Sabato, 29 gennaio 2022 - ore 06.36

Ambrogio, Agostino e il destino della musica occidentale, ovvero il rapporto tra il Cristianesimo e la musica.

Il Vescovo Daniele apprezzato relatore al Rotary Club Crema

| Scritto da Redazione
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Nel giorno in cui la Chiesa ricorda la figura di Sant’Ambrogio - Patrono di Milano e di tutta la Lombardia - il Rotary Club Crema ha avuto l’onore di ospitare, in qualità di qualificato e apprezzato relatore, S.E. Mons. Daniele Gianotti, Vescovo di Crema, il quale ha incantato i soci con una relazione, di notevole spessore, incentrata, in definitiva, sul tema del rapporto tra il Cristianesimo e la musica: "come il Cristianesimo dei primi secoli ha percepito la musica, trovando in S. Ambrogio e in S. Agostino - ma anche in S. Tommaso - due figure fondamentali rispetto alla soluzione positiva di una storia non priva di difficoltà.

Se, infatti, per noi, oggi, il rapporto tra Cristianesimo e musica è scontato - abbiamo un Papa che si definisce “stonato”, mentre il Suo predecessore suonava il pianoforte, quindi si tratta di un “territorio abitato…dalla musica” -, tale relazione non è sempre stata facile. Periodicamente, sono emersi ed emergono, nella storia del Cristianesimo, sospetti, dubbi, valutazioni negative nei confronti della musica. Nell’epoca della Riforma (XVI sec.) - relativamente recente, non siamo alle origini del Cristianesimo - abbiamo una gamma completa di atteggiamenti; se il Cristianesimo luterano apprezza molto la musica - ci ha dato Bach -, il Cristianesimo di Zwingli, in parte anche dei riformatori, Calvino etc., mette completamente fuori la musica dal culto cristiano. Dietro a queste differenti visioni, c’è una situazione molto variegata.

Ci sono testi dei primi 5-6 secoli dell’era cristiana in cui il nesso molto forte che la musica aveva con il culto pagano porta gli autori cristiani a guardarla con molto sospetto e, in alcuni casi, a escluderla non solo dal culto ma da tutta la vita cristiana.

Al riguarda, per esempio, nasce un grosso problema con gli strumenti musicali, proprio in quanto molto utilizzati dal culto pagano.

Per questa ragione i cristiani sono tentati di non volerne fruire, salvo poi leggere la Bibbia, l’Antico Testamento, i salmi e scoprire che, da Davide in giù, la presenza di strumenti musicali è molto forte nei libri biblici (il salmo 150 invita a lodare Dio facendo uso di tutti gli strumenti musicali, corde, flauti, strumenti a percussione…).

Quindi, come è possibile sostenere che gli strumenti musicali sono cose pagane se sono attestati nelle Scritture?

In merito a tale problema, con cui la tradizione cristiana si è confrontata, ci sono state scelte diverse, da parte di differenti correnti liturgiche.

Ci sono esempi di canto cristiano che esclude del tutto la musica, particolarmente in seno alla tradizione bizantino-slava, quella che noi chiamiamo, semplificando, musica ‘ortodossa’. Gran parte degli autori classici russi ha composto musica sacra meravigliosa, la divina liturgia musicata soltanto per coro a cappella (si pensi a Rachmaninov ma anche a Cajkovskij…).

In Occidente è prevalsa una tradizione che ha dato più ampio spazio agli strumenti musicali. È noto che anche l’organo, fino all’Alto Medioevo, era espressamente bandito dalla liturgia perché collegato ai culti pagani (si parla di organi molto piccoli, a volte portatili). Solo più tardi, quando si è stabilizzato nelle sue caratteristiche foniche, entra a poco a poco in Chiesa, fino a diventare il re degli strumenti. In sostanza, la fede cristiana è attraversata da una sorta di tensione circa il rapporto col musicale.

Da una parte si vedono i benefici, gli aspetti positivi che la musica può portare al vissuto della fede, nella liturgia e non solo; dall’altra, resta un insieme di sospetti, reticenze, fatiche, si coglie - per così dire - anche il lato seducente della musica, che può essere bello ma anche fuorviante.

Ciò ha prodotto riflessioni anche molto interessanti da parte di autori cristiani. L’autore - in epoca patristica (V/VI sec. d.C.) - che più ha elaborato queste tensioni è Sant’Agostino, che aveva una grande affinità istintiva per il mondo dei suoni, era molto sensibile al fascino del ‘sonoro’. Agostino incontra il canto cristiano in un momento importante della Sua vita, quello della conversione. Egli arriva a Milano, per dirla con linguaggio moderno, in quanto “vincitore della cattedra di retorica” presso la corte imperiale, che ha una sede importante appunto a Milano: è ancora pagano, non battezzato. A Milano si imbatte in Ambrogio - pochissimi, in realtà, i rapporti diretti -, meglio…si imbatte nella Chiesa milanese, in ciò che Ambrogio significa per la Chiesa milanese; e, in essa, vive e sperimenta una forma di musica e di canto sacri che si rivelano, per Lui, affascinanti, seducenti. Ambrogio si era trovato a combattere, durante il Suo episcopato a Milano, con la presenza di una forte comunità cristiana segnata dall’eresia dell’arianesimo. Siccome il combattimento non era solo a livello di idee ma riguardava anche l’uso concreto di luoghi sacri, Ambrogio rivendicò l’uso di una certa basilica, che l’imperatore voleva dare agli ariani.

Ambrogio, molto semplicemente, la fece riempire dalla gente e l’occupazione andò avanti per giorni, finché l’imperatore non si decise ad attribuirla ai cattolici.

Per far passare il tempo, Ambrogio faceva cantare la gente e Lui stesso compose dei canti, i famosi inni ambrosiani. Che cosa di quelli che vengono definiti inni ambrosiani risalga davvero ad Ambrogio è difficile dire; alcuni testi sicuramente, per ciò che attiene alle musiche, alle melodie è complesso ricostruire, non essendoci annotazioni e registrazioni. Agostino, comunque, conosce questa vicenda e, proprio nel momento in cui si converte, si imbatte in questa comunità che canta e il ricordo di tutto ciò sarà per Lui decisivo. Nel libro X de ‘Le Confessioni’, Agostino fa una specie di retrospettiva delle Sue dimensioni sensibili, di come reagisce alla vista, al tatto, al gusto, all’udito, una vera e propria riflessione autobiografica, filosofica e spirituale sulla ‘sensibilità’.

Quindi, parla anche della Sua sensibilità acustica, musicale e dice chiaro e tondo che a Lui la musica e il canto piacciono e che Gli piacciono così tanto che Gli fa paura quanto Gli piacciono. Da sottolineare che, quando scrive ‘Le Confessioni’, Agostino è già Vescovo. Dice, grosso modo,…’a volte mi lascio andare alla bellezza del canto e della musica, a volte cado in un eccesso di severità e cerco di allontanare dalle orecchie mie e della Chiesa stessa tutte le melodie dei dolci canti che accompagnano i salmi di Davide, sembrandomi più sicuro il metodo, che ricordo di aver sentito attribuire al Vescovo Attanasio, il quale faceva modulare dal lettore i salmi con una voce così flebile che sembrava più un recitare che un cantare.

Quando, però, ripenso alle lacrime che versai nei primordi della mia fede ritrovata (siamo alla Pasqua del 387 e si riferisce all’ascolto degli Inni di Ambrogio) e alla commozione che mi suscita non il canto ma il testo del canto - se è cantato con voce limpida e la modulazione più appropriata -, riconosco la grande utilità di questa pratica.

Ondeggio, così, tra il rischio del piacere e l’esperienza del bene che ne deriva e, pur senza voler dare un giudizio definitivo, inclino ad approvare l’uso del canto in Chiesa, affinché il piacere dell’udito sollevi anche l’anima più fragile a una trepida devozione’.

Va ricordato che Agostino in molti testi parla di musica e di canto. Scrive anche un ‘De musica’, unica opera sopravvissuta di Agostino precedente la conversione, un lavoro incompleto sulla prosodia latina. Nelle Sue lettere e nei Suoi sermoni, spesso torna su esperienze anche musicali.

In una lettera racconta di come si cantasse non a Milano ma nella Sua comunità di Ippona, in Africa del Nord, sulla costa mediterranea; ebbene, queste comunità cantavano pochino, erano freddine, sostiene, sorprendentemente, per noi…

Quindi, il Cristianesimo è attraversato da questa tensione che Agostino sente anche come qualcosa di personale.

Ma la tradizione cristiana la risolve a favore della musica, guardando in due direzioni: - c’è un rapporto dell’uomo con Dio, una dimensione che potremmo definire affettiva, di sensibilità, di emozione…che è importante, che non può essere esclusa e che il canto e la musica possono propiziare.

L’idea che faccia parte dell’esperienza di fede anche un dato sensibile-emozionale è interessante e diventa una delle ragioni per cui la tradizione cristiana approva e valorizza la musica nella liturgia e anche in altre occasioni; - un altro dato ci riporta ad Ambrogio, con il quale abbiamo i primi esempi - negli Inni ambrosiani - di rapporto tra musica e parola, che si traduce nella ‘forma’, in una espressione musicale che ha una forma caratteristica; i primi esempi, cioè, di quella che sarà la grande traiettoria della musica cristiana e non solo.

La musica dell’epoca era ancora un ambiente vago, un continuum sonoro, senza inizio e senza fine; ora assume una forma concentrata, di inno strofico, risultato dell’intreccio tra musica e parola. Il Cristianesimo valorizza la musica principalmente - non esclusivamente - a servizio della parola, del canto.

Questo intreccio tra musica e parola, tra musica e linguaggio è la chiave di lettura fondamentale di tutto lo sviluppo della musica occidentale.

La musica occidentale si più leggere e comprendere come il tentativo della musica di accedere al linguaggio, di diventare linguaggio: da ambiente sonoro generale, diventare realtà comunicante, comunicativa. Ciò scaturisce dall’incrocio tra musica e parola, che avviene grazie al Cristianesimo e che determina tutto lo sviluppo della musica occidentale, compresa la musica occidentale strumentale, caratterizzata dalla tensione a diventare linguaggio sonoro.

È esattamente questo il portato della tradizione cristiana. Anche se la tradizione musicale cristiana non si limita al canto, conosce anche un’altra esperienza - e Agostino lo riferisce -, quella dello ‘Iubilus’, ovvero il momento in cui la parola articolata, poetica, quella dei salmi, dei canti biblici, degli inni, non basta più e la voce - e dietro la stessa lo spirito - si effonde in un canto che è senza parole, che potremmo accostare al nostro fischiettare o canticchiare melodie; il suono, cioè, quando le parole non bastano più, finisce per dire più delle parole…

È, per Agostino, il momento in cui si realizza l’effusione più alta dello spirito, quando, cioè, la sola musica strumentale contiene l’esperienza del culto che si sta celebrando.

Per questo la tradizione musicale cristiana conosce anche l’uso autonomo degli strumenti musicali (si pensi alla toccata per organo). In conclusione, vi è un contributo importante che la tradizione cristiana ha dato a tutta la nostra tradizione musicale e quelli di Ambrogio e Agostino sono, al riguardo, due nomi significativi".

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