Lunedì, 24 febbraio 2020 - ore 11.34

Il dolore dei genitori, la forza dei bambini

La concezione che hanno gli "occidentali" del rapporto fra genitori e figli nei paesi meno "fortunati" è satura di pregiudizi

| Scritto da Redazione
Il dolore dei genitori, la forza dei bambini

Facciamo un passo indietro

Qualche anno fa, in piena emergenza sbarchi sulle nostre coste (si parlava di oltre 150000 arrivi l'anno, non di circa 10000 come adesso), mentre viaggiavo sul treno ho intercettato un discorso fra due donne che mi ha lasciato parecchio basita e che mi ha fatto pensare. La discussione era incentrata sui minori non accompagnati, tema di cui si cominciava timidamente a parlare.

Le due signore si chiedevano come potessero delle mamme lasciar partire soli i loro bambini, abbandonandoli al loro destino. “Mio figlio ha 15 anni”, ha detto una di loro, “non se la sa cavare e non lo lascio mica andare in giro da solo, con i pericoli che ci sono”.

Io sono rimasta di sale, e non tanto perché quando ero bambina i compagni che non venivano a scuola da soli (alle elementari) venivano presi in giro... Mi ha lasciato molto perplessa la visione del mondo basata esclusivamente sul proprio vissuto, su un modello di vita che è di una piccola parte del mondo, non di tutti, ma che viene considerato uno “standard" su cui basare la comprensione di un mondo nel quale possibilità e diritti cambiano con latitudine e longitudine, sulla base del Pil, del grado di scolarizzazione, delle risorse presenti sul territorio e di chi ha i mezzi per sfruttarle, del livello di democrazia e di corruzione e di una miriade di altri fattori che ad elencarli tutti ci vorrebbe una settimana. 

È pur vero che in televisione è praticamente impossibile sentir parlare, ad esempio, della situazione in Eritrea, dove ragazzini vengono chiamati ad un servizio militare a tempo indeterminato che li relega in una situazione di povertà e sfruttamento, situazione che per le donne diventa insostenibile, ma anche noi abbiamo vissuto la guerra, con rastrellamenti, esecuzioni sommarie e fame: il dubbio che situazioni analoghe, se non peggiori, possano verificarsi altrove nemmeno ci sfiora.

Quindi, c'è chi pensa che una mamma sia “poco mamma” perché fa scappare il figlio da situazioni indicibili, poi però capita di leggere della disperazione di una mamma di origine Nigeriana che ha appena perso la figlia di 5 mesi e dell'indifferenza, del fastidio delle persone presenti in attesa di una visita, irritate dal pianto disperato della madre e convinte si trattasse di un rito tribale. È successo qualche giorno fa, al pronto soccorso di Sondrio. 

Quand'è che abbiamo perso per strada empatia e solidarietà? Quando abbiamo cominciato ad essere indifferenti verso quanto ci succede intorno, a chi ci sta intorno e magari nemmeno vediamo? L'indifferenza ha ucciso e continua ad uccidere, dall'indifferenza con cui gli italiani si sono girati dall'altra parte quando altri italiani, ma di altra religione, sono stati esclusi dalla società con l'emanazione delle leggi razziali, all'indifferenza con cui facciamo finta di non sapere quanto succede ora nei lager Libici, grazie anche ai nostri soldi.

Per contrastare questa indifferenza, e per meglio capire un mondo che è diverso da quello che immaginiamo, un buon libro può aiutare. Tornando alle due signore che ho citato all'inizio, se mai dovessi incontrarle consiglierei loro di leggere un libro di qualche anno fa ma che ho appena avuto la fortuna di leggere, perché apre la mente. Si intitola “Nel mare ci sono i coccodrilli” e lo ha scritto Fabio Geda. O meglio, Geda è solo il tramite con il quale Enaiat racconta la sua storia, drammatica e allo stesso tempo avventurosa.

Alle due signore direi che Enaiat aveva 10 anni, l'età di mio figlio, quando sua mamma gli ha detto “partiamo”, lo ha portato clandestinamente dall'Afghanistan al Pakistan per poi abbandonarlo lì e tornare indietro dall'altro figlio, perché lo considerava più al sicuro in Pakistan che a casa, dove no riusciva più a tenerlo nascosto dai talebani che gli stavano dando la caccia. Certo, nemmeno mio figlio se la caverebbe da solo, ma Enaiat ha imparato a vivere in strada come tanti altri ragazzini soli, si è guadagnato da vivere, ha pagato trafficanti, è stato arrestato ma è riuscito ad attraversare, insieme ad altri coetanei, Pakistan, Iran, Turchia, Grecia e a “rifarsi” una vita in Italia, anche se sembra assurdo usare l'espressione “rifarsi una vita" parlando di un adolescente. La disperazione e l'istinto di sopravvivenza fanno compiere gesti straordinari. 

Come si fa a cambiare vita così, Enaiat? Una mattina. Un saluto.

Lo si fa e basta, Fabio.

Una volta ho letto che la scelta di emigrare nasce dal bisogno di respirare.

È così. È la speranza di una vita migliore è più forte di qualunque sentimento. Mia madre, ad esempio, ha deciso che sapermi in pericolo lontano da lei, ma in viaggio verso un futuro differente, era meglio che sapermi in pericolo vicino a lei, ma nel fango della paura di sempre. 

Se in molti leggessero questo libro forse ci sarebbero meno persone che si permetterebbero di considerare i naufragi nel Mediterraneo come un “danno collaterale” per far capire ad altri che non val la pena partire, meno persone che penserebbero a questi ragazzini soli come ad un peso che ci si potrebbe evitare o, peggio, futuri delinquenti, e si potrebbe ricominciare a pensare ad esseri umani in fuga. 

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