Lunedì, 30 novembre 2020 - ore 00.14

La fame si batte sotto il mare, coltivando gli oceani

Acquacoltura sostenibile e coltivazione di macroalghe potrebbero sfamare il mondo e ridurre le emissioni di gas serra

| Scritto da Redazione
La fame si batte sotto il mare, coltivando gli oceani

La produzione alimentare dovrà tenere il passo con una popolazione mondiale che entro il 2050 dovrebbe arrivare a 9,7 miliardi di persone e secondo gli esperti l’oceano potrebbe fornire gran parte del sostentamento di cui abbiamo bisogno.

L’acquacoltura, o piscicoltura, è uno dei settori di produzione alimentare in più rapida crescita al mondo: secondo la Fao nel 2018 aveva raggiunto il massimo storico di 114,5 milioni di tonnellate, con i Paesi asiatici che continuano a rappresentare la grande maggioranza della produzione: circa il 90% negli ultimi due decenni. Dal 2016, l’acquacoltura è diventata la principale fonte di pesce disponibile per il consumo umano.

Nel suo rapporto “2020 World Fisheries and Aquaculture”, la Fao asvvertito che la sovra-pesca di pesce selvatico è un problema sempre più grosso e che lo stato degli stock ittici si sta deteriorando: circa il 30% non rientra nei livelli biologicamente sostenibili e circa il 60% è vicino alla sua capacità massima di sfruttamento. Per questo, si prevede che nei prossimi anni l’acquacoltura dominerà ulteriormente il mercato del pesce e, nello stesso rapporto, la Fao dice che, se gestito in modo sostenibile, potrebbe avere un impatto trasformativo sul modo in cui nutriamo la popolazione mondiale.

Il problema è che nel mondo, in particolare in diversi Paesi in via di sviluppo, ma anche in Cile, aumentano le proteste per gli impatti insostenibili dell’acquacoltura industriale e per l’utilizzo di OGM.

Secondo Wenche Grønbrekk, presidente dell’United Nations Global Compact Local Network for Norway, un gruppo di imprese private che hanno accettato di lavorare per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) dell’Onu e che dirige anche la Cermaq, un’azienda norvegese di allevamento di salmoni, che ha impianti in Norvegia, Cile e Canada, «Date le giuste condizioni, la quantità di pesce attualmente coltivato potrebbe essere aumentata di 6 volte in modo sostenibile». Ma riconosce che i problemi ambientali non mancano e includono la distruzione degli habitat marini, l’uso di sostanze chimiche nocive e di farmaci veterinari e la produzione di rifiuti.

Grønbrekk però fa notare su UN News che «L’industria d’allevamento ittica è ancora relativamente giovane e, nonostante la cattiva reputazione che ha avuto, si è sviluppata molto. Oggi si concentra fortemente sulla sostenibilità e, , ad esempio, l’allevamento del salmone è la forma di acquacoltura tecnologicamente più avanzata. Sono incoraggiato nel vedere che esiste una reale volontà di elevare gli standard nel settore e nella consapevolezza che, lavorando insieme su questioni di sviluppo sostenibile, ne trarremo tutti dei vantaggi».

La Cermaq è tra i fondatori di Seafood Business for Ocean Stewardship (SeaBOS), un gruppo industriale che sostiene la Sustainable Ocean Business Action Platform dell’UN Global Compact , che promuove il ruolo centrale che i prodotti del mare devono svolgere per nutrire la popolazione mondiale in crescita.

Martin Exel, amministratore delegato di SeaBOS, è d’accordo che l’industria dell’acquacoltura deve incolpare solo se stessa per la sua cattiva reputazione: «Abbiamo avuto alcuni protagonisti cattivi, che hanno fatto le cose sbagliate e, francamente, hanno infranto le regole». Ma ha fiducia sul fatto che l’acquacoltura stia andando nella direzione giusta: «SeaBOS riunisce alcune delle più grandi imprese del settore e stiamo discutendo apertamente delle sfide che dobbiamo affrontare. Queste  includono gli impatti dei cambiamenti climatici, la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN), la moderna schiavitù, la rimozione della plastica oceanica e come ridurre l’utilizzo di antibiotici in acquacoltura, in particolare quelli che sono fondamentali per la salute umana. Le aziende ittiche di SeaBOS comprendono l’importanza della sostenibilità ambientale ed economica, che include la cura delle persone che lavorano nel settore e l’acquisizione della fiducia e del rispetto della comunità e dei consumatori.  Il fatto è che l’acquacoltura è il modo migliore per aiutare a nutrire circa 10 miliardi di persone nei prossimi anni. Può essere ampliata in modo sano e sostenibile, motivo per cui i nostri membri stanno lavorando a stretto contatto con gli scienziati per far progredire la tecnologia che garantirà che possiamo risolvere efficacemente le sfide della produzione alimentare che tutti noi dobbiamo affrontare».

Anche Peter Thomson, inviato speciale del segretario generale dell’Onu per l’Oceano, è convinto che «Se gestito correttamente, l’oceano svolgerà un ruolo importante nel porre fine alla fame nel mondo. Il potenziale dell’economia blu sostenibile (lo sviluppo di attività economiche oceaniche in modo integrato e sostenibile) per nutrire il mondo è immenso. Non dimentichiamo mai che l’Oceano copre il 70% della superficie del pianeta e che ben oltre il 90% dello spazio vitale del pianeta è al di sotto della superficie dell’Oceano. Attraverso lo sviluppo di nuove forme di acquacoltura sostenibile con specie e mangimi appropriati, della maricoltura (l’allevamento di organismi in ambienti marini), della molluschicoltura e con una maggiore attenzione alle macroalghe per l’alimentazione umana e animale, l’Oceano ci fornirà con una grande proporzione del cibo nutriente di cui abbiamo bisogno».

E, per quanto riguarda le alghe, Vincent Doumeizel, consulente senior per le soluzioni oceaniche dell’UN Global Compact ed evangelista delle alghe, evidenzia che «Quando si parla di oceano, siamo ancora cacciatori-raccoglitori. Coltivando solo il 2% dell’oceano, potremmo fornire abbastanza proteine ​​per nutrire una popolazione mondiale di 12 miliardi di persone. Le alghe sono estremamente ricche di proteine, a basso contenuto di grassi, a basso contenuto di carboidrati e ricche di vitamine, zinco e ferro».

Come sanno gli appassionati di sushi, alcune alghe sono commestibili e, se prima erano  popolari in Asia, in particolare in Giappone, da molti anni stanno lentamente diventando più conosciute in tutto il resto del mondo e Doumeizel è fiducioso possano diventare un alimento di largo consumo in tutto il mondo: «La maggior parte dei giapponesi mangia alghe tre volte al giorno, sono usate in molti piatti in Corea e vengono mangiate da molte persone in Cina. Questo può essere un fattore importante nel ridurre i livelli di malattie non trasmissibili in questi Paesi».

Ma Doumeizel sottolinea anche i benefici ambientali delle alghe, in particolare come ingrediente nei mangimi animali: «Le alghe non hanno bisogno di terra, acqua dolce o pesticidi, solo di sole e acqua salata. Se il bestiame venisse nutrito con alimenti a base di alghe, piuttosto che con la soia, le emissioni di metano potrebbero essere ridotte del 90% e migliorerebbero la digestione rafforzando il sistema immunitario degli animali, riducendo la necessità di antibiotici. Questo sta già accadendo in alcuni paesi, come la Scozia e l’Islanda».

Le alghe hanno molti altri usi e benefici: sono un fertilizzante organico, un sostituto sostenibile della plastica e un ingrediente in cosmetici e medicinali. Svolgono anche un ruolo nell’affrontare l’inquinamento degli oceani, ripulendo l’acqua da nitrati e fosfati.

Data la vasta gamma di vantaggi offerti dalle alghe, perché non vengono utilizzate più ampiamente? Doumeizel risponde che »Una delle ragioni sono le barriere tecniche. C’è una mancanza di spazio per coltivare foreste sottomarine vicino alle coste e può essere difficile ottenere una licenza per coltivarle al largo. Dobbiamo imparare dalle compagnie petrolifere, che hanno molta esperienza nell’affrontare forti correnti e onde oceaniche».

In effetti, Kelp Blue, una compagnia che ha grossi progetti per espandere la produzione di alghe è gestita da un ex dirigente della Shell e sta progettando di coltivare enormi foreste sottomarine di alghe su circa 70.000 ettari al largo della costa della Namibia. «Queste foreste – afferma Kelp Blue – aiuterebbero a risolvere la crisi alimentare mondiale, rimuovendo allo stesso tempo enormi quantità di gas serra nocivi dall’atmosfera e creando centinaia di posti di lavoro».

Nella gigantesca fattoria sottomarina sarebbero coltivate alghe giganti che possono crescere fino a 30 metri di altezza. Secondo Kelp Blue, questa foresta stoccherebbe un milione di tonnellate di anidride carbonica e, poiché uno dei prodotti principali delle alghe è il mangime per il bestiame, attraverso la riduzione delle emissioni di metano, può potenzialmente evitare molti più gas serra. Un ulteriore possibile vantaggio collaterale delle foreste è una crescita degli stock ittici – fino al 20% – nelle acque circostanti, dando rifugio a circa 200 specie.

Mentre aziende come Kelp Blue sembrano avere soluzioni per le sfide tecniche, il principale ostacolo che deve ancora essere superato è la mancanza di standard di sicurezza globali per i prodotti a base di alghe e la resistenza a collaborare in un settore ancora dominato da aziende relativamente piccole, che non vogliono condividere le eventuali soluzioni con i loro concorrenti.

Per superare questo problema, l’UN Global Compact ha pubblicato il seaweed manifesto, che, per portare la produzione di alghe a un livello più alto, c’è bisogno di standard concordati a livello internazionale, nuovi investimenti e di una maggiore collaborazione tra governi, scienza e industria.  Il manifesto è stato lanciato ufficialmente in un evento online a margine  dell’Assemblea generale dell’Onu, che ha riunito diversi protagonisti del settore pubblico e privato e che ha visto la partecipazione di Alexandra Cousteau, nipote del famoso esploratore oceanico Jacques Cousteau e fondatrice di Oceans 2050, una campagna e una piattaforma d’azione dedicate al ripristino della salute degli oceani nei prossimi 30 anni.

Se avrà successo, l’industria delle alghe potrebbe ritrovarsi a svolgere un ruolo molto più importante nella lotta alla crisi climatica, nel rafforzamento degli ecosistemi marini e nell’avvicinamento del mondo al successo più grande: la fine della fame.

Promuovendo la gestione efficace dell’Oceano e le normative che porteranno a una riduzione della pesca eccessiva, dell’inquinamento marino e dell’acidificazione degli oceani, il lavoro della Sustainable Ocean Business Action Platform sostiene anche l’SDG 14, l’Obiettivo di sviluppo sostenibile che promuove la vita sott’acqua. Dato che i prodotti del mare hanno un’impronta di carbonio relativamente bassa rispetto all’agricoltura terrestre, l’acquacoltura e la coltivazione di alghe hanno un ruolo positivo da svolgere nel sostenere il raggiungimento dell’SDG 13 grazie al loro impatto, sia per la potenziale capacità di sequestrare naturalmente il carbonio, sia nel ridurre il rilascio di metano da parte del bestiame, che rappresenta una parte sostanziale delle emissioni di gas serra prodotte dall’agricoltura.

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