fare lo stesso per tutti i dati che alimentano i bollettini con dettaglio regionale, provinciale e comunale, della cosiddetta Sorveglianza integrata COVID-19 dell’Istituto Superiore di Sanità e i dati relativi ai contagi all’interno dei sistemi, in particolar modo scolastici. Tutti i dati devono riportare la data di trasmissione e aggiornamento;

Rendere pubbliche le evidenze scientifiche, le formule e gli algoritmi, che mettono in correlazione la valutazione del rischio, le misure restrittive e l’impatto epidemiologico ad esso correlato;

Recepire nella gestione, pubblicazione e descrizione dei dati tutte le raccomandazioni della task force “Gruppo di lavoro 2 – Data collection and Infrastructure“, presenti nel documento “Analisi dei flussi e mappatura delle banche dati di interesse per la task force dati per l’emergenza COVID-19”;

Nominare un/a referente COVID-19 su dati e trasparenza e un/a referente per ogni regione, a cui la società civile possa fare riferimento;

Istituire un centro nazionale, in rete con omologhi centri regionali, dedicato ai dati Covid, che non solo imponga standard e formati, ma che coordini e integri nuovi sistemi di raccolta e individui le criticità in quelli esistenti.

Vediamo di continuo decisioni prese per limitare il contagio sulla base di dati che non sono pubblici: la trasparenza è alla base di ogni democrazia! I cittadini hanno il diritto di conoscere su quali dati e quali analisi si basano le decisioni prese dal governo per le restrizioni dei prossimi DPCM. Da questi dati dipende la nostra vita quotidiana, il nostro lavoro, la nostra salute mentale: vogliamo che siano pubblici! E vogliamo che siano in formato aperto, perché dobbiamo permettere agli scienziati e ai giornalisti di lavorare per bene.

I firmatari di questa lettera sono estremamente preoccupati per il crollo di fiducia generato dalla gestione dell’emergenza COVID-19. In questo momento una corretta comunicazione, basata sull’evidenza dei dati, è quanto mai importante per comprendere le scelte istituzionali che hanno profonde conseguenze sulla vita delle persone.

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