Venerdì, 05 marzo 2021 - ore 11.08

Chi ha attaccato il nuovo governo dello Yemen? Razzi colpiscono l’aeroporto e il palazzo del governo di Aden

Il nuovo governo di coalizione yemenita accolto dal lancio di missili, numerose vittime. Lo Yemen sprofonda da 5 anni nel pantano della guerra saudita

| Scritto da Redazione
Chi ha attaccato il nuovo governo dello Yemen? Razzi colpiscono l’aeroporto e il palazzo del governo di Aden

Secondo la radio internazionale iraniana IRIB, «La coalizione militare a guida saudita, ha bombardato l’aeroporto internazionale di Sana’a e molti altri punti nella capitale yemenita. Finora non sono state segnalate vittime o danni».

Il bombardamento sembra una rappresagli contro i due clamorosi attacchi avvenuti ieri, prima all’aeroporto internazionale di Aden e poi al Parlamento del nuovo governo di coalizione yemenita che riunisce dopo una lunga trattativa il governo riconosciuto internazionalmente e sostenuto dall’intervento armato della coalizione sunnita a guida saudita e gli indipendentisti sud-yemeniti che sono sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti (a loro volta alleati scomodi dei sauditi).

Ieri una fortissima esplosione, che poi si è capito che era stata causata da un razzo Katiuscia, ha devastato l’aeroporto internazionale di Aden poco dopo che era atterrato un are reo con a bordo i ministri del nuovo governo yemenita. Secondo i corrispondenti di Sky News Arabia  e dell’AFP che erano presenti sul posto, i razzi che hanno colpito l’aeroporto sarebbero stati due: uno caduto sulla pista, mentre l’altro ha centrato il terminal.  Il ministero della salute yemenita ha comunicato che nell’attacco all’aeroporto di Aden ci sarebbero stati 26 moti e  una sessantina di feriti, altre fonti parlano di 27 – 30 morti. La Mezza Luna Rossa dello Yemen dice che  è morto un suo operatore, 2 risultano dispersi e uno è ferito gravemente.

Va detto che dalle immagini che sono giunte da Aden la folla innalza soprattutto le bandiere rosse, bianco e nere con il triangolo azzurro e la stella rossa della ex Repubblica popolare comunista del Sud Yemen – diventata il simbolo degli indipendentisti – e che non si vedono le bandiere senza stella e triangolo azzurro del governo teoricamente in carica.

I ministri appena scesi dall’aereo sono stati p trasportati urgentemente nel palazzo presidenziale nel centro di Aden per metterli al sicuro, ma anche lì è arrivato poco dopo un missile o forse un drone che ha colpito l’edificio. Vista la dinamica dei fatti non è detto che i due attacchi siano da attribuirsi alle forze fedeli agli Houthi sciiti che controllano il nord del Paese, potrebbero essere anche stati opera di Al Qaeda nello Yemen o di qualche fazione ribelle degli indipendentisti o del governo precedente.

Comunque il nuovo ministro dell’informazione  yemenita, Muammar al-Eryani, ha subito scritto su Twitter che «Il codardo attacco terrorista è stato attuato dalla milizia Houthi sostenuta dall’Iran». Anche il presidente yemenita Abd Rabbuh Mansur al Hadi, comodamente rifugiato nella capitale sauidita Riyadh dopo essere stato cacciato dal potere a Sana’a,  ha accusato le milizie Houthi, ma ha citato anche altri non meglio identificati «Gruppi terroristici estremisti«, assicurando che «Questi attacchi non dissuaderanno il governo legittimo dall’esercitare le sue funzioni dalla capitale temporanea. Aden».

Ma uno dei leader del governo di  Sana’a, Mohammad al-Bakhiti, ha subito dichiarato che  il movimento sciita Ansar Allah  «Non ha nulla a che fare con l’attacco all’aeroporto di Aden. Sono stati il ​​risultato del regolamento dei conti tra diversi gruppi nelle forze governative». E di solito gli Houthi rivendicano gli attacchi, soprattutto se sono clamorosi come questo.

Il governo che ha subito i due attacchi missilistici è quello nati dalla mediazione messa in atto a dicembre dall’Arabia saudita in base all’accordo trovato nel novembre 2019 tra  il precedente governo e il Southern Transitional Council  che riunisce le forze indipendentiste sudyemenite che erano riuscite a impadronirsi della capitale Aden. Secondo l’accordo raggiunto il 26 dicembre a Riyadh, indipendentisti e lealisti hanno dato vita a un governo di coalizione anti-Houthi che ha prestato giuramento nelle mani del presidente Abd Rabbuh Mansur al Hadi, che però invece che tornare in patria ha preferito restarsene al sicuro nel suo dorato esilio saudita.

In precedenza, il portavoce del governo aveva confermato che la scelta di tornare ad Aden  – rimasta nelle mani degli indipendentisti e della coalizione a guida saudita – rientra nel quadro dell’Accordo di Riyadh, sottolineando «La necessità di concentrare gli sforzi sul lato economico e militare per affrontare la milizia Houthi« . Il 18 dicembre era stato emanato un “decreto repubblicano” per formare un nuovo governo yemenita e nominare i suoi membri.

Secondo una dichiarazione pubblicata dalla Yemeni News Agency, «La decisione di formare il governo è arrivata dopo aver esaminato la Costituzione della Repubblica dello Yemen, l’iniziativa del Consiglio di cooperazione del Golfo, i risultati del dialogo nazionale globale e l’accordo di Riyadh».

Tanto per far capire chi comanda davvero, il nuovo premier Maeen Abdul Malik ha detto: «Abbiamo grande fiducia nel sincero sostegno fraterno dei nostri fratelli nel Regno (l’Arabia saudita, ndr) e nei Paesi della coalizione che sostengono la legittimità. Il governo nominato  deve affrontare responsabilità storiche e compiti urgenti e ardui che richiedono un lavoro serio e risoluto, un’ampia visione nazionale, un programma politico ed economico chiaro e solido e una solida volontà di portare a compimento l’annullamento del colpo di Stato, ripristinare lo Stato e la stabilità, costruire istituzioni, sviluppare risorse, affrontare la corruzione e migliorare i servizi».

Ma che la vita di questo governo di coalizione imposto dai sauditi non sarà facile lo dicono non solo le bandiere indipendentiste sud-yemenite che sventolavano all’aeroporto prima dell’attacco missilistico ma anche il successivo attacco portato al cuore del potere yemenita, il palazzo del governo Maashik ad Aden, dove si erano rifugiati i terrorizzati ministri del nuovo governo.

Il segretario generale dell’Onu, António Guterre ha condannato «Il deplorevole attacco all’aeroporto di Aden subito dopo l’arrivo del gabinetto yemenita di recente formazione, che ha ucciso e ferito decine di persone. Estende le sue più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime, nonché al popolo e al governo dello Yemen. Augura una pronta guarigione ai feriti».  Guterres, con una velata critica alla politica saudita,  ha ribadito «Il fermo impegno delle Nazioni Unite a sostenere gli sforzi per riprendere un processo politico a guida yemenita e appartenente ai yemeniti per raggiungere una soluzione negoziata inclusiva del conflitto».

L’attacco all’aeroporto e al palazzo del governo di Aden arriva dopo un periodo di relativa calma e mesi di trattative finalizzate alla conclusione di un accordo di pace, mediato dall’Ufficio dell’Inviato Speciale dell’Onu nello Yemen, Martin Griffiths, che ha dichiarato: «Condanno fermamente l’attacco all’aeroporto di Aden all’arrivo del governo e l’uccisione e il ferimento di molti civili innocenti. Le mie più sincere condoglianze e solidarietà a tutti coloro che hanno perso i propri cari. Auguro al governo la forza di affrontare i difficili compiti che ci attendono. Questo atto di una violenza inaccettabile è un tragico promemoria dell’importanza di riportare lo Yemen con urgenza sulla via della pace».

In questi 5 anni di guerra assurda e crudele, lo Yemen, già poverissimo, è diventato la nazione più povera del mondo arabo e forse del mondo. Secondo i dati diffusi dall’United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs all’inizio di dicembre, più di 230.000 yemeniti sono morti a causa della guerra, la maggior parte – circa 131.000 – per cause indirette come la mancanza di cibo, servizi sanitari e infrastrutture. Sono stati uccisi oltre 3.000 bambini e nei primi 9 mesi del 2020 sono state riportate ufficialmente 1.500 vittime civili.

Purtroppo, il 2020 si conclude confermando che quella che l’Onu ha definito «La più grande crisi umanitaria del mondo», quella che secondo i sauditi doveva essere una guerra lampo che avrebbe spazzato via gli Houthi, è destinata a durare ancora a lungo e continuerà a uccidere migliaia di donne, bambini e persone innocenti che vorrebbero la pace e non continuare a sprofondare in questo sanguinoso pantano, fatto di scontri settari, odi tribali, pulsioni indipendentiste e interessi geopolitici ed energetici tanto inconfessabili quanto evidenti.

267 visite
Petizioni online
Sondaggi online

Articoli della stessa categoria