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Federico Aldrovandi: diciott’anni spezzati nella zona del silenzio | Alessandro Lucia

| Scritto da Redazione
Federico Aldrovandi: diciott’anni spezzati nella zona del silenzio | Alessandro Lucia

Oggi 29 gennaio 2013 è stato confermato il carcere per Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri, tre degli agenti che uccisero Federico Aldrovandi la notte tra il 25 e il 26 settembre 2005. Per quanto riguarda Enzo Pontani, l'altro agente che partecipò all'omicidio, la decisione del giudice è stata rimandata al 26 febbraio a causa di un "vizio di notifica". Ripropongo di seguito un mio articolo scritto nell'ottobre del 2012 per il periodico universitario Jaromil.

 

Su quel cancello dell’ippodromo di Ferrara c’è un cartello con stampate ben chiare tre parole: “zona del silenzio”. E’ un invito a non schiamazzare, perché nell’ippodromo, dietro quel cancello, dormono i preziosi purosangue ferraresi. Ma forse Federico Aldrovandi non lo sapeva, e la notte del venticinque settembre di sette anni fa decise di schiamazzare, di parlare ad alta voce con gli amici, di divertirsi, decise di avere diciott’anni. Ma come nei peggiori film, il caso volle che alle cinque del mattino passasse una volante della polizia con a bordo due agenti, Enzo Pontani e Luca Pollastri. Fermano l’auto, scendono, lo vedono, e decidono che quella mattina, Federico, non tornerà a casa.

Iniziano a pestarlo. Pugni, calci, botte. Federico si difende, e Pontani, con una sfacciataggine non indifferente,  ebbe a dire qualche tempo dopo “ci aggredì a colpi di karate, senza un motivo apparente”. E allora chiamano i rinforzi, arrivano i colleghi Paolo Forlani e Monica Segatto, e giù altre botte, manganelli spezzati sulla schiena e sul volto. Spezzati, come la vita di Federico che pochi minuti dopo le sei, mentre il sole timidamente si decideva a sorgere, volava via tra una chiazza di sangue sull’asfalto e il cartello “zona del silenzio”.

 

Nel processo, due anni dopo, i poliziotti sostennero che la pattuglia di Pontani e Pollastri sarebbe accorsa sul posto in seguito alla chiamata di una residente disturbata dal rumore che i ragazzi facevano fuori dal locale. Secondo la ricostruzione del giudice, le urla che svegliarono la residente erano effettivamente quelle di Federico, ma erano le urla di un ragazzo che stava venendo massacrato dai difensori della legge, non quelle di un ubriaco un po’ molesto. Fatto sta che la “zona del silenzio” fu riportata alla quiete, in un modo o nell’altro. Ubriaco, drogato, chiassoso, violento. Sarebbe rimasto solo questo, Federico, e la sua morte un accidente dovuto alle enormi (sic) dosi di ketamina che aveva assunto. Dosi ben 175 volte inferiori alla dose letale, che però secondo la versione della polizia diedero il colpo di grazia a quel diciottenne che osò schiamazzare nella zona del silenzio. Sarebbe rimasto solo questo, ci sarebbe rimasta solo l’ennesima “versione ufficiale”, e Federico sarebbe rimasto solo uno che quelle botte se l’era meritate, se Patrizia, la madre di Federico, non avesse preso il coraggio a due mani e continuato, imperterrita, a chiedere giustizia per “Aldro” dal suo blog.

Venne aperta l’inchiesta, e i quattro poliziotti indagati per omicidio colposo. La difesa, che sostenne la tesi della morte causata dall’assunzione di stupefacenti e alcool, fu smentita dalla perizia ordinata dal giudice che rivelò come la quantità di sostanze assunte da Federico fosse assolutamente insufficiente a causarne la morte. Emersero invece altri dettagli importanti: ferite ed escoriazioni su tutto il corpo, un trauma cranico-facciale dovuto ai due manganelli violentemente spezzati sul volto e infine quella che si rivelò essere la causa ultima del decesso: un grosso ematoma all’altezza del cuore, dovuto a una forte e prolungata pressione da parte di uno dei poliziotti che teneva fermo Federico, probabilmente con il ginocchio premuto sulla schiena, causandogli  l’arresto cardio-respiratorio che gli fu letale.

Durante lo svolgimento del processo vennero a galla ulteriori incoerenze nelle indagini, come per esempio il mancato sequestro dei manganelli, il mancato uso del defibrillatore in dotazione alla volante e la scomparsa del nastro, messo a disposizione degli inquirenti solo molto tempo dopo, con le registrazioni delle conversazioni tra le volanti e la centrale.

In aula i quattro, concordi sulla versione, raccontarono che  il ragazzo era perfettamente sano e che non diede segni di sofferenza, almeno fino all’arrivo dell’ambulanza. Ma questa versione, chiaramente fallace, venne smentita grazie all’ascolto delle conversazioni nelle quali i poliziotti riferiscono al comando centrale che Aldrovandi “è stato bastonato di brutto”, “è svenuto… è mezzo morto”. Tutto ciò, unito al risultato della perizia ordinata dal giudice, portò alla condanna in primo grado, poi confermata in Corte d’appello e resa definitiva in Cassazione a tre anni e sei mesi per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”.

In tutto questo, inoltre, venne aperto un processo contro quattro funzionari di polizia, Marcello Bulgarelli, Luca Casoni, Paolo Marino e Marco Pirani, per presunti depistaggi nelle indagini.

Bulgarelli, responsabile della centrale operativa, venne condannato a dieci mesi per omissione e favoreggiamento, per la sua decisione di interrompere, coprendo così i colleghi, la registrazione di una telefonata con Casoni (poi assolto) in cui quest’ultimo avrebbe raccontato come realmente si svolsero i fatti e le responsabilità degli agenti.

Marino, dirigente dell’Ufficio di Polizia Giudiziaria, venne condannato ad un anno per omissione, poiché nella sua relazione al Pm riguardo l’accaduto, non riferì del coinvolgimento dei quattro agenti e dello scontro violento che ebbero con Aldrovandi.

Pirani, infine, ispettore di polizia giudiziaria in servizio alla procura di Ferrara, ad otto mesi, per non aver inserito nel fascicolo destinato al Pm il registro delle telefonate avvenute tra le due volanti e la centrale, impedendo così la conoscenza delle frasi che i quattro riferirono al comando operativo, che vennero alla luce solo molti mesi dopo.

Tre anni e sei mesi, quindi, ai quattro agenti che uccisero Federico Aldrovandi. Tre anni e sei mesi, che con l'indulto vengono praticamente annullati, per eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi. Pontani, Pollastri, Segatto e Forlani resteranno comunque in servizio nonostante per colpa loro e del loro "eccesso colposo” un ragazzo innocente sia morto.

Ma c'è, forse, un modo per evitare che in futuro si ripetano altri casi Aldrovandi, Cucchi o Uva, o casi come la macelleria messicana nella scuola Diaz o le violenze nella caserma di Bolzaneto; iniziare a chiamare questo tipo di reato con il suo vero nome che ancora, incredibilmente, manca nell'ordinamento giuridico italiano: tortura.

Alessandro Lucia

articolo originariamente pubblicato sul periodico universitario Jaromil dell'ottobre 2012. Tutti i numeri di Jaromil sono consultabili in pdf su http://redazionejaromil.wordpress.com/

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