Lunedì, 03 ottobre 2022 - ore 07.53

Il cigno nero che cambia tutto

Secondo alcuni storici le epidemie contribuirono alla caduta dell’Impero Romano

| Scritto da Redazione
Il cigno nero che cambia tutto

Secondo alcuni storici le epidemie contribuirono alla caduta dell’Impero Romano. Certamente ne indebolirono esercito, economia e istituzioni. Attorno al 165 d.C., la peste antonina fece diminuire la manodopera nei settori vitali dell’economia, crollare la produzione, aumentare i prezzi. E decimò gli eserciti di Marco Aurelio impegnati contro Germani e Persiani. Alcuni secoli dopo, nel 541 d.C., la peste colpì Costantinopoli e si diffuse ovunque, compromettendo le campagne militari di Giustiniano in Occidente per ricostruire l’Impero.

Il coronavirus non farà crollare imperi ma in poche settimane ha fatto emergere la grande fragilità della globalizzazione. La pandemia ha causato crollo della borsa, chiusura di porti, aeroporti e fabbriche, blocco di merci e container, fine dei flussi di turisti e migranti. E ha evidenziato l’assenza di cooperazione internazionale, ricordato rigidità e limiti dell’Unione europea, confermato la mancanza di trasparenza dell’Iran degli Ayatollah e della Cina comunista, mostrato l’inadeguatezza di diversi leader politici. Unica nota positiva l’interruzione delle maggiori crisi internazionali: emergenza migratoria, guerre commerciali, proteste a Hong Kong, Iran e Cile, guerre in Libia e Siria.

L’emergenza sanitaria finirà. Ma, dopo aver colpito le persone, il contagio si sta scaricando su società ed economia e modificherà equilibri politici nazionali e internazionali.

Il coronavirus uccide chi è vecchio e malato. Diverse istituzioni internazionali lo sono. Per molte di queste la pandemia è un banco di prova che ne sta facendo emergere limiti e burocrazia, talvolta l’inadeguatezza. È il caso dell’Onu e soprattutto dell’Unione Europea, che pare incapace di cogliere quest’opportunità storica per rilanciare il proprio progetto.

Il virus è apolitico, colpisce democrazie e dittature. In entrambe, se i cittadini ritenessero che i loro governi non riuscissero a controllare l’epidemia, potrebbero scoppiare rivolte sociali e crisi politiche. Dopo la Sars nel 2002, il Covid-19 è la seconda grande epidemia globale che ha origine in Cina in pochi anni. Ciò fa sorgere dubbi sulla sostenibilità di un espansionismo esasperato che vuole modernizzare 1,3 miliardi di persone a tappe forzate, fa un uso smisurato di risorse e stravolge la natura.

La pandemia ha dato il via a una “guerra fredda” tra Washington e Pechino. Trump parla pubblicamente di virus cinese e la Casa Bianca accusa la Cina di averne nascosto l’esistenza nei primi cruciali mesi, quando poteva essere contenuto. Xi Jinping sta ora cercando di trasformare una catastrofe in un successo comunicativo, proclamando la vittoria sulla pandemia, e di rafforzare il proprio peso internazionale, inviando medici e mascherine ad altri paesi.

Le conseguenze di queste tensioni saranno profonde. La recente tregua commerciale fra le due superpotenze pare inattuabile. Il rischio di un progressivo “sganciamento” fra le due economie è elevato. La competizione arriva anche nei laboratori farmaceutici e militari per sconfiggere il virus. Chi vincerà questa gara, magari distribuendo poi gratuitamente il vaccino a livello globale, aumenterà il proprio soft power.

La diffusione del virus ha reso evidente la fragilità della globalizzazione e accelererà il trend di de-globalizzazione, peraltro già in atto. È  aumentata la consapevolezza che in un contesto di catene globali del valore e di forti interdipendenze tra economie, basta che uno shock – come il virus – colpisca uno degli anelli della catena e l’impatto diventa sistemico.

Terminata l’emergenza, nella migliore delle ipotesi si rafforzerà il fenomeno di reshoring e si cercherà di rendere le supply chain internazionali meno vulnerabili e più vicine ai mercati di sbocco. È tuttavia possibile che si rafforzi la convinzione, già piuttosto diffusa, che le minacce prodotte dalla globalizzazione siano superiori alle opportunità. Ne seguirebbero energiche politiche protezionistiche, un drastico cambiamento della geografia produttiva e il rafforzamento dei nazionalismi economici. Uno scenario che ricorda gli anni trenta del secolo scorso.

Come segnalato da crollo di borse e prezzo del petrolio, la frenata dell’economia mondiale sarà brusca. L’eurozona già presentava una crescita anemica e soffrirà più di altri, anche per la mancanza politiche fiscali comuni. Gli Stati Uniti vedranno interrotto il periodo di espansione economica più lungo della storia contemporanea. La Cina, pur avendo ripreso per prima la produzione, vede compromessi i mercati del proprio export. Il tasso di disoccupazione crescerà ovunque.

Governi e banche centrali stanno mettendo a punto politiche fiscali e monetarie espansive. Interventi necessari per sostenere l’economia ma che determineranno forti aumenti dei debiti pubblici e un ulteriore enorme incremento dell’offerta di moneta. Terminata la fase di emergenza i percorsi di rientro dal debito genereranno forti tensioni sociali, soprattutto nei paesi come l’Italia che dovranno introdurre misure drastiche. L’eccessiva liquidità e i tassi d’interesse prossimi allo zero creeranno le premesse per future bolle speculative e spunteranno le tradizionali armi di politica monetaria a disposizione delle banche centrali per contrastare future crisi.

La pandemia del coronavirus ha tutte le caratteristiche del “cigno nero“: un evento raro, imprevisto e dirompente che ha effetti di tipo sistemico a livello internazionale. Per realizzare un vaccino che metta fine all’emergenza sanitaria saranno necessari parecchi mesi. Eliminare il contagio economico e sociale e ridefinire nuovi equilibri politici richiederà molto più tempo.

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