Martedì, 07 dicembre 2021 - ore 00.43

Se la Russia umilia l’UE, e l’Europa finisce la pazienza

| Scritto da Redazione
Se la Russia umilia l’UE, e l’Europa finisce la pazienza

Mentre la polizia russa sta arrestando, e i tribunali stanno condannando decine e centinaia di attivisti, oppositori, dissidenti e comuni cittadini, l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell constata di fronte al Parlamento europeo riunito in sessione plenaria il fallimento della transizione della Russia verso la democrazia e la mette in guardia dal prendere una “china autoritaria pericolosa”.

Molti commentatori hanno giudicato la visita dell’Alto rappresentante a Mosca – la prima dal 2017 – come “fallimentare”, ma si potrebbe obiettare che è stata al contrario molto riuscita, nel senso che ha esaurito una fase infruttuosa quanto sofferta della diplomazia europea, quella in cui ha cercato di fare il possibile in una situazione impossibile.

Ora i patti sono chiari e l’inimicizia si prospetta lunga: Borrell propone agli Stati membri dell’Ue di discutere nuove sanzioni, ma soprattutto chiude l’epoca in cui l’Occidente inseguiva la Russia con auspici ed esortazioni in nome di un dialogo che avrebbe dovuto trattenere il Cremlino dalla parte giusta dei valori europei. In un discorso di una durezza senza precedenti, Borrell annuncia la “fine delle illusioni”: Mosca è ora un avversario, e il fatto che “consideri i diritti umani una minaccia esistenziale” la colloca sul lato opposto di una nuova cortina di ferro.

Il fronte Ue

Una rottura che probabilmente il capo della diplomazia europea voleva certificare sul posto, e che il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov l’ha aiutato a rendere esplicita, con l’umiliante strigliata in pubblico, seguita dall’espulsione di tre diplomatici europei colpevoli di aver seguito le manifestazioni di protesta dei sostenitori dell’oppositore russo Alexey Navalny.

La minaccia al potere di Vladimir Putin ha spinto il suo regime a estremizzare lo scontro non solo all’interno del Paese, ma anche con il resto del mondo: l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca è visto al Cremlino – giustamente – come il ritorno di un’America poco accomodante verso gli autocrati dell’Est, e i precedenti tentativi di spaccare il fronte atlantico appellandosi alle inclinazioni di realpolitik di singoli Paesi europei sono stati probabilmente ritenuti inutili.

L’atteggiamento al limite della maleducazione della diplomazia russa – la cui portavoce ha esplicitamente accusato Borrell di rispondere ai suoi “veri padroni” Oltreoceano – ha paradossalmente facilitato la nascita di un fronte molto più unito in Europa. La Germania è rimasta oltraggiata dall’espulsione di un suo diplomatico trattato dai media russi alla stregua di un agente nemico infiltrato, la repressione del dissenso scoraggia le invocazioni al dialogo tradizionali per le sinistre, mentre scene come quella della protezione civile che a San Pietroburgo blocca una strada centrale per cercare di eliminare un’enorme scritta “Navalny” tracciata nella neve che copre il fiume ghiacciato non aggiungono fasto all’immagine del leader forte di cui Putin godeva presso le destre sovraniste europee.

La tela di Navalny

I sostenitori di Navalny possono ora confidare di essersi garantiti – anche se a condizioni ancora tutte da esplorare – una delle due componenti fondamentali del loro piano: il sostegno e le pressioni dell’Occidente. Resta da capire come reagirà l’altra componente del piano, quella parte delle élite russe che di fronte alla trasformazione dell’autoritarismo elettorale di Putin in una dittatura isolazionista vede in pericolo le proprie prospettive di carriera politica e guadagno economico.

È evidente che il Cremlino – come aveva già fatto prima Aleksandr Lukashenko in Bielorussia –, a questo punto, scommetterà sui “siloviki”, la componente della forza, finora controbilanciata (sempre meno) dai tecnici moderati e pragmatici.

Un’eventuale passaggio del trono, per quanto pilotato, appare sempre meno praticabile per Putin e sempre più auspicabile per le generazioni successive di nomenclatura e imprenditori. La trasformazione della Russia in una riedizione dell’Urss di Brezhnev non è negli interessi dei russi ricchi e potenti.

Obiettivo sopravvivenza per il regime

La pressione della piazza e delle rivelazioni di Navalny era funzionale proprio a questo: alzare il livello dello scontro, ridurre gli spazi dove rifugiarsi nell’opportunismo, scuotere l’opinione pubblica e spingere il Cremlino a reagire con violenza. Che Putin non avrebbe scelto l’apertura e il dialogo era una previsione facile dopo vent’anni, ma Navalny ha costruito una situazione win-win (senza contare ovviamente il rischio personale).

Nell’improbabile ipotesi che il regime l’avesse lasciato libero almeno quanto prima dell’avvelenamento, avrebbe proseguito ad aumentare i propri spazi e a coniare il linguaggio e i codici della protesta.

Ma nella visione putiniana del mondo sarebbe stata una debolezza imperdonabile. Con l’incarcerazione dell’oppositore numero uno e il successivo giro di vite, il sistema ora si dedica quasi esclusivamente all’obiettivo della propria sopravvivenza, in uno scontro che ne consuma le forze e ne accelera il declino, ma le modalità, i tempi e le opportunità della formazione di un’opposizione interna al regime appaiono per ora incerte.

Foto di copertina EPA/Russian Foreign Affairs Ministry Handout

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