Giovedì, 29 settembre 2022 - ore 04.28

Database condivisi per rintracciare l’identità dei migranti morti nel Mediterraneo

| Scritto da Redazione
Database condivisi per rintracciare l’identità dei migranti morti nel Mediterraneo

È ancora possibile dare un nome e un cognome a migliaia di cadaveri di migranti morti nel Mediterraneo e sepolti nei cimiteri europei senza riferimenti anagrafici. Un messaggio consegnato, nei giorni scorsi, al Parlamento Europeo da Cristina Cattaneo, una delle scienziate forensi più riconosciute a livello internazionale, professoressa di medicina legale e antropologia all'Università di Milano e componente del direttivo della Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni.

Al centro dell’audizione, la proposta di avviare un progetto di collaborazione tramite la condivisione delle banche dati europee dei morti senza nome nel Mediterraneo e la creazione di strutture dedicate alle interviste dei parenti degli scomparsi che potranno fornire informazioni determinanti nell’identificazione.

Le esperienze italiane hanno dimostrato che una gestione condivisa delle informazioni relative ai dati raccolti dai medici legali nella prassi operativa dell’identificazione cadaverica e un coinvolgimento diretto delle famiglie, intercettate attraverso una rete di collaborazione di organizzazioni non governative e di ambasciate, consentono di ottenere ottimi risultati. La comune prassi operativa medico legale per l’identificazione cadaverica, infatti, prevede il confronto tra i dati raccolti in seguito alla morte – i cosiddetti postmortem – e l'acquisizione di informazioni relative al periodo di vita del soggetto – i cosiddetti antemortem – per avere maggiori possibilità di poter dare un nome e un cognome al cadavere.

UN DIRITTO NEGATO A MIGLIAIA DI FAMIGLIE

Nel corso dell’ultimo decennio, il riconoscimento del diritto all’identità, sancito e tutelato da molteplici contesti normativi, eppure ancora largamente disatteso, è stato al centro dell’attività della professoressa Cattaneo.

All'inizio del suo intervento, la docente ha sintetizzato i passaggi più significativi di un impegno che deve essere un obbligo per i Paesi europei: “l’identificazione dei morti è un fattore determinante per la dignità dei defunti e delle famiglie, ma è anche fondamentale dal punto di vista legale. Senza il certificato di morte, ad esempio, permane l’impossibilità per gli orfani di ricongiungersi ai parenti ancora in vita. L’identificazione, inoltre, riguarda anche la salute mentale dei vivi, che sono ancora alla ricerca dei loro familiari scomparsi”. L’impossibilità di determinare con certezza la scomparsa di un caro può condurre anche a sindromi depressive. “L’identificazione – ha sottolineato – è anche un diritto alla salute”.

“In questo periodo, stiamo affrontando la più grande catastrofe umanitaria del nostro tempo che è la migrazione. Dagli anni duemila, ci sono stati circa 40 mila morti nel Mediterraneo e una parte consistente rimane tuttora senza identificazione”. La responsabilità di questi volti senza identità impone una riflessione all’Europa, visto che, ad oggi, “non è stato attivato nessun sistema europeo di identificazione, a parte qualche sporadico tentativo di organizzazioni non governative (ONG), di gruppi isolati di equipe universitarie o tramite stanziamenti limitati dei singoli governi”.

I DUE STUDI PILOTA ITALIANI

Le modalità per operare esistono e sono già state sperimentate in Italia, grazie alla collaborazione tra l’Università di Milano e l’Ufficio del Commissario Straordinario per le Persone Scomparse del Ministero dell’Interno: nel corso di oltre 6 anni, l’analisi delle relazioni disposte dai vari Pubblici Ministeri ha consentito di raccogliere i dati di oltre 2000 cadaveri derivanti da 68 naufragi nel Mediterraneo.

Tra questi, sono state selezionate, per lo studio pilota denominato “Lampedusa”, 400 vittime dei naufragi del 3 e 10 ottobre del 2013 ancora non identificate e con significativi dati postmortem.

In seguito a un appello lanciato a livello europeo per pubblicizzare un appuntamento relativo alla raccolta di dati antemortem da parte dei potenziali parenti, si sono presentate 100 famiglie e, nel 50% dei casi, è stato possibile ottenere un certificato di morte.

Il secondo progetto pilota, chiamato “Catania-Melilli”, ha riguardato 582 cadaveri decomposti e oltre 30000 resti scheletrici comminuti del naufragio del 18 aprile 2015.

La raccolta dei dati postmortem ha coinvolto una equipe multidisciplinare composta da patologi forensi, antropologi e odontoiatri forensi volontari di 13 sedi universitarie italiane. L’attività identificativa è tuttora in corso, anche se la richiesta di colloqui per la comunicazione di dati antemortem da parte di oltre 400 famiglie testimonia la forte esigenza connessa al diritto all’identità per questi cadaveri.

Il futuro delle identità di migliaia di persone dipenderà dall'Europa. “Sottolineo – ha aggiunto Cattaneo – che questa attività dovrà svolgersi sotto l’egida dei governi, in quanto comporta scambi di informazioni tra Ministeri e rilascio di atti amministrativi”.

Quattro i passaggi essenziali: istituire un database in ogni Stato europeo dove raccogliere tutte le informazioni su cadaveri senza nome e migranti scomparsi; istituire in ogni nazione almeno un hub per intervistare le famiglie dei migranti scomparsi e catalogare i dati antemortem; nominare un manager europeo per le persone scomparse; rendere obbligatorie la raccolta e condivisione dei dati antemortem e postmortem tra gli stati UE. (aise) 

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