Lunedì, 29 novembre 2021 - ore 21.15

La lenta agonia dell'istruzione pubblica | Alessandro Lucia

| Scritto da Redazione
La lenta agonia dell'istruzione pubblica | Alessandro Lucia

Il 25 luglio del 1997 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro emanava il decreto 306/97, che riguarda le norme in materia di contribuzione universitaria, ovvero regolava le tasse che ogni studente deve pagare all'ateneo. L'articolo 5 comma 1 di questo regolamento prevede che la contribuzione totale che l'università può chiedere agli studenti (cioè la somma delle tasse di ognuno) non può essere superiore al 20% del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) che lo Stato mette a disposizione dell'Ateneo:

"Fatto salvo quanto disposto al comma 2 del presente articolo e all’articolo 4 la contribuzione studentesca non può eccedere il 20 per cento dell’importo del finanziamento ordinario annuale dello Stato, a valere sul fondo di cui all’articolo 5, comma 1, lettera a) e comma 3, della legge 24 dicembre 1993, n. 537."

In parole povere, quello che l'università riceve dalle tasse deve essere minore o uguale al 20% del finanziamento dato dallo Stato.

Senonché, grazie ai tagli del precedente ministro dell'istruzione Gelmini (ordinati, lo sappiamo, dalla manovra Tremonti), i finanziamenti alle università pubbliche sono calati in maniera vertiginosa, intorno al miliardo di euro negli ultimi tre anni. E, chiaramente, se il FFO scende, scenderà - per forza - anche l'importo massimo che le università possono chiedere sotto forma di contributi universitari.

Due cose sono da notare in questo passaggio:

La prima, più evidente, è che la cosiddetta "riforma" Gelmini, con il taglio dei fondi ha costretto gli atenei o ad aumentare le tasse per sopperire alla mancanza di finanziamenti - e quindi a rischiare di diventare fuorilegge - oppure a tagliare conseguentemente numerosi servizi pubblici che è tenuta ad offrire e che sono fondamentali per lo studente. E infatti, un’inchiesta dell’Unione degli Universitari ha svelato che ben 36 atenei su 61 sono caduti in questo vortice che li ha costretti ad aumentare le tasse, che già peraltro sono le più alte d’Europa, dietro solo a Gran Bretagna e Paesi Bassi, dato che dovrebbe far riflettere. Nel 2010, inoltre, l’Unione degli Universitari di Pavia ha presentato un ricorso contro l’Ateneo, reo di aver aumentato indiscriminatamente le tasse, vincendolo.

La seconda cosa, molto meno immediata da recepire, è la seguente: costringendo le università e le scuole pubbliche a barcamenarsi tra i tagli, nel contempo finanziando le università e le scuole private (cattoliche e non), si vuole attuare un progetto di smantellamento dell'istruzione pubblica, libera, accessibile, democratica e di qualità a favore di un sistema privato, classista, chiuso e destinato solo a chi può permettersi di pagare cifre astronomiche.

Ora, appare chiaro come sia insostenibile e inaccettabile una prospettiva di privatizzazione di un bene così prezioso come l’istruzione. Quelli che affermano che le scuole private formano meglio di quelle pubbliche mentono sapendo di mentire, o ignorano le miriadi di difficoltà di queste ultime, attaccate e indebolite quotidianamente da un approccio alla questione sfacciatamente ideologico delle destre liberiste. Destre che pretendono di addurre come argomento a loro favore la cosiddetta “meritocrazia” (lo stesso Profumo, attuale ministro dell’istruzione), cadendo però così in un’evidentissima contraddizione: l’unica possibilità di parlare di “merito” senza finire nella demagogia è quella di rendere tutte le scuole/università in grado di fornire un’istruzione sia di qualità che accessibile a tutti, ma è evidente che questo non è stato l’obbiettivo né della Gelmini né di Profumo se, come pare, nella prossima “Spending Review” saranno tagliati ben 200 milioni di euro alla scuola pubblica e – cosa clamorosa – destinati ad istituti privati. Sono solo voci, indiscrezioni non confermate, ma sappiamo non così inverosimili.

Istruzione accessibile a tutti e di qualità sono quindi le condizioni minime necessarie che bisogna esigere, altrimenti il merito non esiste, è solo una favoletta demagogica raccontata per prendere voti.

Alessandro Lucia

Il 25 luglio del 1997 il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro emanava il decreto 306/97, che riguarda le norme in materia di contribuzione universitaria, ovvero regolava le tasse che ogni studente deve pagare all’ateneo. L'articolo 5 comma 1 di questo regolamento prevede che la contribuzione totale che l'università può chiedere agli studenti (cioè la somma delle tasse di ognuno) non può essere superiore al 20% del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) che lo Stato mette a disposizione dell'Ateneo:

 

"Fatto salvo quanto disposto al comma 2 del presente articolo e all’articolo 4 la contribuzione studentesca non può eccedere il 20 per cento dell’importo del finanziamento ordinario annuale dello Stato, a valere sul fondo di cui all’articolo 5, comma 1, lettera a) e comma 3, della legge 24 dicembre 1993, n. 537."

 

In parole povere, quello che l'università riceve dalle tasse deve essere minore o uguale al 20% del finanziamento dato dallo Stato.

 

Senonché, grazie ai tagli del precedente ministro dell'istruzione Gelmini (ordinati, lo sappiamo, dalla manovra Tremonti), i finanziamenti alle università pubbliche sono calati in maniera vertiginosa, intorno al miliardo di euro negli ultimi tre anni. E, chiaramente, se il FFO scende, scenderà - per forza - anche l'importo massimo che le università possono chiedere sotto forma di contributi universitari.

 

Due cose sono da notare in questo passaggio:

 

La prima, più evidente, è che la cosiddetta "riforma" Gelmini, con il taglio dei fondi ha costretto gli atenei o ad aumentare le tasse per sopperire alla mancanza di finanziamenti - e quindi a rischiare di diventare fuorilegge - oppure a tagliare conseguentemente numerosi servizi pubblici che è tenuta ad offrire e che sono fondamentali per lo studente. E infatti, un’inchiesta dell’Unione degli Universitari (https://www.facebook.com/notes/udu-unione-degli-universitari/tasse-universitarie-illegali-uduchiesti-250-milioni-di-euro-in-pi%C3%B9-agli-studenti/269679576472672 ) ha svelato che ben 36 atenei su 61 sono caduti in questo vortice che li ha costretti ad aumentare le tasse, che già peraltro sono le più alte d’Europa, dietro solo a Gran Bretagna e Paesi Bassi, dato che dovrebbe far riflettere. Nel 2010, inoltre, l’Unione degli Universitari di Pavia ha presentato un ricorso (http://www.coordinamento.org/?p=220) contro l’Ateneo, reo di aver aumentato indiscriminatamente le tasse, vincendolo.

 

La seconda cosa, molto meno immediata da recepire, è la seguente: costringendo le università e le scuole pubbliche a barcamenarsi tra i tagli, nel contempo finanziando le università e le scuole private (cattoliche e non), si vuole attuare un progetto di smantellamento dell'istruzione pubblica, libera, accessibile, democratica e di qualità a favore di un sistema privato, classista, chiuso e destinato solo a chi può permettersi di pagare cifre astronomiche.

 

Ora, appare chiaro come sia insostenibile e inaccettabile una prospettiva di privatizzazione di un bene così prezioso come l’istruzione. Quelli che affermano che le scuole private formano meglio di quelle pubbliche mentono sapendo di mentire, o ignorano le miriadi di difficoltà di queste ultime, attaccate e indebolite quotidianamente da un approccio alla questione sfacciatamente ideologico delle destre liberiste. Destre che pretendono di addurre come argomento a loro favore la cosiddetta “meritocrazia” (lo stesso Profumo, attuale ministro dell’istruzione), cadendo però così in un’evidentissima contraddizione: l’unica possibilità di parlare di “merito” senza finire nella demagogia è quella di rendere tutte le scuole/università in grado di fornire un’istruzione sia di qualità che accessibile a tutti, ma è evidente che questo non è stato l’obbiettivo né della Gelmini né di Profumo se, come pare, nella prossima “Spending Review” saranno tagliati ben 200 milioni di euro alla scuola pubblica e – cosa clamorosa – destinati ad istituti privati. Sono solo voci, indiscrezioni non confermate, ma sappiamo non così inverosimili.

 

Istruzione accessibile a tutti e di qualità sono quindi le condizioni minime necessarie che bisogna esigere, altrimenti il merito non esiste, è solo una favoletta demagogica raccontata per prendere voti.

 

Alessandro Lucia

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