Martedì, 17 settembre 2019 - ore 23.07

Il colore dei soldi è quello del petrolio

Mentre la battaglia di Greta Thunberg raggiunge sempre più persone nel mondo, scopriamo che le major del petrolio si oppongono alla lotta ai cambiamenti climatici

| Scritto da Redazione
Il colore dei soldi è quello del petrolio

L’accordo di Parigi sul contenimento dell’innalzamento della temperatura media del pianeta è stato siglato nel 2015. In teoria, in seguito a tale accordo avremmo dovuto assistere ad un processo di riconversione dell’economia attuato con l’impegno di tutti (governi, imprese, cittadini), in vista di un necessario abbandono delle fonti fossili di energia. Ma così non è stato, perché i colossi dell’energia, a fronte di qualche intervento di facciata, sono andati avanti a difendere il loro business, incuranti degli effetti a medio-lungo termine. E lo hanno fatto anche investendo per contrastare le campagne ambientaliste.

L’ONG InfluenceMap ha stilato un rapporto nel quale vengono evidenziate le attività di lobbying anti-ecologica delle più importanti società petrolifere, a partire dal 2015. E’ stato calcolato che, ogni anno, vengono spesi circa 200 milioni di dollari per contrastare le politiche di mitigazione del cambiamento climatico: sul podio di questa classifica nera troviamo la BP (53 milioni l’anno), seguita da Shell e ExxonMobil. Appena giù dal podio, troviamo la Total.

Complessivamente, dalla stipula degli accordi di Parigi è stato speso circa un miliardo di dollari, per fare pressioni sui media e sui parlamentari, al fine di ottenere modifiche legislative favorevoli agli interessi delle società del comparto.

A questa pessima notizia si aggiunge anche un altro fatto: le grandi banche internazionali continuano a finanziare pesantemente il settore delle fonti fossili. Secondo il rapporto “Banking on Climate Change”, nel periodo 2016-2018 i 33 principali istituti di credito mondiali hanno finanziato il settore con circa 1900 miliardi di dollari. La parte del leone l’hanno fatta gli istituti statunitensi, ma anche l’Italia, con Unicredit, ha fatto la sua parte.

C’è poi una notizia positiva, seppur parziale: alcune società del settore energetico hanno abbandonato le proprie associazioni di categoria perché hanno approcci troppo retrogradi sulla questione dei cambiamenti climatici. Probabilmente alcuni investitori, che iniziano a chiedere passi più decisi in difesa del clima, stanno portando queste aziende ad una prima revisione dei propri modelli di business (che al momento sono ancora pesantemente legati al fossile, si veda ad esempio la stessa Shell), ma per poter osservare un cambiamento reale probabilmente si dovrà aspettare ancora a lungo.

Di tempo, però, ne abbiamo troppo poco.

- Barbara Gamba -

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