Mercoledì, 25 maggio 2022 - ore 03.10

Gli italiani all’estero parte del Sistema Paese per l’internazionalizzazione

| Scritto da Redazione
Gli italiani all’estero parte del Sistema Paese per l’internazionalizzazione

Le comunità degli italiani nel mondo come parte attiva del Sistema Italia all’interno del processo di internazionalizzazione del Paese, della sua economia, della sua cultura. È la spinta da più parti emersa questa mattina nel corso della prima delle tre tavole rotonde della IV Assemblea Plenaria della Conferenza Permanente Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE, che si è aperta ieri a Roma.

Moderata dal giornalista di RaiNews24 Oliviero Bergamini, la tavola rotonda “Internazionalizzazione e Sistema Paese” ha visto gli interventi di tutte le parti coinvolte nella Conferenza permanente, a partire dal governo con il ministro del Turismo Massimo Garavaglia, la cui riflessione è partita dalle recenti restrizioni di viaggio per chi dall’estero entri in Italia, compresi i tanti Italiani all’estero che torneranno a casa per le festività natalizie.

“È un periodo molto complicato”, ha esordito Garavaglia, per il quale però “il problema non è nella misura in sé, quanto nella sua programmazione” e nella capacità di comunicare eventuali decisioni “in tempo utile” e “in modo sereno”. Il ministro ha lamentato una “comunicazione ossessiva” sul Covid. “Non si comunica mai quello che c’è di positivo e questo sta danneggiando il settore turistico”. L’Italia rispetto alla maggior parte dei Paesi “sta benissimo”, ma la percezione all’estero è diversa, con conseguenze gravi su un sistema già di per sé “fragile”. Per Garavaglia dunque “c’è bisogno di serenità e di organizzazione”. Questo anche per accorciare il gap esiste tra “l’enorme desiderio di Italia” nel mondo e la reale capacità di attrazione dei turisti nel nostro Paese. Secondo il ministro occorre puntare soprattutto su quel patrimonio che ancora non è stato messo “a reddito”, semplicemente perché non è conosciuto. In questo senso gli italiani all’estero rappresentano una grossa opportunità: se infatti la maggior parte degli stranieri che vengono in Italia scelgono di visitare città come Roma e Venezia, le radici cui sono legati i connazionali all’estero consentono di “riscoprire quell’Italia minore che è minore solo perché è meno conosciuta”. In che modo? Organizzandosi e puntando sulla promozione e sul marketing digitali. Il Ministero ha avviato la ristrutturazione del portale Italia.it con due obiettivi: da un lato, “avere dati aggiornati in tempo reale” e, dall’altro, creare una sinergia con i territori per cui al Ministero spetterà il ruolo di “hub nazionale” della promozione turistica, di costruzione di una “grande cornice” che “i singoli territori dovranno riempire di contenuti a carattere territoriale e tematico”. L’intento è quello di evitare una dispersione degli interventi che in passato è stata da imputare alla mancanza di un Ministero ad hoc. Ora il Ministero c’è e, ha ricordato Garavaglia, il “contatto costante e strutturato con le regioni” è assicurato dal Titolo V della nostra Costituzione. La collaborazione con gli assessori regionali al turismo è stata avviata. Resta da chiamare in causa gli Italiani all’estero, che, certo, sono un “veicolo da utilizzare” ma, ha concluso il ministro, “dobbiamo smettere di dirlo e iniziare a farlo”.

In collegamento da remoto è intervenuta oggi anche la sottosegretaria del ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, Daria Nesci, che si è detta “consapevole” del ruolo che le collettività all’estero possono svolgere per l’internazionalizzazione del sistema produttivo. Prima però occorre “ribaltare la visione del sud fin qui affermata”. L’ambizione del Ministero è quella di “rovesciare l’immagine della locomotiva nord che traina un pesante mezzogiorno”, che non è più solo un “territorio da risarcire”, non è più una “periferia”, ma un “punta avanzata che vuole competere ad armi pari con l’Italia e con l’Europa” diventando “luogo di attrazione di investimenti e innovazione”. Per far ciò serve in primo luogo “promuovere nuovi collegamenti fisici e digitali”. Oggi il mezzogiorno è infatti difficile da raggiungere per persone merci e imprese: ecco perché il 53% dei fondi del PNRR destinati alle infrastrutture della mobilità sarà destinato al mezzogiorno: si parla di 21 miliardi di euro sui circa 38 totali. Nel “disegno per il sud” del governo c’è anche l’idea di rilanciare le ZES, ovvero le Zone Economiche Speciali, per “rendere queste aree accessibili e convenienti per gli investitori” ed “emancipare il meridione”. Un’altra “asse d’azione” è il potenziamento dei servizi pubblici per i cittadini, insieme con quello delle “competenze digitali” delle imprese per il “consolidamento dei processi di penetrazione ed esportazione nei mercati esteri”. Il Ministero ha predisposto un protocollo che individuerà i progetti di internazionalizzazione delle aziende del sud, coinvolgendo le professionalità degli italiani all’estero: il sottosegretario Nesci ha ipotizzato un “canale di comunicazione” come un “forum imprenditoriale degli italiani all’estero” per presentare diverse offerte a seconda dei Paesi di residenza. Il Ministero, insomma, intende sfruttare “le competenze e la passione dei nostri connazionali per promuovere un’idea del sud in cui crediamo”, ha aggiunto Nesci, per la quale questa collaborazione è iniziata già con l’Assemblea odierna, nella speranza che “contesti di dialogo” di come questo diventino “costanti” e “permanenti”.

Il contributo del parlamento alla discussione è stato affidato a Vito Petrocelli, presidente della Commissione Esteri del Senato, il quale ha subito puntualizzato: se si parla di cooperazione, quella tra parlamento e comunità all’estero è in essere ormai da anni. Questo però non ha un riflesso nelle politiche attive del Paese. “Da tempo si chiede ai concittadini italiani all’estero di essere ambasciatori del Made in Italy. una richiesta forte, che implica azioni concrete”, che però non si riescono a mettere in atto. Certo, ha proseguito Petrocelli, il trasferimento di alcune competenze dal Mise al Maeci ha generato una nuova “progettualità” e ha consentito di “coordinare meglio alcune azione prima disperse”; non tutto però può essere accentrato: “è impensabile sottrarre risorse e competenze a MiC o al Ministero del Turismo”. Al parlamento spetta allora il ruolo di “coordinamento tra le comunità e la rappresentanza governativa”. Petrocelli si è detto “orgoglioso” del lavoro portato avanti in questi tre anni e mezzo di legislatura con i suoi colleghi della Commissione Esteri: far conoscere ai parlamentare eletti in Italia “caratteristiche, esigenze, proposte, sogni e progettualità” di tutte le comunità italiane nel mondo. “Porteremo avanti questo lavoro con il nuovo Cgie”, ha assicurato il senatore, “nella consapevolezza che possiamo essere il vero legame tra chi vive e lavora all’estero e la rappresentanza di governo che nel ministro degli Esteri ha il presidente del Cgie stesso”.

A portare la voce del Cgie e degli italiani all’estero è stato il consigliere Manfredi Nulli, la cui riflessione è partita dai documenti preparatori alla Conferenza Permanente: internazionalizzazione, cooperazione e turismo. Il legante: la volontà degli italiani all’estero di “essere parte del sistema”. Sinora, “nei fatti”, anche se si parla di loro come “ambasciatori” dell’Italia, i connazionali all’estero sono stati relegati al ruolo di “soggetti passivi” e non attivi nella creazione di quel soft power di cui tanto si parla. Al contrario, se inseriti in quella rete di Ambasciate, uffici Ice, Camere di Commercio… che intende fare sistema, gli italiani all’estero e il mondo dell’associazionismo – anche quello professionale di recente nascita – potrebbe diventare un assett strategico per l’internazionalizzazione del Paese. Quanto alla cooperazione internazionale, Nulli ha rilanciato la proposta avanzata ieri da Enzo Bianco: l’Italia è tra i primi sette al mondo per gli aiuti allo sviluppo, con uno stanziamento annuo nella cooperazione internazionale di 5 miliardi di euro. “Perché non mettere come criterio di scelta per i Paesi che beneficiano di questi aiuti il numero degli italiani che vivono in quei Paesi?” E “perché non far entrare il Cgie nel Consiglio nazionale per la cooperazione allo sviluppo?”. Infine il turismo, in particolare il turismo delle radici che negli italiani all’estero – non solo i 6,5 milioni di iscritti Aire, ma anche i 60/ 80 milioni di discendenti italiani – può trovare un “potenziale enorme”, magari creando delle “campagne dedicate” che guardino alle “diverse sfaccettature”, anche geografiche, della platea di connazionali.

Dal Cgie alle Regioni con il presidente del Molise, Donato Toma. “Il Molise ha un duplicato all’estero”, dove i corregionali “mantengono valori e tradizioni” come e più che in Italia, ha detto. Parlando di turismo, il presidente Toma ha riferito che la Regione ha registrato un “exploit pazzesco”, dovuto anche alla presenza di un Consiglio dei molisani nel mondo “che fa un gran lavoro nel mantenere le radici” e “i legami” con i connazionali all’estero e dunque con il mondo. L’attenzione ai corregionali stimola però anche le loro “istanze” e bisogna essere “pronti ad accoglierle”. all’interno del processo Din internazionalizzazione della Regione, ha proseguito Toma, “i molisani all’estero sono i nostri infiltrati: noi serviamo a loro per mantenere i legami con le proprie radici e loro servono a noi perché l’italianità si è diffusa soprattutto con l’emigrazione”; ma non si può pensare di fidelizzare soltanto i corregionali all’estero, bensì anche quelli con cui gli italiani all’estero hanno contatti. “Si può essere italiani all’estero non solo per nascita, ma perché si abbraccia la nostra cultura, la si pratica”. Ecco allora l’importanza del soft power, una sorta di “propaganda” che crei terreno fertile per l’internazionalizzazione delle nostre imprese. Il 13 dicembre si è riunita a Roma la Cabina dei regia per l’internazionalizzazione, durante la quale le Regioni hanno chiesto ai Ministeri degli Esteri, dell’Economia e del Turismo di non essere considerate “solo veicolo informativo sul territorio, ma costruttori di strategie insieme al governo”, entrando a far parte di quella “governance multi level” in cui “ognuno nel proprio perimetro attua ciò che viene programmato a livello centrale”. Insomma, ha chiosato Toma, “vorremmo essere più presenti nelle fasi operative”.

Della Cabina di Regia ha parlato anche Stefano Nicoletti, vice direttore centrale per l’Internazionalizzazione della Farnesina, intervenuto sul terreno della diplomazia economica a sostegno delle aziende italiane. A chi accusa l’Italia di non avere una strategia, Nicoletti ha risposto che “questo era vero dieci anni fa”, ma non oggi che la Cabina di Regia, “attraverso un lavoro costante” e di collaborazione, è in grado di presentare ogni anno un “documento pubblico che condensa l’approccio di sistema condiviso con altri Ministeri, Regioni, con il sistema bancario attraverso l’ABI, con il sistema cooperativo e Confindustria”. Oggi esistono delle “linee portanti e strategiche dell’azione di sistema nei mercati esteri”, ha ribadito Nicoletti, che ha invitato il Cgie: “leggetele e presentate le vostre progettualità alle nostre Ambasciate”. Nicoletti ha portato anche la positiva esperienza del Patto per l’Export, che la Farnesina ha ideato e avviato pochi mesi dopo aver avuto in eredità le competenze sull’internazionalizzazione e il commercio estero, nell’ottica di “razionalizzare la presenza del Sistema Italia all’estero”. Il Patto è stato anche la risposta del Ministero alla “crisi sistemica globale” dovuta alla pandemia: “quando Italia era ferma”, sono stati riuniti “dodici tavoli settoriali virtuali per consultare 160 associazioni di categoria” sino ad ottenere un “patto” fondato su sei pilastri: comunicazione, formazione, e-commerce, sistema fieristico, finanza agevolata e promozione integrata. “Su ogni pilastro si fonda una gamma di progettualità per essere presenti e accompagnare le nostre imprese, quelle grandi e quelle medio-piccole, sui mercati internazionali”. Di recente il Maeci ha lanciato anche la campagna di nation branding “BeIt”, la prima interamente digitale partita in 20 Paesi target con lo scopo di accompagnare le nostre imprese con una comunicazione adeguata e snella. Questo anche riducendo lo “iato di percezione” esistente “fra le eccellenze reali del nostro sistema produttivo e quello che è l’immaginario collettivo dell’Italia all’estero”, perché l’Italia non è solo moda, cucina e design, ma anche meccanica strumentale, che è il primo settore per l’export italiano nel mondo, farmaceutica, siamo il secondo produttore in Europa, yacht, primi produttori al mondo, restauro, cantieristica, aerospaziale…

Con la Farnesina collabora da tempo Federico Cinquepalmi, dirigente dell’Ufficio Internazionale Formazione Superiore del MUR, che ha illustrato l’ultimo progetto realizzato dai due dicasteri. Si tratta di Universitaly, una nuova piattaforma on line congiunta per promuovere e gestire la mobilità degli studenti internazionali verso l’Italia, sia da punto di vista informativo sia per facilitare i ragazzi a livello operativo. Ciò nella convinzione che, in un mondo globalizzato, non servano “strategie per invertire la diaspora”, quanto piuttosto rendere la mobilità circolare e le competenze di ricercatori e scienziati un “valore aggiunto” per il sistema della formazione nazionale. Il progetto pilota di Universitaly è partito nel giugno 2020 e, nonostante la pandemia, i numeri sono già “impressionanti” grazie alla didattica a distanza. Crescono gli studenti interessati a venire in Italia, cui la piattaforma offre la possibilità, nel rispetto della provacy, di creare uno spazio personale nel quale caricare informazioni personali, dati certificazioni, passaporto,… “Il paesaggio successivo sarà la loro profilatura”, per presentare “offerte mirate di natura accademica” sino ad “intercettare tutta la mobilità Erasmus”. Il progetto riguarda non solo le università, ma anche le tante istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica presenti in Italia e che più delle stesse università attraggono gli studenti stranieri.

Ha chiuso la tavola rotonda l’appassionato intervento di Loredana Capone, presidente del Consiglio regionale della Puglia, che ha invitato a interrogarsi su “quale sia l’immagine dell’Italia che troviamo altrove”. La risposta “ce la possono dare gli italiani nel mondo perché la vivono e contribuiscono a crearla”; per questa ragione “il rapporto con loro non può essere solo passivo”. La Puglia ha scelto di dar loro spazio, rendendoli “protagonisti del cambiamento”. La regione ha infatti pubblicati dei “bandi per promuovere le loro progettualità, finanziandone l’attuazione. Ciò ha aiutato la Puglia a crescere sia sotto il profilo dell’attrazione degli investimenti sia sotto il profilo del turismo”. Alla base, ha continuato Capone, c’è stata la costruzione di “un piano strategico che ci ha molto aiutato”. In Italia, ha osservato Capone, si fa “difficoltà a pianificare. I piani invece sono fondamentali, si possono condividere, stabiliscono delle linee direttrici chiare e condivise verso cui tutti gli stakeholder possono dirigersi” e consentono di “individuare criticità, misure e obiettivi e condividerli”. La presidente Capone ha lamentato la presenza “nel nostro Paese di sacche di non conoscenza, dovute alla scarsa condivisione” e comunicazione dal centro verso i territori, come anche di una “scarsa digitalizzazione delle imprese”. Inoltre l’Italia ancora non punta su quelle risorse fondamentali, pure indicate dalle tre direttrici del programma NextGeneration EU per i fondi al PNRR, che sono giovani, donne e coesione territoriale. “Quanto le donne siano presenti nel management italiano lo vedete da questo tavolo”, ha osservato Capone, che, sebbene nel “rispetto pieno per color che sono intervenuti”, ha invitato a “cambiare prospettiva” e sanare questo gap, pena rimanere fermi ad una “immagine storica” dell’Italia in cui “il passato prevale sul presente, ma soprattutto prevale sul futuro, perché il futuro si costruisce nel presente”. E ancora: “diamo fiducia ai giovani, altrimenti se ne andranno ancora una volta e non perché non siano bravi, ma perché altri avranno investito su di loro meglio di come facciamo noi”. E allora addio “coesione territoriale”, perché l’emigrazione dei nostri giovani non riguarda più solo il sud, ma anche nord Italia. Occorre interrogarsi sul “declino che stiamo prendendo” e capire che “per promuovere qualcosa bisogna crederci”. Crediamo agli italiani, in Italia e all’estero.

(r.aronica\aise)

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