Venerdì, 03 dicembre 2021 - ore 14.45

Di meritocrazia, Università pubblica e diritto allo studio | Alessandro Lucia

| Scritto da Redazione
Di meritocrazia, Università pubblica e diritto allo studio | Alessandro Lucia

Quando si parla di meritocrazia si pensano a tante cose, tutte bellissime: che vengono premiati i più efficienti, che in questo modo si spinge a una competitività “sana”, che l’Italia ha bisogno di persone capaci per svolgere le funzioni più delicate.

Ma sarebbe anche ora di guardare in faccia la realtà e smettere di parlare di merito, quando il merito non sappiamo neanche cos’è, o addirittura fingiamo di non saperlo. La meritocrazia ha (avrebbe) senso solo se ci fossero le condizioni, se tutti potessero partire dal medesimo livello, con gli stessi mezzi. Ma il nostro sistema, volenti o nolenti , non risponde a queste richieste. Eppure ancora si parla di togliere il valore legale della laurea. Ma a nessuno è passato per la testa che uno dei problemi sia il fatto che molti – moltissimi – individui che potrebbero dimostrarsi davvero capaci e meritevoli (cit.), come e più di altri, siano soffocati dall’impossibilità di raggiungere certi gradi di studi? Come si può parlare di meritocrazia, quando si parte da posizioni differenti e spesso lontanissime? Un figlio di una famiglia modesta, direte, può sempre sperare in una borsa di studio, no? No. Perché la ridicola cifra che l’Italia spende nell’istruzione spesso non basta neanche a coprire le borse di studio.  Ed è un dato di fatto.

Per restare sempre in tema di Diritto allo Studio Universitario (DSU), oggi il Consiglio di Stato ha rinviato alla Consulta la legge – datata 1999 – che regola l’accesso ad alcune facoltà,  il numero chiuso per intenderci, bollandola come “palesemente incostituzionale”. Perché viola apertamente gli articoli 3, 34 e 97 della Costituzione. Niente male.

La demolizione progressiva della scuola e università pubblica, laica, libera, accessibile e di qualità cerca di proseguire il suo cammino, coadiuvata da un ceto politico a dir poco miope: mi chiedo come sia possibile che non si riesca a capire la disastrosa situazione dell’Istruzione. Grazie all’Unione degli Universitari, ho potuto assistere a una lezione del professor De Nicolao in cui spiegava molto chiaramente come la situazione dell’Università e della Ricerca venga mistificata senza soluzione di continuità sugli organi di stampa. Se si chiede a un non addetto ai lavori perché la ricerca scientifica è così sottovalutata, è molto probabile che ci venga risposto “Perché ci sono molti sprechi”.

Giusto? Sbagliato. Le ricerche del professor De Nicolao e di ROARS  (Return On Academic ReSearch: http://www.roars.it/) hanno dimostrato, sulla base dei puri dati, che il problema non sono gli sprechi, perché per quanto riguarda gli articoli scientifici prodotti e di citazioni ricevute, i ricercatori italiani sono più o meno nella media europea in quanto a prolificità. Ciononostante, siamo costantemente agli ultimi posti per quanto riguarda il numero di investimenti  e per di più in Europa siamo al terzo posto per il costo delle rette (dietro solo Gran Bretagna e Olanda) e ultimi (!) per sussidi dati agli studenti capaci e meritevoli (alla faccia dell’articolo 34!).

Nonostante tutto, secondo qualcuno i nostri atenei sono troppo ricchi, e si tagliano finanziamenti costringendo le singole realtà ad aumentare le tasse per sopravvivere, andando però contro il Dpr 306 del 1997, che regola il rapporto tasse/soldi ricevuti dallo stato. Suddetto rapporto non può andare oltre il 20%, cioè l’importo totale delle tasse richieste non può essere superiore al 20% del totale dei finanziamenti ricevuti. Bene, 36 atenei su 61 sono letteralmente fuorilegge, grazie alle scriteriate manovre Gelmini-Tremonti.  E ancora si parla di “Università troppo economica”?

Lo studio, la cultura e la formazione non sono un privilegio o un bene privato che può avere solo chi paga. L’Università è un bene pubblico.

Alessandro Lucia

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